MACCHINARI E TECNOLOGIA PER PRODURRE CALZATURE










in collaborazione con




EDIZIONI ASSOMAC
GIAN CARLO CAINARCA
DAL SAPER COME FARE
AL SAPER COSA FARE
LA STORIA DELL’INDUSTRIA ITALIANA
DELLE MACCHINE PER CALZATURE
1900-1983
ISBN-88-900842-9-4
Assomac Servizi srl
Via Matteotti, 4
27029 Vigevano - PV - Italia



Prefazione di Amilcare Baccini

È ormai passato più di un quarto di secolo da quando ho avuto la ventura, e la fortuna, di incontrare i "meccano-calzaturieri", e da vent’anni lavoro con loro e dirigo l'associazione che li raccoglie.
Dalla nascita di Assomac, nel 1982, ho assistito alla definitiva affermazione internazionale delle imprese italiane. In questi due decenni, soprattutto, sono stato testimone e talvolta anche comprimario, tramite le iniziative dell'associazione, del processo che ha trasformato le singole esperienze di tante imprese in una grande iniziativa comune. La macchina italiana è divenuta sinonimo di innovazione e tecnologia sofisticata e l'organizzazione delle imprese italiane un modello industriale da imitare. Una delle peculiarità maggiori
dell'industria-meccano calzaturiera nazionale è rappresentata dalla concentrazione sul territorio. Le imprese meccano-calzaturiere si raggruppano infatti attorno a due poli, Vigevano e Padova. Il successo della tecnologia italiana costituisce quindi anche una riprova della competitività della soluzione distrettuale nonché la conferma del positivo agire delle economie esterne offerte dal territorio e, in particolare, di quello che i sociologi chiamano "capitale sociale".
Concordo pertanto con Arnaldo Bagnasco, quando sostiene che lo sviluppo di una società è associato al suo essere in "squadra" nello spazio e vede nel distretto una delle rappresentazioni piu appropriate di integrazione armonica delle dimensioni economica, culturale e politica. Parafrasando le parole del sociologo americano Daniel Bell, il distretto può rappresentare in un mondo globalizzato uno spazio sociale alternativo quando la nazione diventa non solo troppo piccola per risolvere i grandi problemi ma anche troppo ampia per risolvere quelli piccoli.
In particolare il connubio produzione di macchine per calzature in cuoio e Vigevano assume tratti paradigmatici. Da un lato una società locale particolarmente vitale, dall'altro un modello di organizzazione industriale che rende la parola "globalizzazione" un modo per competere a livello mondiale e che rende concreta l’opzione alla produzione di massa di stampo fordista.
Se si compara il quadro sociale che emerge dalle pagine del "Maestro di Vigevano" con quello che si incontra passeggiando per Piazza Ducale è immediato rilevare il grande miglioramento della qualità della vita conseguito e, altrettanto prontamente, riconoscere il contributo fornito dall'organizzazione
industriale distrettuale. Come anticipato mi è possibile, per conoscenza diretta, indicare le ragioni che maggiormente hanno segnato l'evoluzione del comparto nazionale delle macchine per calzature negli ultimi decenni del secolo. Scontato il riconoscimento delle capacità imprenditoriali di una generazione che ha saputo imporsi in ogni parte del mondo, ritengo che altri due aspetti debbano essere posti nel giusto rilievo: l'elevata disponibilità di competenze di natura sia meccanica sia calzaturiera e un'organizzazione delle relazioni inter-impresa che ricorda un "gioco di squadra" piuttosto che i piu tradizionali rapporti vissuti nelle associazioni industriali.
Partendo da questo secondo punto, mi preme sottolineare come proprio il giuoco di squadra abbia consentito ad Assomac di svolgere un ruolo particolare in questi anni. L'associazione ha operato in modo da risultare più simile ad una società di servizi che non ad un sindacato di imprenditori, al punto da riuscire a tradurre l’obiettivo di supportare l'attività dei propri associati in iniziative di carattere imprenditoriale. La formazione di manager e tecnici calzaturieri fornita ai paesi produttori di scarpe, la progettazione e l'assistenza nella creazione di aree industriali votate alla produzione calzaturiera o, ancora, l'organizzazione di fiere di settore e la presenza nazionale nelle manifestazioni internazionali altro non sono che altrettante dimostrazioni di iniziative imprenditoriali che devono rispondere al duplice obiettivo di autofinanziarsi e di veicolare in modo attivo la diffusione della produzione italiana.
A questo punto prendere in considerazione l’elevata disponibilità di competenze distintive mi consente di dar ragione di questo libro. Nel momento in cui l'Associazione ha pensato di voler celebrare i successi del tessuto meccano-calzaturiero italiano ha dovuto confrontarsi, quasi naturalmente, con gli interrogativi
sulla genesi delle attuali competenze tecnologiche, produttive e manageriali, in altri termini capire l'origine e l'evoluzione nel tempo del patrimonio di fattori materiali ed immateriali che hanno reso possibile la leadership italiana.
Per comprendere l'attuale disponibilità di competenze distintive si è pertanto scelto di studiare il mondo in cui nascono e si formano le prime esperienze italiane e, conseguentemente, vengono poste le premesse perché il "Davide" italiano riesca a sconfiggere i "Golia" statunitensi, tedeschi ed inglesi.
Ciò è, di fatto, equivalso a dar testimonianza delle vicende vissute dalle imprese italiane sottolineando la loro capacità di trasformare il "saper come fare" nel "saper cosa fare" e divenire così le protagoniste dell'ultimo capitolo della storia "universale" dell'industria meccano-calzaturiera.
Eravamo partiti per festeggiare i successi di oggi ed abbiamo scoperto che la forza delle nostre imprese poggia invece su radici profonde. Pensavamo di celebrare il successo di un insieme di imprese ed abbiamo raccolto una testimonianza importante su come sia nato e si sia sviluppato, nel volgere di poco meno di un secolo, un distretto industriale cioè di quella forma di organizzazione economica e sociale che ha posto l'Italia al centro dell'attenzione del mondo intero.
In conclusione mi preme sottolineare come la ricostruzione storica del capitolo scritto dalle imprese italiane assuma valenze diverse. Innanzitutto rappresenta il dovuto tributo a tutti coloro che con la loro iniziativa hanno dato avvio all'accumulo di quelle competenze che sono divenute con il tempo il principale fattore distintivo delle nostre imprese. In secondo luogo rivela le origini della nostra industria e, soprattutto, i fattori che hanno consentito alla tecnologia italiana di superare la selezione del mercato e di affermarsi. Infine,
offre a tutti noi molti spunti per leggere l'oggi e riflettere sul domani. In diverse parti del globo iniziano a svilupparsi industrie meccano-calzaturiere decise a contendere la leadership alle macchine italiane. I fattori competitivi su cui puntano ricordano quelli dei nostri "pionieri", spetta alle imprese italiane di oggi mostrare che la storia non sempre si ripete.

Vigevano, maggio 2002

Ringraziamenti

L’industria delle macchine per calzature in Italia ha superato il secolo di storia,il patrimonio di esperienze cumulato nel tempo è stato considerevole, ma appartiene a chi lo ha vissuto. La ricostruzione storica proposta nel volume deve molto alla letteratura, ma ancor di più alla memoria dei suoi protagonisti.
Il desiderio di condividere ricordi ed informazioni ha costituito la ragione autentica della ricerca e, in tal senso, il ringraziamento a tutti gli associati ad Assomac rappresenta da parte mia il riconoscimento che senza la loro disponibilità questa storia non avrebbe potuto essere scritta. Il debito di gratitudine nei confronti di “memorie storiche”, quali Carlo Allevi, Terenzio Bianchi, Antonio Capuano e Giuseppe Minola è, in particolare, enorme. Un contributo parimenti importante mi è venuto da coloro che hanno avuto la pazienza di leggere e suggerire miglioramenti alle varie stesure dei capitoli: Giuseppe Barrera, Riccardo Besser e Luciano Zorzolo, cui si aggiungono Luigi Buzzacchi, Raoul Nacamulli e Giuseppe Zollo.
Un grazie particolare devo rivolgere a Stefania de’ Pol, che mi ha consentito di consultare il materiale raccolto dal padre Ugo Rajniero de’ Pol, per decenni anima e direttore dell’Eco delle industrie del Cuoio.
Mi preme riconoscere il sostegno datomi dal personale di Assomac, che ha reso meno complesso rintracciare personaggi e ricostruire vicende. Ad Amilcare Baccini devo molto a partire dagli stimoli di un rapporto dialettico. A Pietro Torielli va riconosciuto il merito probabilmente maggiore: quello di
aver voluto che la memoria non si perdesse. Alla conta dei debiti mancherebbero ancora molti nomi, mi limito a riconoscere il mio debito anche nei loro confronti.
L’ultimo grazie è per Paola.
Ciò detto la responsabilità di tutti i fraintendimenti rimangono di chi scrive.

Gian Carlo Cainarca
Genova, maggio 2002


INTRODUZIONE

Quello che segue è il racconto della storia del comparto italiano dell’industria
delle macchine per calzature. Non è, né vuole essere, la storia della tecnologia
meccano-calzaturiera o quella di un settore industriale dalle sue origini ad
oggi. Più semplicemente ciò che si vuole fare è testimoniare le vicende vissute
dalle imprese italiane che, questo sì, sono state le protagoniste dell’ultimo
capitolo della storia “universale” dell’industria meccano-calzaturiera.
Le ragioni del raccontare la storia del comparto italiano delle macchine
per calzature potrebbero essere molteplici. Dal più semplice riconoscimento
del successo e del prestigio che le sue imprese hanno saputo costruire e
conquistare in campo internazionale, al tentativo, l’ennesimo, di fornire una
riprova della competitività della forma distrettuale, alla testimonianza di una
leadership tecnologica nazionale, ecc. Ognuna di queste ottiche giustificherebbe
di per sé uno studio, nondimeno in questa sede si è voluto privilegiare una
lettura più “generale”, meno focalizzata, ma che consentisse di perseguire il
duplice obiettivo di mostrare le vicende del comparto italiano e di evidenziare
il contesto in cui esse prendono forma. Il tentativo di presentare una lettura
sia dall’”interno” del settore sia dal suo ”esterno” non significa ovviamente
rinunciare ad interpretare le vicende. La storia del comparto delle macchine
per calzature si presta ad evidenziare il ruolo rivestito dalle competenze o,
meglio, dalla loro evoluzione nel dare forma alle diverse componenti di un
sistema complesso, qual è quello identificabile nella filiera della pelle e del
cuoio, che spazia dalla concia delle pelli alla fabbricazione delle calzature passando,
appunto, per le macchine e gli impianti che tali processi rendono possibili.
La capacità di sfruttare le competenze “meccaniche” possedute, mediamente
limitate, e, soprattutto, di trasformarle in competenze “calzaturiere”,
in sincronia con l’evoluzione dell’industria delle scarpe, rappresenta il fattore
competitivo che accomuna le imprese italiane per gran parte del secolo trascorso
e che al contempo le differenzia dal resto delle imprese dell’industria
meccano-calzaturiera. La trasformazione del “saper come fare” nel “saper cosa
fare” da un lato sottolinea la flessibilità e la versatilità mostrate dalle imprese
meccano-calzaturiere italiane e, dall’altro lato, evidenzia la natura dinamica delle
conoscenze che, di volta in volta, hanno “qualificato” le competenze distintive
di queste ultime. Come queste conoscenze siano state raccolte, diffuse, condivise
costituisce il filo rosso che sottende ai vari capitoli e che, inoltre, si propone come
possibile spiegazione della forte connotazione territoriale del comparto in Italia.
Perché quello italiano è solo un capitolo
Che, all’interno della più generale storia dell’industria meccano-calzaturiera,
quello presentato sia solo il capitolo scritto dalle imprese italiane è facilmente comprensibile quando si cronistoria del progresso tecnicoabbia la pazienza di scorrere la nell’industria calzaturiera fra il 1750 ed il 1950 proposta da Weigl Rudolf
(Tabella 1) o, forse più rapidamente,
quando ci si soffermi su alcuni dati
relativi all’industria calzaturiera ed
a quella delle macchine per calzature
nell’anno 1900. In Italia, in
quell’anno, viene fondata a
Vigevano la Antonio Ferrari, cioè la
prima impresa nazionale dedicata
alle macchine per calzature. L’impresa,
che inizialmente può contare
su pochi operai, alla vigilia del
primo conflitto mondiale occupa
una trentina di dipendenti. Sempre
nel 1900 le esportazioni italiane di calzature sono stimate pari a circa 130mila
paia. Negli Stati Uniti, la produzione di calzature supera i 200 milioni di paia, e la
United Shoe Machinery, cioè la più grande impresa meccano-calzaturiera del
mondo, occupa alcune migliaia di persone, tra cui 130 fra inventori e progettisti,



Manifesto pubblicitario dellaAntonio Ferrari degli anni ‘20

ed è presente con proprie filiali nei principali paesi industrializzati, europei e
non. In Europa, la Gran Bretagna rivaleggia con gli Stati Uniti nell’esportazione
di calzature e la Germania gode di una consolidata industria calzaturiera e di un
tessuto di imprese produttrici di macchine per calzature, le cui origini risalgono
al 1862, che dichiarano di volersi confrontare con l’industria statunitense.
Perché il capitolo italiano è importante
Per cogliere l’importanza del capitolo scritto dalle imprese italiane è sufficiente
citare lo stesso tipo di dati sopra riportati, ma riferendoli alla fine del secolo. Gli
Stati Uniti, la Germania, la Gran Bretagna ed i principali paesi industrializzati
hanno praticamente smantellato i rispettivi comparti dell’industria delle macchine
per calzature e sono importatori netti di calzature; di converso l’Italia ha
conquistato la leadership internazionale dell’industria meccano-calzaturiera ed è
divenuto uno dei maggiori esportatori di calzature. Alla fine del secolo un rapido
sguardo all’arena competitiva consente di vedere come la United Shoe Machinery
rappresenti oggi solo la pallida ombra dell’impresa che per diversi decenni
è stata identificata semplicemente dall’espressione “la Compagnia”, Moenus
e con essa l’industria tedesca delle macchine per calzature sia di fatto scomparsa
e che, infine, gli emuli di Antonio Ferrari dominino lo scenario internazionale
essendosi sostituiti agli originali maestri e, tutt’al più, paventino l’aggressività
dei nuovi allievi dell’estremo oriente.
La storia del cammino percorso dalle imprese italiane nel ‘900 non rappresenta
però solo la storia di un successo industriale, costituisce un momento
di riflessione di più ampia portata che investe non solo la capacità di produrre/
fabbricare macchine, ma investe le sfere della tecnologia, dell’innovazione in
tutte le sue forme nonché il ruolo delle istituzioni nel “presiedere-negoziare” le
regole del giuoco economico e quindi lo stesso processo evolutivo dell’industria.
Le imprese italiane produttrici di macchine per calzature rivestono un
ruolo particolare nell’affermazione del modello produttivo italiano; la specializzazione
delle imprese meccano-calzaturiere è pari a quella delle imprese
calzaturiere come analogo è il modello decentrato ove le competenze meccaniche
vengono “prodotte” in corso d’opera e la componentistica dapprima meccanica
e, quindi, elettrica e poi elettronica è cercata e raccolta là dove risulta
essere più conveniente ed affidabile. La storia delle industrie italiane delle
calzature e delle macchine per calzature si assomigliano non tanto per le scontate
interdipendenze “tecniche”, ma per le analogie ricorrenti a livello di modalità
competitive e di modelli strategici adottati. In entrambi i casi le imprese
italiane appaiono come altrettanti “Davide” che debbono confrontarsi con i
“Golia” delle industrie dei paesi più industrializzati, dagli Stati Uniti alla Germania,
ed in entrambi i casi l’affermazione italiana scaturisce dalla capacità di
contrapporre la flessibilità alla potenza. Senza nulla togliere all’importanza
che i costi dei fattori produttivi hanno rivestito nell’affermazione italiana, preme
qui sottolineare come le modalità che guidano la produzione calzaturiera
italiana e quella delle macchine innovano profondamente le tradizioni del
settore a livello internazionale e lasciano prefigurare modelli organizzativi
della produzione che già nei fatti rappresentano almeno un tentativo di
superamento del modello fordista.
La struttura del volume
Per consentire di cogliere appieno la portata delle vicende che hanno avuto
per interpreti le imprese meccano-calzaturiere italiane, il racconto si articola
in sette capitoli.
Al primo Capitolo spetta il compito di tratteggiare la storia dell’industria
meccano-calzaturiera prima che Antonio Ferrari avvii la sua attività a
Vigevano. Il capitolo dapprima richiama la nascita e lo sviluppo di uno dei
primi e più importanti comparti industriali della calzatura, quello statunitense
del Massachusetts, quindi delinea il grado di sviluppo a cavallo dell’inizio
del XX secolo della produzione di macchine per calzature in ambito internazionale.
In tal senso, si sofferma sull’esperienza statunitense e, in particolare
modo, sulle vicende della United Shoe Machinery, cioè l’impresa che più di
ogni altra ha segnato la storia del settore. Nel prosieguo l’attenzione viene
rivolta alla nascita ed allo sviluppo dell’industria meccano-calzaturiera tedesca,
cioè il primo ed inizialmente più importante tentativo europeo di contrastare
la leadership internazionale dell’industria statunitense.
Le peculiarità del processo di meccanizzazione della produzione di
calzature in Italia costituiscono l’oggetto del secondo Capitolo. L’obiettivo è
quello di evidenziare come la localizzazione e l’evoluzione del comparto meccano–
calzaturiero italiano sia profondamente influenzato dallo sviluppo del
polo calzaturiero vigevanese che, dapprima, svolge la funzione di “incubatore”
di nuovi imprenditori meccanici e, successivamente, quella di “laboratorio”
per le innovazioni che contribuiranno all’affermazione dei distretti calzaturieri
italiani nel mondo.
Lo sviluppo del comparto meccano–calzaturiero costituisce l’oggetto
dei tre capitoli successivi. La ragione è quella di porre in evidenza la diversa
natura delle competenze sviluppate e sfruttate dalle imprese italiane. Il Capitolo
3 affronta il periodo che va dalle origini all’inizio del secondo conflitto
mondiale ed illustra i passi salienti e le peculiarità dell’”inseguimento tecnologico”
operato dalle officine italiane, per le quali il “saper come fare”, appreso
occupandosi della manutenzione delle macchine installate e riproducendone
la componentistica, si dimostra un fattore competitivo decisivo. Dapprima
si evidenzia il carattere episodico dell’inseguimento durante gli anni che
precedono il primo conflitto mondiale ed il connesso ruolo dei “pionieri” italiani.
Nel seguito si ripercorrono gli anni che intercorrono fra le due guerre
cui corrisponde il primo consolidamento del nascente comparto meccano–
calzaturiero. In particolare, viene dato rilievo all’azione svolta dai rivenditori
quale necessaria premessa per comprendere la portata degli sforzi che verranno
richiesti alle imprese italiane alla fine del secondo conflitto mondiale.
Il Capitolo 4 approfondisce la ricostruzione dei passi che delineano
l’evoluzione del comparto sino all’inizio degli anni ’70. Alla “quantificazione”
dello sviluppo del comparto in questi anni vengono affiancati i cambiamenti
che “qualificano” l’affermazione delle imprese italiane. Si pone in evidenza
come le trasformazioni del comparto costituiscano il risultato del concorso di
fattori esterni come di fattori interni alle imprese. Da un lato, lo sviluppo dell’industria
calzaturiera italiana; dall’altro la trasformazione da artigiani a imprenditori
con l’assunzione di nuove competenze influenzano significativamente
la competizione ed alterano profondamente il tessuto del comparto
nazionale. La selezione non si limita a sancire i vincitori, ma giunge a definire
le caratteristiche dell’organizzazione dell’industria che succederà a quella incentrata
sulla grande impresa integrata che aveva dominato la prima metà
del secolo. All’interno delle trasformazioni che caratterizzano l’affermazione
del comparto meccano–calzaturiero italiano, tre aspetti appaiono cruciali: il
passaggio dal “saper come fare” al “saper cosa fare”, con la connessa trasformazione
da produzione artigianale a produzione industriale; la scelta della
specializzazione produttiva; e la ridefinizione del ruolo del rivenditore.
Nel Capitolo 5 sono percorse le tappe che portano il comparto meccano–
calzaturiero italiano alla leadership internazionale. La “scoperta” dei mercati
internazionali da parte delle imprese italiane quali sbocchi per le proprie
macchine contempla fasi differenti: dall’iniziale attività sporadica di qualche
pioniere italiano e di qualche “importatore” estero, alle iniziative “pianificate”
di alcuni imprenditori che puntano alla conquista dei nuovi mercati rappresentati
dai grandi paesi in via di prima industrializzazione, nonché alla
capillare diffusione internazionale delle tecnologie italiane che costituisce la
legittimazione ultima dell’acquisita leadership internazionale.
Con la vulcanizzazione della gomma Charles Goodyear ha posto le
premesse per la produzione di scarpe “alternative” a quelle in cuoio sia per il
tipo di materia prima impiegato sia per il processo produttivo adottato. Nel
segmento delle macchine per il sintetico l’Italia vanta un patrimonio tecnologico
ed una reputazione uniche nello scenario internazionale. Il Capitolo 6
delinea le diverse fasi dell’affermazione della produzione nazionale ponendo
in evidenza come anche in questo caso lo sviluppo locale delle competenze
assuma particolare rilievo nel plasmare il comparto nazionale.
Le Istituzioni svolgono un ruolo importante nel definire le regole della
competizione economica ed industriale. Lo studio non poteva quindi trascurare
l’approfondimento del tema dell’associazionismo per le imprese del settore. Alla
costruzione dell’Associazione dei produttori italiani di macchine per calzature,
conceria e pelletteria ed al ruolo da essa giocato nell’evoluzione del comparto
nazionale è quindi dedicato il Capitolo finale del volume. In esso si richiamano i
tempi e le modalità del passaggio da imprese a “tessuto di imprese”, nonché il
processo di maturazione che ha portato queste ultime ad essere consapevoli dei
vantaggi associati all’azione coordinata. In ragione del costituire una delle iniziative
“governabili” da un’Associazione, il capitolo ripercorre la storia del Simac,
cioè di quella che è divenuta alla fine del secolo la più importante vetrina internazionale
della tecnologia meccano-calzaturiera.
Il punto sullo stato di salute dell’associazionismo offre infine lo spazio
per esplicitare la domanda finale che ognuno dei capitoli ha contribuito a
costruire: le competenze sinora sviluppate dall’industria italiana delle macchine
per calzature continueranno a consentirle di scrivere il capitolo iniziato
da Antonio Ferrari nel 1900 o dovranno essere aperti nuovi paragrafi?
CAPITOLO PRIMO

CALZATURE, MACCHINE E CALZOLERIA MECCANIZZATA

Dall’organizzazione del lavoro all’organizzazione delle macchine

La nascita dell’industria delle macchine per calzature discende, quasi naturalmente,
dall’iniziale af fermazione e dallo sviluppo della produzione industriale
delle scarpe. Nondimeno proprio dalla meccanizzazione e dalle sue
evoluzioni deriva l’industria calzaturiera quale appare oggi. La tecnologia
concorre, in una logica “coevolutiva”, a disegnare le forme dello sviluppo
dell’industria calzaturiera; in alcuni periodi contribuisce alla conquista della
leadership internazionale da parte di comparti nazionali o di singole imprese
mentre in altri aiuta ad annullare i gaps cumulati dai ritardatari. All’interno di
questo quadro evolutivo i produttori di macchine per calzature svolgono di
volta in volta il ruolo di alleati della grande produzione o, viceversa, quello di
impliciti paladini della piccola impresa.
Le ripercussioni delle opposte valenze assunte dalla tecnologia divengono
particolarmente evidenti nel caso della nascita e dello sviluppo dei
comparti italiani delle industrie calzaturiera e meccano-calzaturiera. Quando
in Italia tali comparti iniziano a formarsi la “calzoleria meccanizzata” vanta
nei maggiori paesi industrializzati d’Europa e, soprattutto, negli Stati Uniti
parecchi decenni di esperienze e tradizioni.
Con l’obiettivo di rappresentare il quadro internazionale in cui si colloca
l’avvio della produzione italiana di macchine per calzature, il capitolo
dapprima richiama la nascita e lo sviluppo di uno dei primi e più importanti
comparti industriali della calzatura, quello statunitense del Massachusetts,
quindi delinea il grado di sviluppo a cavallo dell’inizio del XX secolo della
produzione di macchine per calzature in ambito internazionale. In tal senso,
ci si sof ferma sull’esperienza statunitense e, in particolare modo, sulle vicende
della United Shoe Machinery , cioè l’impresa che più di ogni altra ha segnato
la storia del settore. Nel prosieguo l’attenzione viene rivolta alla nasci
allo sviluppo dell’industria meccano-calzaturiera tedesca, cioè il primo ed inizialmente
più importante tentativo europeo di contrastare la leadership internazionale
dell’industria statunitense. Il capitolo si conclude con alcuni cenni
sulla storia del comparto inglese e sulle ragioni che ne hanno favorito lo sviluppo
durante i primi decenni del secolo.

Dall’artigianato all’industria -

Organizzazione e tecnologia nello sviluppo
della produzione di calzature negli Stati Uniti nel XIX secolo

Nel 1909 uno stabilimento di L ynn stabiliva l’ennesimo “record” nella produzione di calzature, riuscendo a fabbricare un paio di scarpe da donna in 13minuti. Le cronache del tempo rivelano che il modello prodotto prevedeva l‘allacciatura a bottoni, che il suo confezionamento richiedeva 56 dif ferenti operazioni per le quali venivano impiegate 42 macchine, e che il materiale utilizzato consisteva in “26 pezzi di pelle, 14 pezzi di tessuto, 24 bottoni, 80 piccoli chiodi, 20 chiodi, 20 yarde di filo, due tacchi, due punte, ecc.”
In quell’anno l’industria calzaturiera negli Stati Uniti annovera 1.056 calzaturifici di cui il 40% produce più di mille paia al giorno. Da anni gli Stati Uniti sono largamente il primo produttore di calzature al mondo; con oltre 200 milioni di paia all’anno il comparto nord-americano eguaglia praticamente quanto prodotto complessivamente da Germania, Gran Bretagna e Francia.
Centro della produzione statunitense è il New England –in particolare il Massachusetts– dove già nel 1860 si concentra oltre il 60% dei 123mila occupati dell’industria calzaturiera nord-americana. La centralità della regione per l’industria calzaturiera è in gran parte il portato delle iniziative avviate sindalla fine del ‘700.
Blanche Evans Hazard riconduce la storia dell’industria calzaturiera nel Massachusetts prima del 1875 al succedersi di quattro fasi distinte: la produzione domestica, la gestione centralizzata (central shop system), l’esternalizzazione di fasi e il façon (putting-out system), e infine la fabbrica integrata 2 . In ogni fase è possibile cogliere il nesso che sotto forma di stimolo o di risposta lega fra loro innovazioni organizzative e tecnologiche da un lato ed evoluzione del mercato della calzatura dall’altro.
Durante le prime fasi ciò che domina lo sviluppo dell’industria è l’innovazione organizzativa nei termini in cui sino a circa il 1840 la componente tecnologica, qui intesa come utensili utilizzati, è sostanzialmente quella impiegata da secoli dagli artigiani calzolai.
Il primo esempio di discontinuità con il passato è probabilmente l’avvio stesso nel 1750 a Lynn del primo laboratorio per la produzione di calzature. L’iniziativa è di John Adam Dagyr, un artigiano gallese capace di confezionare scarpe di qualità pari a quella della migliore produzione britannica. Due aspetti rendono oltremodo rilevante l’attività di Dagyr: l’introduzione di standard di qualità elevati ed il ricorso ad una prima forma di razionalizzazione del lavoro con l’attribuzione di compiti specifici ai lavoranti. Il passaggio dalla standardizzazione della qualità a quella del prodotto richiese alcuni decenni, nondimeno alla fine del settecento la scarpa “pronta” inizia a soppiantare
quella su “misura”. Nel 1793, sempre nel Massachusetts, anche se a Randolph, Silas Alden avvia la produzione di scarpe sulla base di “taglie” standard; le scarpe così prodotte vengono quindi portate al mercato di Boston dove vengono rapidamente vendute. Intorno al 1820 la fabbricazione delle calzature viene riorganizzata sulla base del central shop system che centralizza la gestione delle materie prime e decentra le attività di trasformazione. Le pelli vengono tagliate all’interno del laboratorio e quindi trasferite a lavoratori esterni per la preparazione della tomaia. Completata l’operazione, la tomaia torna al laboratorio da cui esce nuovamente con le componenti necessarie al definitivo montaggio sulla forma ed all’applicazione della suola
La fase dell’affermazione della specializzazione e della gestione centralizzata testimonia il ruolo che la standardizzazione della scarpa ha rivestito per lo sviluppo del comparto. La scarpa pronta scardina la relazione calzolaio- cliente ampliando gli spazi per l’intermediazione, l’unica reputazione di cui necessita chi voglia vendere calzature è il capitale per acquistarle dal produttore, in quanto sul versante del cliente la scarpa è un oggetto concreto che deve solo essere provato e non più “ordinato”. L’attenzione dei produttori non è quindi più rivolta ai consumatori ma agli intermediari, la competizione si gioca ora sull’acquisizione di commesse di lotti. La qualità lascia il posto ai tempi di consegna, l’esigenza di accelerare il processo produttivo si concretizza sia nella ricerca di maggior controllo attraverso l’accentramento nei laboratori sia nella specializzazione produttiva. Contestualmente, con la minor attenzione rivolta alla qualità, iniziano ad essere impiegati anche lavoratori meno qualificati, nonché meno costosi.
La ricerca di nuovi fattori di competitività va di pari passo con la ricerca di nuovi mercati di sbocco. Le esportazioni, inizialmente rivolte agli stati del sud –dalla California al Messico– iniziano ad estendersi a Cuba ed al Sud America e sino all’Australia. Le innovazioni investono gli ambiti più svariati:
le scarpe iniziano ad essere vendute in scatole –e nasce la prima fabbrica
di scatole–, si distingue fra destra e sinistra e la differenziazione del prodotto
si spinge sino alla creazione di linee dedicate, come nel caso delle calzature
destinate ai consumatori di cultura spagnola.
Nelle restanti due fasi la competitività del comparto calzaturiero del Massachusetts si consolida sia in virtù delle innovazioni organizzative che di quelle tecnologiche. Sul versante del lavoro si afferma l’organizzazione per “squadre” (gang) come soluzione che consente sia di contenere i costi del personale sia di ovviare ai tradizionali 7 anni di apprendistato richiesti per la formazione del calzolaio. Nella gang è presente un solo “supervisore”, che conosce l’arte, mentre tutti gli altri sono “specializzati” in una singola operazione: “one of the gang was a laster, another a pegger, one an edgemaker, one a
polisher”3; la divisione del lavoro che traspare da tale soluzione lascia intravedere
la futura comparsa della fabbrica con la sua organizzazione del processo produttivo sotto un unico tetto.
Certamente non minore è il contributo offerto dalla tecnologia. La creatività tecnologica che caratterizza Lynn e dintorni è impressionante sia per numero di macchine inventate sia per varietà delle figure che le creano. L’introduzione di innovazioni è continua e tutt’altro che episodica: nel 1848 George
W. Parrot modificando il pantografo da tornio crea la prima macchina pergraduare i modelli; nel 1851 John B. Nichols, un calzolaio, riesce a chiudere i fori lasciati dal passaggio dell’ago e rende di fatto possibile l’utilizzo della macchina da cucire anche nel calzaturiero; nel 1852, e quindi non a caso, John Wooldredge impiega per primo nella sua fabbrica di Lynn la cosiddetta dry thread, cioè la prima macchina impiegata nella cucitura delle tomaie. Infine, nel 1858 ad Abington, sempre nel Massachusetts, Lyman Reed Blake inventa una macchina per cucire le suole alle scarpe. Il brevetto viene rilevato da Gordon McKay che ne finanzia lo sviluppo ulteriore. Le scarpe à la McKay potendo prescindere da semenze in legno o ferro presentano livelli di leggerezza e di flessibilità nettamente superiori.
Con l’ultima fase si afferma il sistema di fabbrica, cioè la soluzione allora più efficiente ai fini del controllo del processo produttivo e della garanzia di competitività.
La spirale che collega fra loro le innovazioni organizzative, le macchine
ed il mercato nel secolo che succede all’iniziativa di Dagyr può essere riassunta dalla sequenza che dalla fase della specializzazione conduce attraverso quella della standardizzazione alla meccanizzazione ed all’integrazione del processo all’interno della fabbrica.
Con la seconda metà dell’Ottocento il ruolo della tecnologia diventa sempre più rilevante. Alla comparsa in tale periodo di quasi 200 imprese produttrici di macchine per calzature, evento di per sé significativo, corrisponde a valle il consolidamento ed il rafforzamento dell’industria della calzatura che consente agli Stati Uniti di divenire il primo produttore del mondo. Innescata da innovazioni organizzative la tecnologia assume un ruolo di preminenza sempre maggiore, tale da giungere a modificare il contenuto del lavoro e le competenze di chi lavora e rendere sempre più interconnesse tecnologia ed organizzazione. I risultati conseguiti non necessitano molti commenti. E’
forse sufficiente ricordare come la meccanizzazione della produzione calzaturiera abbia comportato una riduzione impressionante del costo delle calzature; dal confronto dei dati relativi alla produzione di una scarpa nel 1865 e nel 1902 si rileva come per un paio di scarpe di alta qualità il costo del lavoro passi da 5,65$ a 74 centesimi di dollaro e, a propria volta, il tempo richiesto per fabbricarle passi da 2,78 giorni uomo con il metodo manuale a 0,37 giorni uomo con l’uso delle macchine.
La portata della riorganizzazione della produzione calzaturiera avviata nel Massachusetts è tale che il modello americano dominerà il mercato per molti anni e sarà più volte assunto a termine di riferimento. Non solo la tecnologia sarà copiata con maggiore o minore fedeltà, ma anche l’organizzazione del lavoro e gli stessi lavoratori assurgeranno ad esempio da imitare “[è] notorio, che l’operaio americano è per natura dotato di una capacità di produzione straordinaria. [..] La fusione delle razze negli Stati Uniti ha dato luogo al prodotto speciale che è il ‘yankee’ – la estrinsecazione migliore dell’operaio. Egli è di facile intuito ed è dotato di meravigliosa energia per immedesimarsi l’uso delle nuove macchine che vengono sempre messe sul mercato” e conclude “i nostri fratelli d’America calcolano l’impiego del tempo. – Tempo è sempre denaro. 4

United Shoe Machinery - Tecnologia e leadership


Nel 1906 gli Stati Uniti esportano calzature per un valore pari a 45 milioni di
lire e macchine per calzature per 7 milioni. L’importanza della produzione
tecnologica statunitense non è solo quantitativa, ma anche qualitativa; alla
perfezione delle sue macchine è attribuita gran parte della qualità delle calzature
d’oltre oceano. Lo stesso confronto con una produzione di grande tradizione
come quella inglese evidenzia il contributo qualitativo offerto dalle
macchine statunitensi. Un redattore de “La Conceria e Calzoleria Meccanica”
scrive che “[l]e scarpe fabbricate in Inghilterra, col dovuto rispetto alla grande nazione,
non presentavano la qualità, la calzata, ed il genere della produzione americana”
e che il loro perfezionamento deve essere principalmente imputato all’impiego
della tecnologia nord-americana 5 .
Alla base di tale successo vi è l’attività innovativa di diverse centinaia
di inventori. Considerando i soli brevetti concessi dall’Autorità statunitense
nella seconda metà del XIX secolo, le macchine ed i dispositivi inventati per
essere impiegati nell’industria calzaturiera sono nell’ordine di alcune migliaia.
Fra il 1848 ed il 1901 Ross Thomson rileva ben 1.063 brevetti depositati da
264 “inventori” e stima che questi ultimi rappresentino solo un decimo di
coloro che detengono brevetti relativi all’industria calzaturiera 6 . L’origine professionale
di questi “inventori” è estremamente varia e spazia dall’artigiano
all’operaio calzaturiero, dai meccanici incaricati della manutenzione di macchine
e impianti agli inventori di professione. Il contributo specifico fornito
dall’industria calzaturiera è comunque rilevante. Sia che si consideri il numero
dei brevetti sia che si analizzi quello degli innovatori, almeno il 40% di essi
ha origine o è coinvolto nell’attività di un’impresa calzaturiera. In tal senso,
l’innovazione mostra sovente di essere rivolta alla soluzione di un problema
specifico o all’incremento della produttività di una specifica operazione.
Senza alcun intento né pretesa di ordinare per importanza tecnologica
le innovazioni approntate in questo periodo occorre però richiamare l’attenzione
sull’invenzione di tre macchine –la cucitrice “Blake”, la cucitrice
“Goodyear” e la macchina per montare– la cui introduzione segnerà in modo
significativo lo sviluppo dell’industria calzaturiera in generale e quella
meccano-calzaturiera in particolare.

La cucitrice Blake

Le vicende che portano alla creazione della prima macchina per cucire in grado di assemblare tomaia e suola sono emblematiche degli stimoli offerti dall’interazione fra calzaturifici e produttori di macchine. Posta in termini semplificati la meccanizzazione ha quali fini l’aumento della produttività o il conseguimento e mantenimento di standard di qualità; assunto di possedere le necessarie creatività e competenze meccaniche il problema si “riduce” alla definizione del campo di applicazione. Lyman Reed Blake (1835-1883), inizialmente impiegato nel calzaturificio del fratello, apprende l’uso della macchina da cucire presso una delle filiali della Singer; tale competenza gli consente
di dirigere un laboratorio ove si impiegano macchine da cucire Singer e Grover e Baker. Nel 1856 acquisisce una partecipazione in un calzaturificio – Gurney & Mears– ove, in risposta ai problemi di produttività, tenta di meccanizzare la cucitura della tomaia con la suola. Nel 1858 il brevetto della nuova cucitrice viene depositato, ma l’impossibilità a costruire la rete produttiva- commerciale induce Blake a cederlo a Gordon McKay con cui del resto collaborerà sino al 1874.
Nell’affermazione dell’invenzione di Blake il ruolo di McKay non è certamente minore; alle innovazioni commerciali di quest’ultimo si deve l’affermazione della cucitrice che verrà in tal senso ribattezzata “McKay” e che identificherà le stesse scarpe prodotte con tale sistema. Al fine di vincere la riluttanza dei calzaturifici nei confronti di un sistema totalmente nuovo McKay ritenne di dover vendere l’”uso” della macchina e non la macchina; in tal senso a fronte della richiesta di una cifra modica –circa 400$– per l’installazione della cucitrice e delle macchine ausiliari chiedeva il pagamento di 3 centesimi per ogni paio di scarpe da uomo lavorate, 2 centesimi per quelle da donna e ragazzo, 1 centesimo per le slipper e mezzo centesimo per quelle da bambino. La diffusione della macchina fu rapida come testimonia il fatto che oltre il 50% delle scarpe utilizzate dall’esercito Confederale durante la guerra civile fu prodotto con la “Blake-McKay”.

La cucitrice Goodyear

Anche nel caso della Goodyear la sua affermazione si deve all’azione congiunta di competenze diverse. Da un lato, il brevetto iniziale opera di August Destouy, un meccanico di New York, dall’altro lato l’intuizione imprenditoriale di Charles Goodyear Jr. (1833-1896), che in quel periodo produce beni in gomma, sfruttando il brevetto paterno relativo alla vulcanizzazione della gomma, ed è presidente di un calzaturificio, l’American Shoe Tip Company.
Ottenuto il brevetto nel 1862, Destouy cede il brevetto ad un produttore di calzature di New York, James Hanan, che a propria volta, incapace di risolvere i numerosi problemi tecnici posti dalla realizzazione della macchina, trova un nuovo acquirente in Goodyear. Quest’ultimo, assume Destouy ed un meccanico inglese, Daniel Mills, che riescono a sviluppare la macchina sino alla costruzione di 6 prototipi nel 1870. Lo stesso anno, dopo 8 mesi di test, l’imprenditore newyorkese annuncia la creazione della Goodyear Boot and Shoe Sewing Machine Company, impresa pubblica con un capitale pari
ad 1 milione di dollari. La cucitrice Goodyear, si propone come un’alternativa alla lavorazione manuale e non tanto alla Blake. Il segmento di mercato cui Goodyear mira è quello della calzatura di qualità, la cucitura a guardolo permette la lavorazione di modelli altrimenti non consentita dal sistema McKay.
Per sostenere lo sviluppo delle macchine le spese sostenute dall’imprenditore assommavano a 30mila dollari nel 1870 a cui si aggiunsero altri 250mila dollari prima del 1884. Per supportare lo sforzo, sia economico che tecnologico, nel 1875 Goodyear diede vita alla Goodyear e McKay Sewing Machine Company.
Pur riproponendo un sistema di vendita del servizio analogo a quello di McKay
il successo arrivò più lentamente ma comunque inarrestabile. Le macchine
offerte in leasing dall’impresa passarono dalle 250 nel 1880 alle 800 nel 1888,
alle 1.500 nel 1890 ed alle 3mila nel 1897. Nel 1909 le scarpe prodotte con il
sistema Goodyear sorpassarono quelle prodotte con il sistema McKay7 .

La macchina per montare

La macchina inventata da Jan Ernst Matzeliger assume un rilievo particolare
nella storia della meccanizzazione della produzione calzaturiera per diverse ragioni.
Da un lato conferma la natura economica delle innovazioni tecnologiche
del settore, nei termini in cui mostra come esse scaturiscano sovente dalla pressione
competitiva, dall’altro lato evidenzia l’importanza della conoscenza profonda
delle operazioni che la macchina deve svolgere. Analogamente a quanto
avvenuto per gran parte delle innovazioni precedenti, la possibilità di osservare
il lavoro degli operai calzaturieri ha consentito la scomposizione razionale delle
operazioni da loro svolte e la successiva ricomposizione in forma semplificata e
riproducibile da parte di una macchina.
Per molto tempo la figura di Jan Ernst Matzeliger è stata più o meno
coscientemente trascurata o avvolta nella leggenda in ragione delle sue origini.
Matzelinger nasce infatti nel 1852 a Paramaribo, nell’odierno Suriname, figlio di
un tecnico olandese e di una schiava di colore. Iniziato a 10 anni il proprio apprendistato
nell’officina meccanica del padre a 19 anni si imbarca su una nave
mercantile e dopo qualche anno lo si ritrova operaio calzaturiero a Lynn. Nella
capitale dell’industria calzaturiera mette a frutto le proprie doti di inventore,
riuscendo a razionalizzare e quindi a riprodurre in forma semplificata e, soprattutto,
meccanizzata le operazioni del montaggio della calzatura. Se il lavorare
fianco a fianco con i montatori ha consentito a Matzeliger di studiare le operazioni
svolte da questi ultimi, la scelta di concentrare l’attenzione sull’attività svolta
da questi ultimi deriva proprio da una contingenza economica. Due aspetti stimolano
la meccanizzazione della messa in forma. Il primo discende dall’attività
stessa della messa in forma della scarpa che consiste in un’operazione complessa
in quanto prevede che un operaio specializzato tenda e fissi la tomaia alla
soletta per mezzo di semenze, tanto maggiore è il numero delle semenze utilizzate
tanto maggiore è la qualità della montaggio e tanto maggiore è il tempo
richiesto dall’operazione; un montatore esperto che riesca a montare anche 50
paia di scarpe in 10 ore presenta comunque un livello di produttività non
confrontabile con quello di una macchina per cucire le suole, con gli ovvi e conseguenti
problemi di dimensionamento dell’organizzazione del lavoro. Il secondo
e collegato aspetto concerne i costi di tali specialisti che, in virtù della loro
abilità, erano in grado di ottenere compensi elevati.
Dopo mesi di studio e di prove, nel marzo del 1883 Matzeliger ottiene il
brevetto della “Lasting Machine” vincendo anche l’incredulità del personale
dell’Ufficio brevetti statunitense. In ragione della complessità della macchina, il
brevetto fu concesso solo dopo che dei tecnici dell’Ufficio Brevetti si furono recati
a Lynn per vederne il prototipo e averne verificato il funzionamento. Nel volgere
di due anni –grazie ai miglioramenti introdotti– la macchina giunge a montare
sino a 700 paia di calzature al giorno.

United Shoe Machinery Company

La commistione fra tecnologia ed imprenditorialità che ha contraddistinto gli
ultimi decenni del secolo trova il suo apice nel 1899. Il 7 febbraio di quell’anno
dalla fusione delle società fondate da Charles Goodyear Jr., da Gordon McKay e
da Jan Ernst Matzeliger nasce la United Shoe Machinery Company –Usm–. Il
nucleo originario di Usm è composto da Goodyear Shoe Machinery Company,
International Goodyear Shoe Machinery Company, Consolidated & McKay
Lasting Machine Company, McKay Shoe Machinery Company e Davey Pegging
Machine Company; a queste, stante la quasi contestualità dell’acquisizione, vanno
poi aggiunte la Eppler Welt Machine Company e l’International Eppler Welt
Machine Company. La strategia perseguita da Winslow e Howe –gli artefici della
fusione– rappresenta per certi versi il naturale sviluppo di quanto avviato da
McKay e Goodyear; da un lato le macchine inventate devono contribuire a rendere
sempre più efficiente e competitiva la produzione calzaturiera e, dall’altro,
la loro diffusione e la protezione della tecnologia che le ha prodotte devono divenire
altrettanti fattori competitivi per Usm. In tal senso, l’impresa statunitense da
un lato investe in modo massiccio nello sviluppo della tecnologia e
nell’acquisizione di brevetti e, dall’altro, affina le proprie strategie commerciali;
le forme di leasing inizialmente introdotte da McKay divengono lo strumento
privilegiato per legare a sé le imprese calzaturiere. L’articolazione delle relazioni
con le imprese calzaturiere porterà nel tempo Usm ad approntare 5 diverse forme
contrattuali in ragione del tipo di macchina fornita. Nello specifico, negli
anni ’50, per 42 modelli di macchina è prevista la sola formula dell’acquisto, per
122 è possibile optare fra acquisto ed affitto, per 88 l’affitto richiesto viene determinato
unicamente su base mensile, per 85 è previsto sia un affitto mensile sia
un compenso per paia di calzature lavorate, e infine per 5 modelli l’unica modalità
prevista è quella del compenso per paia lavorate. Il circolo virtuoso che Usm
tenta di attivare vede nell’innovazione tecnologica l’origine del vantaggio
competitivo e nell’espansione e nel consolidamento del mercato il presupposto
per sostenere il nuovo sviluppo tecnologico. Così a fianco delle unità operative
destinate a coprire il mercato statunitense Usm sin dal 1899 si dota di un dipartimento
per le attività internazionali, ove fa confluire le iniziative intraprese negli
anni precedenti dalle imprese che la compongono e quelle intraprese successivamente,
nonché di un dipartimento per la ricerca e lo sviluppo tecnologico
(experimental department). L’attività internazionale delle imprese data infatti dagli
anni '80: International Goodyear opera direttamente in Europa sin dal 1889,
anno in cui l’impresa statunitense apre a Parigi una filiale che coordina le attività
riguardanti Belgio, Francia, Spagna, Italia, Svizzera e paesi del Nord Africa; la
Consolidated negli anni '90 viene distribuita in Gran Bretagna inizialmente dalla Union
Boot & Shoe Company di Northampton e dal 1896 dalla Pearson & Bennion Ltd8 , in
Francia dalla Hermann & Co. (che distribuisce anche le macchine della McKay e della
Eppler Welt Machine), e dal 1897 opera attraverso un proprio agente in Germania.
Nondimeno la fusione si traduce in un nuovo e consistente impulso per lo sviluppo
delle attività internazionali:
• il 5 ottobre del 1899 viene creata la British United Shoe Machinery Company Limited
(Busm), di cui Usm detiene il 78% del pacchetto azionario, che incorpora la Pearson
& Bennion Ltd ed acquisisce il controllo di tutte le attività del gruppo statunitense
relative alla Gran Bretagna ed all’Isola di Man;
• il 24 aprile 1900 viene creata la United Shoe Machinery de France, con un capitale
di quasi 4 milioni di franchi di cui Usm detiene il controllo totale. La società è il
risultato della fusione della filiale parigina dell’International Goodyear Shoe
Machinery con due imprese francesi: la Albert Hermann & Co. e la Societè des
Usines Pocock. Lo stabilimento posseduto da quest’ultima, di dimensioni insufficienti
per il volume di attività da svolgere, fu sostituito nel 1903 da uno più grande
e moderno a Ivry sur Seine;
• il 21 luglio 1900 viene fondata a Zurigo, con capitale pari a 100mila franchi
svizzeri, la Sweijersche Vereinigte Schumaschinen A.G. che incorpora la Import
Amerikanische Maschinen A.G., attiva sin dal 1896;
• il primo di ottobre del 1900, la Maschinen & Werkzeugfabrik e la filiale di
Francoforte dell’International Goodyear vengono fuse nella Deutsche Vereinigte
Schumaschinen Gesellshaft che dispone di un capitale pari a 2,5 milioni di marchi.
Il successo che deriva da tali iniziative non trova termini di paragone
in tutta la storia dell’industria meccano-calzaturiera. L’attività dell’Usm finirà
La sede della Usm a Beverly nel 1907

per segnare praticamente i due terzi del secolo. Pochi dati sono sufficienti a
rappresentare il ruolo che il gruppo statunitense ha rivestito a livello sia americano
che mondiale.

All’inizio del ‘900 l’Usm possiede circa 15mila brevetti, il suo
experimental department annovera 130 fra inventori e progettisti, la sua rete di
assistenza consta nel solo Massachusetts di oltre 360 tecnici. Nel 1906 le macchine
fornite in leasing negli Stati Uniti assommano a 25.605 unità e quelle
offerte con la medesima modalità negli altri paesi risultano pari a 2.738 unità;
in Germania si stima che circa i due terzi delle macchine per calzature impiegate
dall’industria nazionale siano del gruppo statunitense, infine in Gran
Bretagna la filiale di Leicester del gruppo si avvia a divenire la più importante
realtà dell’industria meccano-calzaturiera europea.
Come detto in precedenza il dominio del gruppo si protrarrà a lungo.
Nel 1920 uno studio della Corte Suprema degli Stati Uniti stima che le macchine
dell’Usm rappresentino il 95% delle macchine impiegate dai calzaturifici statunitensi.
Tale dato e le modalità attraverso cui Usm lega il cliente a sé valgono
all’impresa statunitense anche il primo processo per pratiche anticoncorrenziali
nel 1918. Il giudizio della Corte Suprema darà in questo caso ragione all’impresa
affermando la legittimità della difesa dei propri brevetti. Il dibattito aveva trovato
eco anche in Italia ove La Conceria e Calzoleria Meccanizzata aveva ripreso
alcuni articoli comparsi su Shoe & Leather Reporter e su Superintendent and
Foreman relativi all’introduzione di un nuovo sistema di macchine per calzature:
“[i] fabbricanti di calzature aspettano con vivo interesse l’esito dei procedimenti
legali iniziati dalla United Shoe Machinery Co. le cui macchine sono usate,
subordinatamente a contratto di noleggio dalla massima parte dei fabbricanti di calzature
contro la Thomas G. Plant Co., che ha sostituito le macchine della United Shoe
Machinery Co con altre della Wonder Worker Shoe Machinery Co. di Boston.”9 Successivamente
la rivista italiana aveva dato notizia del fatto che: “ Il Governo
Federale Nord Americano ha fatto una istanza al Tribunale di Boston onde venga
emessa un’ordinanza che sancisca lo scioglimento della Corporazione della United
Shoe Machinery Co. e delle Compagnie alleate e prevenga l’ulteriore rafforzamento
dei brevetti e l’uso esclusivo dei contratti di noleggio che il Trust ha con quasi tutti i
fabbricanti di calzature.”10
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, nel 1947, si stima che
l’Usm soddisfi da sola circa lo 85% della domanda statunitense di macchine
per calzature, nonostante i competitori del gruppo siano circa ottanta11 . Per
fronteggiare una simile richiesta l’Usm dispone di un magazzino che comprende
107mila componenti di ricambio e impiega 1.500 addetti distribuiti in
17 stati, di questi ultimi ben 828 sono roadmen incaricati sia di garantire la
manutenzione delle macchine che di installare le macchine stesse ed istruire il
personale che le utilizzerà. A sostenere la competitività delle macchine della
“Compagnia” si ritrova lo stesso invariato investimento nello sviluppo della
tecnologia. All’inizio del 1950 Usm impiega 572 persone nell’attività di ricerca
relativa alle calzature, ai materiali ed alle macchine e, nell’anno che l’ha preceduto,
ha speso per tali attività 4,3 milioni di dollari. Al fine di meglio valutare
la portata di tali dati è sufficiente ricordare come in quel periodo fra i produttori
di macchinario solo la General Motors disponesse di laboratori più grandi.
A metà degli anni ’50 Usm è oggetto di un nuovo processo per pratiche
contro la concorrenza. In questo caso fra i giudici prevale l’orientamento a
privilegiare la difesa della concorrenza; ne consegue che vengono rivisti i termini
della copertura brevettuale e, soprattutto, vengono ridefinite le clausole
dei contratti di leasing, dando di fatto inizio al progressivo indebolimento del
gruppo americano ed al ridimensionamento del suo ruolo. Pochi dati consentono
di fotografare il declino irreversibile del gruppo americano. Se nel 1955
Usm disponeva di un parco macchine concesso in leasing pari a 100.525 unità,
nel 1964 il numero delle macchine installate presso i calzaturifici crolla a 28.819
e, analogamente, il personale destinato all’assistenza passa da 846 a soli 349
roadmen.

La Germania a cavallo dei secoli XIX e XX

Nella strategia di Usm il possesso della tecnologia costituisce il fattore
competitivo per eccellenza, la risposta alla minaccia di innovazioni tecnologiche
sviluppate da altri si è tradizionalmente tradotta nell’acquisizione del brevetto o
in quella dell’impresa che lo aveva sviluppato. Inoltre, attraverso l’acquisizione
di altre imprese meccano-calzaturiere il gruppo statunitense conseguiva un altro
risultato, certamente non marginale, qual è quello di ridurre la pressione
competitiva e di incrementare in modo consistente i propri profitti.
Il rilievo della scelta delle acquisizioni diviene ancor più rilevante quando la competizione si sposta al di fuori del Nord America e, in particola re, investe i paesi europei. Gli anni a cavallo della fine del secolo sono testimoni dell’iniziativa degli statunitensi che “[o]nde assicurarsi il primato, spalleggiati dalla superiorità dei loro brevetti e che non indietreggiano dinanzi ad alcuna spesa pur d’imporsi, hanno rilevato parte delle ditte commercianti sul continente in macchine per calzature. [..] per l’industria della calzatura in Inghilterra, in Francia, Svizzera, Germania, Austria eravi un certo numero di importatori di macchine americane che s’era riservato l’esclusività della vendita dell’una o dell’altra macchina come per esempio Pocock in Francia, Pearson & Benion, Gardner & C. in Inghilterra, Gross in Germania, ecc. Tutte queste ditte fabbricavano macchine che erano modelli di loro proprietà ovvero copie di originali americani. [..] La United acquistò queste fabbriche, alla cui direzione prepose gli antichi proprietari e divenne così l’arbitra del mercato.” 12 Tale scelta se da un lato offriva ad Usm un dominio completo del mercato europeo, dall’altro trasformava gli industriali europei in “semplici” dipendenti, contribuendo paradossalmente allo sviluppo ed all’affermazione di nuove esperienze imprenditoriali. “Infatti gli altri fabbricanti cercarono con ogni mezzo di produrre delle macchine da rivaleggiare con quelle della United, ciò che riusciva loro facile poiché i brevetti nella massima parte degli Stati del continente erano privi di valore e bastava quindi copiare i modelli della United.”13
Fra le poche imprese europee rimaste indipendenti rientrano la Johnson
& fils di Parigi, la Keats e la Moenus di Francoforte. Proprio l’industria tedesca
offre il maggiore esempio di successo nel tentativo di contrastare ed affermare
una produzione meccano-calzaturiera autonoma. “La ditta [Moenus] si è emancipata
completamente dall’America, tutte le sue macchine si fabbricano negli ampi laboratori
della ditta e appunto con un’esecuzione che, non solo non è inferiore all’americana,
ma per costruzioni ben ideate, sperimentate con la profondità di pensiero tedesca, per
molti rapporti la supera. I fabbricanti tedeschi di scarpe e di cuoi trovano quindi nelle
macchine tedesche Moenus dei sostituti perfetti ai prodotti americani; sono quindi indipendenti dalle macchine americane [..] L’impresa assolutamente tedesca ha accettato con successo la lotta contro l’America [..] (per) rendere indipendente l’industria tedesca dei cuoi e scarpe dall’industria delle macchine americana.”14
L’avvio del processo di industrializzazione della produzione calzaturiera
in Germania viene fatto risalire agli anni '60 dell’Ottocento. L’affermazione
della meccanizzazione della fabbricazione della calzatura progredisce di pari
passo con la progressiva riduzione del rifiuto per il prodotto industriale e con
la contestuale richiesta della lavorazione a mano e su misura. Le ragioni di
tale affermazione sono numerose; le più rilevanti vanno individuate nella
possibilità offerta al consumatore di godere di una scelta maggiore, di provare
la scarpa e di poter concludere l’acquisto in pochi minuti; nonché nell’aumento
della popolazione. Nel caso tedesco il differenziale di prezzo, pur importante,
sembra assumere un rilievo minore; il divario di prezzo fra scarpa
industriale e scarpa artigianale risulta essere assolutamente minore rispetto
ad oggi: il prezzo di un paio di scarpe di tipo “fine” era mediamente pari a
16,5 marchi per quelle prodotte industrialmente ed oscillava fra 18 e 20 marchi
per quelle artigianali.
Spetta alle imprese commerciali ed alle officine il merito di aver contribuito
per prime alla diffusione delle forme di meccanizzazione della produzione
calzaturiera tedesca. All’importazione ed alla riproduzione delle prime
macchine prodotte all’estero, principalmente negli Stati Uniti, è associata
la nascita e lo sviluppo delle imprese che successivamente contenderanno ad
Usm il mercato tedesco e quello europeo, qual è il caso della già ricordata
Moenus.
Le origini della Moenus AG di Francoforte, risalgono al 1863, all’avvio
a Bockenheim della Weber & Miller. L’impresa che porta i nomi dei due
fondatori –Ludwig Weber e Friedrich Miller– associa infatti all’attività di fonderia
quella di importazione di macchine per calzature americane. La produzione-
riproduzione di macchine per calzature viene avviata nel 1871
avvalendosi dell’apporto di operai specializzati tedeschi rientrati in Germania
a seguito della sconfitta con la Francia ove avevano acquisito le proprie
competenze meccaniche. Dopo il trasferimento a Francoforte, nel 1886 l’impresa
si trasforma nella Miller & Andrae e successivamente, nel 1889, si unisce
alla C.S. Larrabée & Co. Le due imprese incentrano la propria attività principalmente
nella distribuzione e nella riproduzione delle macchine per calzature
americane, ricorrendo a ciò che oggi verrebbe definito reverse engineering.
A riprova del ruolo rivestito dal riferimento statunitense, le due imprese prendono
il nome di “Società tedesco-americana di macchine per calzature”.
Il consolidamento dell’attività industriale associato all’unione con la Groß
& Co. (1890) di Francoforte e con la Klein & Hammer di Pirmasens, conduce
infine nel 1900 all’affermazione di un’identità esclusivamente tedesca ed all’assunzione
della definitiva ragione sociale di Maschinenfabrik Moenus A.G. di
Francoforte. Con tale denominazione, il neo gruppo tedesco si propone come
produttore in gra1do di fabbricare ed offrire ogni tipologia di macchina per
calzature e, conseguentemente, capace di confrontarsi con la produzione della
Usm.
Il rilievo economico raggiunto da Moenus non è comunque inferiore
alla sua importanza storica, infatti proprio la Weber & Miller costruirà la prima
macchina per calzature tedesca; quest’ultima, una macchina per infiggere
in modo meccanico semenze di legno nella suola, viene progettata e sviluppata
fra il 1868 ed il 1870 da H. Kuhlmann, un meccanico di Glückstadt, che trae
spunto dall’osservazione del lavoro
svolto manualmente. La macchina
di Kuhlmann, a testimonianza
della fama ottenuta, nel 1872 viene
acquistata anche da un importante
produttore di calzature inglese.
Gli anni '60 e '70 vedono il fiorire
di molte iniziative. Soffermandosi
sulle tecnologie è possibile ricondurre
al 1865 l’introduzione sul mercato
tedesco della prima trancia, imitazione
fedele di quella della francese
Dailloux; nel 1867 viene importata
dall’Inghilterra da Otto von Hertz la
macchina per stirare gli stivali.
Sul versante delle iniziative
imprenditoriali, nel 1863 viene
fondata a Pirmasens la Ferdinand
Schäfer, produttrice di trance e
macchine per la fabbricazione di
tacchi e di ornamenti precedentemente
importate dalla Francia. Sempre a Pirmasens e focalizzato sui medesimi
prodotti, J. Sandt, fabbro e riparatore di macchine per calzature, inizia nel
1867 la propria attività industriale. Fra il 1872 ed il 1874 vengono fondate
altre due imprese: la prima nasce per iniziativa di Petersen, un fabbricante di
calzature di Flensburg, che propone sistemi per preparare e tagliare la pelle;
e attraverso la seconda, Schäfer introduce sul mercato le sue trance. Partendo
Copertina del catalogo del 1907 di Moenus - le 400
pagine che lo compongono sono suddivise in 4 sezione
da una produzione artigianale –pressa a bilanciere rotante con volano– diventerà
nel tempo uno dei produttori tedeschi più affermati.
Nonostante le iniziative ricordate, in Germania la produzione di macchine
per calzature all’inizio degli anni '80 vede ancora la presenza massiccia
dell’industria statunitense che opera attraverso le filiali delle imprese successivamente
fuse nella Usm. La Tabella 1 propone a tal fine il quadro delle
macchine prodotte in Germania sino agli anni '80.


Con l’ultimo decennio del secolo XIX il ruolo delle imprese tedesche
tende ad aumentare, anche in ragione della comparsa di nuove macchine come
la Fortuna, che consolidano la competitività della produzione tedesca. La riprova
forse migliore della crescita qualitativa e quantitativa della produzione
tedesca può essere letta ancora una volta nelle prestazioni economico-industriali
di Moenus. L’impresa nel 1892 fatturava 616.800 marchi; nove anni più
tardi, nel 1900 le sue vendite erano triplicate avendo raggiunto la cifra di
1.813.800 marchi. In modo analogo la superficie della fabbrica era pari nel
1862 a 450 metri quadrati mentre nel 1900 l’area è pari a 12mila metri quadrati,
di cui ben 6.600 occupati da costruzioni.
Per quanto concerne il livello tecnologico è sufficiente ricordare come
Moenus abbia ottenuto all’esposizione mondiale di Parigi del 1900 il “Grand
Prix”, cioè il miglior attestato di una riconosciuta capacità innovativa.

Le ripercussioni delle politiche sui brevetti
I primi anni del XX secolo sono testimoni dell’avvio della profonda trasfor -
mazione che investe l’industria meccano-calzaturiera a livello internazionale.
Mutano le strategie della neonata Usm e, in particolare, le forme della sua
presenza in Europa per il concomitante interagire di contingenze diverse. Da
un lato viene indebolito il potere protettivo dello strumento brevetto e, dall’altro
lato, aumenta la pressione competitiva portata dalle produzioni nazionali.
Se i primi due decenni non registrano iniziative significative in Italia,
diversa è la situazione della Germania, che continuerà il proprio rafforzamento
e la propria espansione, e quella della Gran Bretagna che forse più di tutti
trarrà vantaggio dall’introduzione di vincoli più stringenti per la protezione
brevettuale.
Con il primo giorno del 1908 diviene operativa la nuova legge sui brevetti
precedentemente votata dal Parlamento britannico. La normativa adottata
in Gran Bretagna “stipula che, d’ora innanzi, non basta d’avere ottenuto la rinumerazione d’un brevetto in Inghilterra per assicurarsene ipso facto la proprietà. E’ necessario inoltre che questi brevetti siano sfruttati nel Regno Unito, in un lasso massimo di quattro anni dopo la loro dichiarazione di validità.”15
Gli effetti stimati riportati nello stesso articolo sono impressionanti;
vengono preventivati un aumento annuale di “635 milioni di lire nelle cifre d’affari del Regno Unito e nel medesimo tempo una nuova sorgente di lavoro per migliaia
di operai. Trenta grandi fabbriche sono già state costruite in un anno per approfittare
dei brevetti tedeschi ed americani di cui i titolari si limitavano finora ad importare i
loro prodotti in Inghilterra. Ora invece sono obbligati di fabbricarle sul posto ed assumere
operai inglesi per fabbricarle con macchine inglesi costruite anche da operai inglesi
e funzionanti con del carbone inglese. In una sola contea due fabbriche estere
hanno speso L. 3.750.000 soltanto nella compera dei terreni.”16
La Gran Bretagna nel volgere di pochi anni riesce quindi a recuperare gran parte del ritardo tecnologico cumulato.
Nondimeno, il contributo maggiore allo sviluppo del comparto meccano-calzaturiero inglese spetta ancora una volta ad Usm o, meglio, discende dalle scelte strategiche cui il gruppo statunitense è indotto dall’introduzione delle nuove leggi in materia
di brevetti. Lo sviluppo della British United Shoe Machinery, Busm fondata
solo pochi anni prima, assume per
Usm una rilevanza strategica che
travalica le dimensioni del mercato
britannico. Le origini della Pearson &
Bennion, cioè dell’impresa inglese attorno
a cui viene creata Busm nel 1899,
risalgono alla prima metà dell’Ottocento.
L’impresa britannica nasce dalla
fusione nel 1882 a Leicester per opera
di Merry e Bennion. I due soci rilevano
infatti la E. Tomlin & Sons, un’officina di Leicester fondata nel 1840 che
produce presse e fustelle, e la William Pearson & Co., sorta nel 1845 a Leeds
per produrre macchine da cucire e presse. La Busm nel volgere di pochi decenni
diviene uno dei maggiori protagonisti dello scenario internazionale. Al
momento della fondazione l’impresa può contare su 200 dipendenti; nel 1906
gli addetti sono già saliti a 800, di cui 100 sono quelli che si occupano del


Copertina del catalogo del 1917 della BritishUnited Shoe Machinery
servizio ai calzaturifici. Sempre nel 1906 l’experimental department di Busm avvia
lo sviluppo autonomo delle macchine per calzature richieste dal mercato inglese.
Nel 1912 infine la capogruppo americana attribuisce a Busm il controllo
di tutte le attività possedute in Australia e Nuova Zelanda, rendendo palese
la portata degli interventi legislativi introdotti in Gran Bretagna. Negli anni
’30 Busm è probabilmente il più importante produttore europeo di macchine
per calzature e negli anni’60, quando tocca il suo massimo sviluppo, giunge
ad occupare oltre 9mila dipendenti.
1 “Progressi nell’industria delle calzature … in America”, La conceria e calzoleria meccanica (d’ora
in poi LCCM), 29 agosto 1909.
2 Blanche Evans Hazard, The Organization of the Boot and Shoe Industry in Massachusetts before
1875, Harvard University Press, Cambridge, 1921.
3 Ibidem, p. 86.
4 “L’operaio americano. Tempo è denaro”, LCCM, 22 agosto 1909.
5 “Le scarpe fabbricate in Inghilterra”, LCCM, 20 luglio 1907.
6 Ross Thomson, “Economic Forms of Technological Change”, Ross Thomson (ed.) Learning and
Technological Change, St. Martin’s Press, New York, 1993.
7 Ross Thomson, The path to mechanized shoe production in the United States, The University of
North Carolina Press, Chapel Hill and London, 1989.
8 Iain Howie, Serving the Shoemaker for 100 Years. British United Shoe Machinery, Leicester, 1999.
9 “Concorrenza in prospettiva nelle macchine per calzature”, LCCM, 5 settembre 1910.
10 “L’azione del Governo americano contro il Sindacato delle fabbriche di macchine da calzature”
LCCM, 5 aprile 1912.
11 Carl Kaysen, United States v. United Shoe Machinery Corporation, Harvard University Press,
Cambridge, Massachusetts, 1956, pp. 39-50.
12 “Della scelta delle macchine di calzature”, LCCM, 5 aprile 1907.
13 Idem.
14 “Traslazione della fabbrica di macchine Moenus”, La Conceria (d’ora in poi LC), 5 agosto 1901.
15 “Gli effetti di una nuova legge sui brevetti in Inghilterra”, LCCM, 24 gennaio 1909.
16 Idem.


CAPITOLO SECONDO

INDUSTRIALIZZAZIONE E MECCANIZZAZIONE DELLA PRODUZIONE CALZATURIERA IN ITALIA

In un articolo comparso nel 1906 sul “Shoe and Leather Reporter” di Boston,
James E. Dunning, Console statunitense a Milano, of fre una delle prime
disamine della domanda e dell’of ferta di calzature in Italia. Sul versante nazionale
per trovare uno spazio dedicato all’informazione ed al dibattito sulle
vicende dell’industria calzaturiera occorre aspettare il 1907. In tale anno, come
risulta dall’editoriale del numero 304, firmato dal direttore della testata, Ettore
Andreis, la rivista “Conceria Italiana” ”ha chiamato in famiglia la sua figlia
primogenita, ‘la calzoleria’, e perciò ha preso il nome collettivo di Conceria e Calzoleria
Meccanica”. L’obiettivo della Calzoleria Meccanica è reso esplicito da Alfredo
Dick, redattore capo della neonata sezione, e consiste nell’aiutare “nella
misura del possibile lo sviluppo dell’industria della calzoleria“. Il ritardo italiano
nello sviluppo in senso industriale del settore calzaturiero trova puntuale conferma
nella pratica assenza di riviste specializzate. Nel 1905, a fronte della
sola “Conceria Italiana”, le riviste che negli altri paesi si rivolgono alla filiera
del cuoio sono 25 negli Stati Uniti, 16 in Germania, 9 in Gran Bretagna, 7 in
Austria, 6 in Francia, ecc. 1
Fra i primi contributi finalizzati allo sviluppo di una cultura industriale nell’ambito della produzione calzaturiera, spicca un articolo dedicato alla valutazione del mercato calzaturiero italiano. Lo stimolo offerto dalla rivista alla riflessione dei produttori di scarpe nazionali è rappresentato proprio dalla traduzione dell’articolo di James E. Dunning. Nell’articolo il Console statunitense sostiene la competitività delle scarpe statunitensi sia dal punto di vista della qualità –intesa come design, bontà delle materie prime ed efficacia del processo produttivo– che da quello dei costi, a sottolineare la superiore efficienza della produzione meccanizzata statunitense2 .
Le preoccupazioni della redazione per l’arretratezza dei processi pro duttivi delle imprese nazionali e, conseguentemente, per il livello qualitativo
delle calzature italiane sono del resto rese evidenti dalla difesa d’ufficio della
produzione italiana approntata da Alfredo Dick. Le argomentazioni addotte
spaziano dalla distinzione fra manifattura della scarpa e qualità delle materie
prime impiegate –“è un fatto incontestabile che quelle americane se hanno pressoché
raggiunto la perfezione dal lato della lavorazione, lasciano a desiderare per la
qualità”– alle peculiarità “fisiche” dell’italiano –per il quale viene sostenuto
che “la struttura del piede italiano è ben diversa da quello tedesco, svizzero, inglese,
americano, e che s’avvicinano invece a quello francese, formando anzi il trait d’union
fra il francese e lo spagnolo”– all’intransigenza dell’industriale americano, che non si
diparte dalla sua linea di condotta, non già di vendere il prodotto chiestogli dal cliente,
ma di indurre il cliente ad acquistare quanto egli fabbrica.”3 Nondimeno il redattore
deve convenire con la disamina di Dunning che sottolinea “l’importanza sia
della fabbricazione della calzatura che del vasto campo di vendite che è già divenuto e
che può ancora maggiormente diventare il mercato italiano. Ciò deve servire di serio
avvertimento ai fabbricanti di calzature italiani che non possono ignorare quanto la
concorrenza americana sia temibile. […] Ci risulta inoltre che non soltanto gli americani
pensano alla possibilità d’introdursi colla loro invadenza abituale nel nostro mercato,
ma che altresì una delle più antiche Case tedesche si propone di aprire prossimamente
un magazzino di Calzature in Milano onde introdurre quivi i suoi prodotti.”
In effetti la tradizione calzaturiera artigiana, tanto antica quanto diffusa
sul territorio, è in Italia assolutamente predominante. Testimonianze della
presenza radicata di artigiani calzaturieri si possono rintracciare quasi in
ogni regione italiana, dalla Lombardia alle Marche, dal Veneto alla Toscana,
alla Campania. Il passaggio alla produzione industriale avviene quindi relativamente
tardi rispetto a quanto rilevato per gli Stati Uniti o per i maggiori
paesi europei, dal Regno Unito alla Francia e alla Germania.
Che la razionalizzazione assunta dall’ipotesi industriale –ancor prima
che da quella meccanica– sia ancora culturalmente complessa da conseguire,
traspare del resto sia dalla rivista che dalle iniziative di alcuni imprenditori.
Il ritardo nel passaggio dalla scarpa “su misura” a quella “pronta” e,
viceversa, la rapidità e la quasi contestualità dello sviluppo delle fasi di industrializzazione/
razionalizzazione e di meccanizzazione assumono un peso significativo
nell’indirizzare la crescita del comparto delle macchine per calzature.
I possibili parallelismi fra i distretti del Massachussetts e quelli italiani
–Vigevano in primo luogo– si esauriscono comunque nell’organizzazione del
processo distribuito sul territorio, differendo significativamente nei tempi di
sviluppo dei singoli settori e nella natura del contribuito apportato. Paradossalmente
il distretto calzaturiero di Vigevano ha potuto trarre minor vantaggio
dallo sviluppo del tessuto di imprese di macchine per calzature di quanto
ne abbiano ricavato gli altri distretti calzaturieri italiani.
La cronaca dell’industrializzazione della produzione calzaturiera nazionale
lascia trasparire gli aspetti che maggiormente contribuiscono a rendere
peculiare il percorso evolutivo del comparto meccano-calzaturiero italiano.
In particolare, risalta il ruolo svolto dall’iniziale sviluppo del polo vigevanese
che, dapprima, svolge la funzione di “incubatore” di nuovi imprenditori meccanici
e, successivamente, quella di “laboratorio” per le innovazioni che contribuiranno
all’affermazione dei distretti calzaturieri italiani nel mondo.
Lo sviluppo delle condizioni che accompagnano gli esordi del
comparto nazionale delle macchine per calzature viene articolato nel seguito
a partire dalle storie dei pionieri italiani dell’industria calzaturiera. Successivamente
vengono richiamati gli anni della rincorsa alla competitività e del
primo consolidamento del tessuto calzaturiero nazionale. Il capitolo si conclude
con l’illustrazione della specificità del distretto vigevanese.

I “pionieri” dell’industrializzazione fra razionalizzazione e meccanizzazione

Secondo una leggenda fatta risalire al VII secolo, l’abate di Fleurj-sur-Loire
lasciando in eredità due paia di sandali diede istruzioni affinché questi venissero
attribuiti periodicamente ai più meritevoli fra gli ospiti dell’Abbazia. In
Italia all’inizio del XX secolo il sandalo ha certamente cessato d’essere un bene
capitale, nondimeno la calzatura è ancora lungi dall’essere un bene di consumo,
e tanto meno dall’essere un prodotto standardizzato di massa. Esemplare
di una concezione del prodotto e del corrispondente processo ancora in fase
di trasformazione è il quadro dell’industria calzaturiera che emerge dalle pagine
della “Conceria Italiana” del 1900: “Ecco una simpatica industria domestica,
che va in parte diventando grande industria meccanica, tanto in Italia che altrove. [..]
Il lavoro delle calzature si faceva a mano nelle case e nelle botteghe: la classe dei calzolai (dei Crispini!) fu sempre numerosa e venne aumentando. Operai di allegra indole tradizionale, cui ha sempre piaciuto la così detta vacanza del lunedì, del martedì … e forse anche del mercoledì, potendo bastare alla vita il lavoro affrettato della fine della settimana, perché i clienti eleganti amavano avere le calzature nuove in domenica. [..]
Oggidì anche i calzolai sono più assidui, meglio organizzati, e quindi guadagnano di
più, come comportano le attuali esigenze della vita. Vi sono proprietari di bottega, veri
capi di aziende (cui sono addetti numerosi lavoranti), provviste di mezzi, e che alimentano anche altri operai confezionatori, i quali lavorano a domicilio, facendosi eventualmente assistere dai membri delle loro famiglie: questi producono, senza capitali,
in buone condizioni economiche, permettendo al capo bottega, che dà gli ordini, i cuoi,
le misure, le istruzioni (gli attrezzi rappresentano ben poco), di caricare sui prezzi
una quota di spese generali, e di guadagno. In quanto al committente, egli paga sempre gli stessi prezzi di una volta, senza aver sentito, si può dire, quasi nessun vantaggio dalle fluttuazioni delle materie prime e dai progressi dell’industria delle pelli, né dalle introdottesi macchine a cucire.”4
Se dalla suggestione impressionistica si passa a quella statistica, la
sostanza del quadro non presenta significativi cambiamenti. I dati sul consumo
pro-capite di calzature negli stati Uniti ed in alcuni paesi europei intorno
al 1913 confermano la condizione di arretratezza italiana. In media il consumatore
italiano continua ad incontrare “difficoltà” nel dotarsi di calzature (Tabella
1). Gli italiani mostrano di comprare un paio di scarpe ogni due anni
mentre statunitensi ed inglesi giungono a consumarne quasi cinque volte tanto
(2,4 paia all’anno per i primi e 2,3 per i secondi) e circa tre volte i tedeschi, i
francesi e gli spagnoli (1,6 paia all’anno i primi e 1,3 gli altri).
Di fronte al quadro di arretratezza tecnologico-produttiva del settore
in Italia, appare ancora più significativa l’intraprendenza di quei pionieri che,
con la loro visione innovativa, posero i presupposti per la nascita e lo sviluppo
di un’industria calzaturiera moderna.
Diversi imprenditori italiani si contendono il primato della meccanizzazione
del processo produttivo. Pur importante, il dato appare forse meno
decisivo quando posto in relazione allo sviluppo del comparto meccano-calzaturiero.
L’introduzione di innovazioni tecnologiche da parte di tali pionieri
svolgerà una funzione di stimolo per l’origine e lo sviluppo di un’industria
meccanica nazionale solo allorquando verrà associata anche all’adozione di
talune innovazioni organizzative da parte delle imprese calzaturiere. La portata
di tale convergenza di iniziative diverrà evidente in tutta la sua dimensione
con il secondo dopoguerra.

Fonte: Elaborazione su dati degli Archivi Economici di Amburgo, Eco delle industrie e dei commercio del cuoio e delle calzature (d’ora in poi Eco), 1926.

Nondimeno non è possibile non rendere il dovuto riconoscimento a
chi per primo ha posto le premesse per una modalità produttiva nuova ed ha
suggellato l’irreversibile trasformazione della scarpa da prodotto commissionato
a prodotto standardizzato, contribuendo alla trasformazione delle forme
di distribuzione del prodotto ed all’apertura di nuovi segmenti di mercato.

Raimondo Rovatti

Affidandosi alle celebrazioni delle pagine della “Conceria Italiana” il ricordo
non può che iniziare con Raimondo Rovatti, definito dalla rivista, “il padre
dell’industria meccanica delle calzature in Italia”.5
La storia di Rovatti è emblematica da diversi punti di vista nei termini
in cui riesce ad abbinare efficacemente l’idea della scarpa pronta con gli
interventi lungo tutta la catena produttiva. L’attività imprenditoriale si manifesta
in una visione globale: a partire dalla standardizzazione della calzatura
l’imprenditore ridefinisce le caratteristiche della relazione produzione-vendita.
Alla scelta della scarpa confezionata si associa la scelta di una produzione
standardizzata e, in seguito, meccanizzata. In un processo circolare, ai vincoli
strutturali delle economie tecnologiche di scala consegue l’espansione della
capacità distributiva. Impressionante la progressione: alla scelta della calzatura
confezionata seguono nel volgere di 15 anni l’apertura di tre stabilimenti
per la produzione meccanizzata delle scarpe, l’apertura di 16 negozi in città
diverse ed innovazioni sia sul versante commerciale sia su quello dell’organizzazione
del lavoro.
Scorrendo le note della “Conceria Italiana” si scopre come Raimondo
Rovatti nasca in provincia di Modena, a Mirandola, nel 1845, inizi ad apprendere
il mestiere di calzolaio dal padre quando non ha ancora compiuto 10
anni e prosegua il proprio perfezionamento a Bologna a partire dal 1873. E’
però a Milano, ove giunge nel 1876, che Rovatti inizia la sua avventura imprenditoriale;
dopo pochi anni di lavoro presso la ditta Francesco Rossi (filiale
di via Solferino), nel 1880, “trovato nel concittadino Alberto Crema un socio
capitalista”, apre in via Torino un laboratorio con annesso negozio, quest’ultimo
definito dalla rivista sontuoso nonché “primo in Milano, per la vendita delle
calzature confezionate. In breve gli operai crebbero a circa un’ottantina, l’azienda
fioriva e si dovette più volte ampliare il negozio ed il laboratorio”6 .
Nel 1887 i due soci, venuti a conoscenza del fatto che in Germania si
producono “a macchina delle perfette calzature”, e dopo un viaggio a
Francoforte, fondano a Milano il primo stabilimento meccanico di calzature,
in via Rugabella 3. Inizia quindi l’apertura di filiali commerciali in altre città
–alla fine saranno 16– che si accompagna all’idea della “vendita a prezzo
unico” ed avvia una modesta esportazione in Austria, Ungheria, Germania e
Svizzera.7 Giuseppe Padovan offre una ricostruzione forse meno aulica, ma
probabilmente più realistica nei termini in cui sottolinea implicitamente il problema
della distribuzione del prodotto confezionato e rende concreto il confronto
con quanto avviene all’estero. In tal senso, con riferimento alla crescita
del laboratorio di Crema & Rovatti l’Autore aggiunge che “la produzione avrebbe
potuto raggiungere proporzioni assai più alte se non avesse urtato contro la concorrenza delle calzature fabbricate a macchina all’estero, specialmente negli Stati Uniti d’America, in Boemia, Svizzera ed Inghilterra, che incominciavano appunto allora ad incontrare il gusto del pubblico italiano. Perciò il Rovatti si decise, nel 1887, ad acquistare in Germania tutte le macchine necessarie”.8
Nel 1889 Crema e Rovatti aprono un nuovo stabilimento, appositamente
progettato, sempre a Milano. “Quasi contemporaneamente un’altra fabbrica
meccanica di calzature sorgeva a Busto Arsizio per opera di una società di forti
capitalisti. Ma in brevissimo tempo dovettero abbandonare l’impresa per insufficienza di
tecnica ed offrirono alla ditta Crema & Rovatti ciò che per lei rappresentava una disastrosa passività. La ditta accettò ed in un primo esperimento di un sol giorno, con le stesse macchine, con gli stessi operai, il Rovatti seppe ottenere risultati sorprendenti [..]
in breve tempo la ditta occupava ben 350 operai nei due soli stabilimenti.”9
Nel 1894 la Crema & Rovatti apre un terzo stabilimento a Monticello Brianza; gli operai diventano così oltre 500 alla sola confezione. “In quest’epoca, e con notevolissimo
profitto, si adottò il sistema di confezionare le tomaie ideato dal Rovatti in un modo veramente geniale.
Si trattava della suddivisione di tutte le singole operazioni a tante donne quante erano le operazioni stesse, ed in numero proporzionato alla loro durata, adottando il principio di usufruire delle macchine da cucire, a motore, in tutte le 10 ore di lavoro, sfruttando il più possibile i loro 1.200 punti al minuto”.10

L’esperienza di Giuseppe Borri

Di non minor rilievo rispetto al Rovatti è la figura di Giuseppe Borri, nato a
Busto Arsizio nel 1867, anch’egli figlio di un calzolaio ed avviato al mestiere
quando aveva solo 9 anni. Ad un primo periodo di perfezionamento a Milano ne
segue un secondo svolto in Svizzera, ove si trasferisce a soli 14 anni. Ad attrarlo
in Ticino è la possibilità di apprendere le nuove tecniche della produzione
calzaturiera meccanizzata di cui ha sentito parlare. La prima esperienza matura
a Locarno dove Borri rimane due anni, anche se il proprio personale perfezionamento
rimane circoscritto alla lavorazione a mano. Successivamente, “passando
da un laboratorio all’altro, con perseveranza di propositi, impara in tutti i particolari la
fabbricazione meccanica.” Dopo il rientro in Italia per assolvere agli obblighi di
leva, nel 1892, in un modesto locale di vicolo Albrisi, dà avvio alla produzione
meccanica di calzature, impiegando “macchinari ch’egli fa costruire su propri progetti”
e fabbricando calzature per uomo, donna e bambini. “Le difficoltà che egli
Manifesto del 1890 di Crema & Rovatti che pubblicizza le calzature a prezzo unico incontra sono grandissime: tutto è da creare dal nulla per attrezzamenti e per organizzazione; deve provvedere ad istruire maestranze nuove, anzi ostili a questo genere di lavoro
[..] Superati questi interni ostacoli, deve inoltre lottare contro la enorme riluttanza del
consumatore che predilige la scarpa fatta a mano [..] Nel 1899 trasforma il modesto locale dell’inizio in un laboratorio di più vaste proporzioni e vi impianta dei macchinari germanici,
per la fabbricazione delle calzature a guardolo (uso mano).” Nel 1900 visita la mostra
internazionale di Parigi dove l’Usm espone i suoi macchinari e “riconoscendoli
superiori a quelli da lui pur da poco installati, nella sua intraprendenza, li adotta, rinnovando il completo impianto esistente nel suo stabilimento.”11
Oltre ai nomi ricordati, il decennio finale dell’Ottocento può annoverare
pochi altri imprenditori che adottano macchinari per sostituire in tutto od in
parte la lavorazione tradizionale. Il centro delle iniziative rimane la Lombardia,
ove a Crema e Rovatti ed a Borri si aggiungono Piatti,12 Polli e Trolli. In particolare
l’esperienza di Luigi Trolli appare degna di attenzione sia perché mostra un
percorso imprenditoriale diverso, sia perché da tale iniziativa nasce nel 1910 il
“Calzaturificio di Varese”, cioè una delle imprese calzaturiere più importanti dei
primi decenni del secolo. “Nel 1899, Luigi Trolli, proprietario di uno stabilimento per
la rifinitura dei pellami e per la fabbricazione delle tomaie, che fin dal 1888 aveva importato macchine per quest’ultimo scopo si associa al commerciante Felice Sardi, e fonda la S.A.I. per l’industria pellami, calzature e affini. Vista la difficoltà di guadagnarsi la fiducia di grossisti e venditori, essa affida, nel 1903, la vendita al minuto alla Società Sardi, Trolli & C., che già nel primo anno di esercizio apriva numerosi negozi a Milano, Genova, Sampierdarena, Bologna e Torino.”
Altre esperienze significative sono quelle di Krebbs, che avvia la produzione
meccanica di calzature a Napoli, e di Giovanni Luigi Voltan a Stra13 .

I fratelli Bocca

Nonostante i Rovatti, Borri, Trolli, Krebbs e, più o meno contestualmente, il padovano Voltan, rappresentino altrettanti esempi di sfide vinte nei confronti della tradizione calzaturiera italiana, il contributo più importante dato alla trasformazione in senso moderno dell’industria calzaturiera italiana ed alla nascita di quella meccano-calzaturiera va riconosciuto a Luigi Bocca ed a suo fratello Pietro.
A Luigi Bocca spetta il merito di aver pensato, primo in Italia, alla produzione
calzaturiera in termini industriali, incentrata cioè sulla standardizza zione del prodotto. Sebbene agli inizi del 1870 i tempi per la standardizzazione
del processo produttivo e la sua meccanizzazione siano ancora prematuri,
la pur semplice razionalizzazione consentita dall’idea di produrre a magazzino
ha conseguenze enormi per la nascita e lo sviluppo di un’industria
calzaturiera a Vigevano, in primo luogo, e di quella nazionale in secondo. I
Bocca adottano e sviluppano l’organizzazione del lavoro delle cosiddette “batterie”.
Le batterie, allora operanti nelle più progredite zone industriali lombarde
e piemontesi, “erano costituite da piccole cooperative di non più di 12 intelligenti ed
intraprendenti artigiani che lavoravano riuniti, sempre interamente a mano; ma attuando
una rudimentale divisione del lavoro per cui uno tagliava, un altro giuntava,
un altro ancora montava e così via fino alla completa confezione della scarpa”14 . Le
implicazioni delle scelte organizzative dei Bocca sono rilevanti. Agli sviluppi
organizzativi della lavorazione al banchetto viene associato un elevato incremento
della produttività, sino a quadruplicare, in ragione del ricorso al “sistema
a squadra” o al “sistema a giro”. Il sistema a giro consente una produttività
maggiore e corrisponde di fatto all’integrazione in linea di operazioni diverse
svolte da singoli addetti o gruppi di addetti; il sistema a squadra prevede una
maggior formazione del personale, in compenso si “può fare anche nel laboratorio,
ove si impiega una maestranza limitata. La squadra è fatta in generale di 3 operai,
un uomo e due donne”. L’impiego delle donne, oltre a rappresentare un’innovazione
radicale per la produzione calzaturiera, permette compensi differenziati
sulla base dei compiti svolti –in tal senso nel 1907 i compensi medi “a dozzina”
a Vigevano prevedono: 1,25 lire per l’uomo, 0,75 lire per la donna
“chiodatrice” e 0,50 lire per l’altra–15 .
Analogamente a quanto avvenuto qualche decennio prima a Lynn, in
assenza di vincoli strutturali e di barriere tecnologiche, la divisione del lavoro
e la specializzazione delle lavorazioni divengono un modello imprenditoriale
riproducibile a bassi costi. La produzione è specializzata, limitandosi inizialmente
alla confezione di pantofole e scarpe da bambini e, in seguito, anche a
calzature da donna. Per collocare il proprio prodotto, venivano organizzati
due o tre viaggi all’anno al fine di visitare le principali città commerciali d’Italia
e raccogliere le ordinazioni necessarie a dare occupazione per l’intero anno
alle proprie maestranze.
L’avventura di Luigi Bocca prende avvio nel 1873. Dopo aver cumulato
le esperienze più diverse, quali lavorare da meccanico a Milano, partecipare con Garibaldi alla campagna del Tirolo e apprendere l’arte della realizzazione
della tomaia ancora a Milano, insieme al fratello Pietro e al cognato
Madonnini impianta a Vigevano la prima azienda per la produzione e lo smercio
all’ingrosso delle scarpe. Lo stabilimento ha sede in via Beccherie (che
successivamente diverrà via Giorgio Silva) e si avvale di “una quarantina di
esperti operai” che i due fratelli portano con loro a Vigevano. In una lettera
indirizzata al direttore del Corriere di Vigevano, la vedova di Luigi Bocca ricorda
come il contributo del marito alla nascita del comparto calzaturiero
vigevanese avesse investito sia lo sviluppo del prodotto sia quello del processo
produttivo. In tal senso, Domenica Ferrari Bardile riporta che “nel 1880 i
fratelli Bocca andarono a Parigi ed al
ritorno portarono con loro vari tipi di
scarpe che il Luigi seppe copiare a perfezione [e che, con riferimento al
processo] si propose di insegnare la
lavorazione delle scarpe alle donne,
lottò e vi riuscì mettendo il malumore
alla maestranza maschile [..] Nel 1900
ingrandì lo stabilimento ed avuta la
forza motrice dalla spettabile casa Fratelli
Bonacossa andò a Francoforte sul
Meno casa Moenus comperò le macchine
più moderne”16 . Nel frattempo
il Madonnini si distacca dalla
Società e fonda nel 1877 una propria
azienda in C.so Umberto I°
(allora Principe Umberto), emulato
nel 1882 da Pietro Bocca, che rimane
nella vecchia sede, mentre
Luigi Bocca si stabilisce nell’antica
via del Teatro (ora Giovanni Merula). Queste tre prime aziende, mentre si disputavano
il mercato e le maestranze formatesi poco a poco integrando elementi
cittadini e forestieri, furono in pari tempo scuola e tirocinio per quelli che diventeranno
in seguito i principali esponenti dell’industria calzaturiera vigevanese.
Primi fra questi sono Ferrari, Matteo Trecate, Pietro Giulini, Pietro Migliavacca
La cucitura a punto scoperto della suola ed altri. Sorsero così stabilimenti davvero degni di questo nome in cui si iniziò sin dal 1882 l’introduzione delle macchine per cucire le tomaie della Singer17 e, successivamente, le cucisuola. 

Il 1907 e la rincorsa alla competitività

Gli anni a cavallo della fine del secolo XIX sono caratterizzati dall’iniziativa
pionieristica di alcuni imprenditori che nella confezione della scarpa individuano
l’attività su cui basare lo sviluppo di un’industria nazionale. Gli ostacoli
con cui le imprese italiane debbono confrontarsi sono notevoli. Come le
vicende dei primi imprenditori testimoniano tali ostacoli iniziano ovviamente
con la difficoltà a fare accettare al cliente la scarpa confezionata, proseguono
con l’addestramento di nuove maestranze ed una nuova cultura del lavoro
e, probabilmente, terminano con le carenze dell’offerta di macchine per
calzature. Se si esclude l’iniziale e coraggioso tentativo, anche se velleitario,
del Borri di farsi produrre macchinari su propri progetti, le macchine impiegate
provengono tutte dagli Stati Uniti e dalla Germania con i problemi che
ciò comporta in situazioni come quella italiana in cui il mercato è ancora
nelle sue fasi iniziali.
L’occasione per fare un primo punto sull’evoluzione in corso dell’industria
calzaturiera italiana e per comprendere ancor più chiaramente il ritardo
nella nascita di un comparto meccano-calzaturiero nazionale, è offerta da alcuni
eventi che concorrono a caratterizzare il 1907. Tale anno viene indicato come
“l’anno in cui la fioritura industriale dell’Italia, prima della guerra mondiale, raggiunse
il suo grado più alto, i calzaturifici a macchina erano già un centinaio”18 . In quell’anno,
a conferma delle trasformazioni che investono l’industria calzaturiera e della
crescente importanza attribuita alla produzione meccanica, “La Conceria Italiana”,
come si è detto, muta la propria testata in “La Conceria e Calzoleria Meccanica”.
Ma è soprattutto l’anno in cui il comparto italiano delle calzature registra
il raggiungimento dell’equilibrio fra importazioni ed esportazioni (Figura 1)19 .
Purtroppo, tale equilibrio costituisce in realtà il segnale più forte dell’arretratezza
dell’industria calzaturiera italiana nei termini in cui segnala l’inizio del disavanzo
nazionale nel comparto. Come sottolineerà Valentino Matrisciano, “ciò accadde
in Italia perché già da una quindicina d’anni prima, all’estero, nella fabbricazione
delle calzature era avvenuta la sostituzione del lavoro meccanico al lavoro manuale.”20
Se si assumono le esportazioni quale indicatore della competitività dei
diversi comparti nazionali, il confronto del dato italiano con quelli di Stati Uniti
e Gran Bretagna non lascia molti margini al dubbio. A fronte di un volume delle
esportazioni nazionali valutabile in centinaia di migliaia di paia, i dati corrispondenti
ai due paesi leader sono espressi in milioni di paia; in particolare se nel
1900 l’esportazione italiana risultava pari a 170mila paia di scarpe quella americana
è stata di oltre 3 milioni di paia. Analogamente nel 1910 le esportazioni di
Stati Uniti e Gran Bretagna assommano rispettivamente a 6 milioni di paia ed a
10 milioni di paia mentre con meno di 39mila paia di calzature “ben diversa e ben
triste si presenta la situazione della calzoleria italiana.”21
Le difficoltà dell’offerta italiana di calzature nell’allinearsi alla domanda
e, più in generale, a competere con le produzioni estere, emergono del resto
dal dibattito ospitato dalla “Conceria e Calzoleria Meccanica”. La rivista, di volta
in volta, da un lato dà eco ad articoli comparsi sulla stampa internazionale od
a relazioni di osservatori privilegiati e dall’altro dà voce ai sostenitori dei nuovi
orientamenti industriali. La criticità dei dati statistici è quindi corroborata dal
dibattito, talvolta polemico, suscitato dalla rivista sulle valutazioni espresse dalle
diverse parti in base alle caratteristiche della scarpa italiana e alle scelte manifatturiere
per produrle. Le argomentazioni appaiono talvolta strumentali, nondimeno
consentono di ricostruire un quadro anche qualitativo del livello di
competitività dell’industria calzaturiera italiana nei primi decenni del ‘900.
Una riprova del nuovo e crescente interesse per il mercato calzaturiero
italiano è fornita da alcuni resoconti stilati dal già citato Console statunitense
James E. Dunning. Al fine di evidenziare la potenziale competitività del prodotto
statunitense nel mercato nazionale il relatore definisce la calzatura italiana un
“prodotto brutto e senza stile” ed il produttore italiano un semplice riproduttore
nei termini in cui “sinora egli non fece di più che adottare, con pieno successo, il disegno
americano, come si può vedere nei migliori negozi; qui le calzature messe in mostra,
portano un’etichetta colla dicitura “americana” e costano un po’ più di 3$ al paia”22 .
Fra le repliche, comunque contenute, una merita attenzione in quanto
da un lato dà pieno riscontro del superiore standard qualitativo della calzatura
statunitense e, dall’altro, tenta un’implicita difesa della produzione nazionale
attribuendo la qualità del prodotto alla qualità del processo produttivo e criticando
l’elevata standardizzazione associata alla produzione in grande serie operata
dai calzaturifici statunitensi.

Esportazioni ed importazioni di calzature in Italia, 1894-1928 (migliaia di paia)


L’analisi del tessuto produttivo dell’industria calzaturiera costituisce nel
1907 l’oggetto di diverse relazioni svolte da più parti con finalità non sempre
coincidenti. All’insegna della valutazione della competitività della struttura industriale
italiana a beneficio delle imprese calzaturiere statunitensi, la rivista
“Superintendent & Foreman” pubblica un articolo dettagliato sullo stato dell’arte
nel nostro Paese: “Le fabbriche sono circa un centinaio e sono situate nelle seguenti
città. Nel Nord, a Milano, Torino, Vigevano, Busto Arsizio, Varese, Verona, Vercelli,
Alessandria e Felizzano. Nell’Italia centrale a Ravenna e Bologna, e nel Sud a Napoli,
Campobasso e Catania. Queste fabbriche sono piccole; e numerose sono quelle che non
dispongono di un macchinario moderno quantunque però gli indirizzi industriali up to
date, vadano sviluppandosi maggiormente. Una sola ditta di Torino produce circa 1.000
paia di scarpe al giorno (scarpe Goodyear Well McKay e Militari) il che costituisce la
maggior produzione in Italia. La produzione media delle fabbriche di scarpe italiane è di
circa 400 paia al giorno. [..] Due fabbriche di Napoli a lavorazione a mano producono
cadauna 350 paia di scarpe al giorno. Il lavoro viene fatto parte a mano e parte a macchina su vasta scala nel mezzogiorno e fino ad un certo grado anche nell’Italia settentrional Colla graduale introduzione del macchinario moderno questo amalgama di lavorazione è destinato a sparire, come d’altronde è già avvenuto nel nord, che è più avanzato.”23
La mappatura della produzione se da un lato enfatizza il ruolo guida
delle regioni settentrionali, dall’altro evidenzia la contenuta penetrazione della
meccanizzazione e le dimensioni medio piccole delle produzioni. Non mancano
infine considerazioni sulla qualità estetica delle calzature prodotte e sui costi di
produzione, ove l’attenzione maggiore è rivolta al costo della mano d’opera.
Considerazioni analoghe si possono ricavare anche dalla relazione predisposta
dall’ing. Ruffillo Savelli dell’Ispettorato del Lavoro per un controllo
sull’applicazione delle leggi sul lavoro24 . In particolare, per quanto concerne la
diffusione della produzione meccanizzata in Italia, al 1907 il rapporto circoscrive
la diffusione di “macchinario moderno di costruzione americana” ad otto
calzaturifici, collegando in modo implicito le soluzioni più evolute di
meccanizzazione calzaturiera alle macchine statunitensi25 .
La possibilità di rapportare l’organizzazione della produzione
calzaturiera in Italia e lo “stato dell’arte” a livello internazionale è offerta da una
breve serie di articoli dell’ingegner Ettore Levi pubblicati su “La Conceria e Calzoleria
Meccanica” durante il 1907. L’obiettivo è quello di perorare la trasformazione
in senso industriale della produzione calzaturiera. Nella meccanizzazione
e nell’organizzazione razionale del processo produttivo l’ingegner Levi identifica
i presupposti per consentire lo sviluppo del comparto nazionale e la possibilità
di fronteggiare i calzaturifici americani, inglesi e francesi. Sono interventi che
testimoniano il plauso dell’Autore al modello statunitense ed alla superiorità
della razionalità economica e tecnologica. Il Levi dapprima rileva la distanza che
separa i produttori italiani da quelli esteri di successo e, implicitamente, i margini
potenziali di azione a disposizione degli imprenditori nazionali. Quindi prosegue
evidenziando i vantaggi dell’organizzazione razionale del lavoro, cioè dell’integrazione
di attività parcellizzate. Infine, conclude sostenendo la necessità
dell’investimento in tecnologia, quale precondizione competitiva. Ciò detto gli
estratti che seguono offrono una rappresentazione particolarmente significativa
delle iniziative che avrebbero dovuto consentire alle imprese italiane di emulare
i modelli di successo di quel periodo.
Il confronto fra le capacità produttive delle imprese italiane e di quelle
estere ripropone il raffronto fra Davide e Golia: mentre all’estero il dato rappresenta
quasi la norma in Italia la produzione di mille paia costituisce l’obiettivo
giornaliero raggiungibile da una sola impresa, in quanto “presso di noi quella grande
industria è ancora, per la massima parte, nelle mani di microscopici produttori”26. In
Germania “le fabbriche capaci di una produzione giornaliera di qualche centinaia di
paia, ed anche di mille, sono in numero tale che è difficile numerarle, tanto che nella sola Pirmasens ve ne sono nientemeno che 120”. Considerate singolarmente, “la fabbrica svizzera C.F. Bally Sòhne ascende a 8mila paia [..] la Vereinigte Frankische Schuhfabrik di Norimberga che impiega 2.400 operai giunge a 11mila paia al giorno [..] quella gigantesca e veramente colossale degli Stati Uniti d’America, dove, a mo’ di esempio, M. Endicot ex ministro della Marina ha uno stabilimento che getta sul mercato 50 mila paia di scarpe al giorno per un valore di oltre 500.000 $, e Mr A.G. Keith di Brokton, fabbricante di scarpe signorili, fatte con forme speciali, serve 14 mila clienti al giorno, spendendo la somma di circa 3 Mn. di $ all’anno di soli salari.”27
Dopo l’elogio alle grandi dimensioni della produzione, l’attenzione si
sposta sulla produttività e sull’uso efficiente delle risorse, prima fra tutte il lavoro.
A tal fine Levi sostiene che “uno dei più importanti problemi che ha risolto la
grande industria moderna [..] è quello di portare al maximum possibile il lavoro meccanico, riducendo ai minimi termini l’opera manuale e specializzando l’operaio in ogni singolo punto di lavoro [..] e si riassume nell’applicazione rigorosa della teoria della divisione del lavoro. Fate che un operaio si dedichi costantemente ad una sola e determinata funzione ed otterrete evidentemente lo scopo di convertirlo, in certo qual modo, in una macchina capace di fornire un prodotto sempre migliore ed in un tempo più breve, fino a raggiungere da un lato la perfezione e dall’altro, l’ideale della celerità.”28
Da ultimo Levi suggerisce come prevenire disfunzioni o fermate del
processo di produzione, di modo che la “macchina produttiva razionalmente progettata”
liberi l’imprenditore dai problemi tecnici e gli consenta di concentrarsi
sugli aspetti finanziari e sulle strategie di mercato. “Dirò dunque che gli impianti
per la fabbrica a macchina devono essere fatti con larghi capitali, tanto larghi da permettere in essi la dotazione di un macchinario perfetto senza badare al costo [..] io affermo inoltre che il macchinario deve essere, per la maggior parte almeno, provvisto e pronto a funzionare in doppio e magari triplo esemplare [..] dato il progetto di un impianto della potenzialità di n. x paia di scarpe al giorno, il macchinario deve essere tale da poter produrre poco meno del doppio” quindi “lo stabilimento di calzature a macchina deve avere come soli confini la sua potenzialità, il capitale disponibile e la certezza di collocamento della merce fabbricata.”29
Con l’analoga finalità di sostenere la diffusione dei modelli di produzio ne industriale imperanti all’estero e, implicitamente, di criticare approcci “artigianali”,
la rivista riporta, quale sprone e monito, i successi conseguiti grazie
all’adozione di tecnologie e tecniche innovatrici. Le performance ed i record
delle imprese americane finiscono così per rappresentare sia il traguardo
possibile che l’indicazione esatta del ritardo da colmare in termini di produzione
e, soprattutto, di produttività. Stante la scarsa significatività del raffronto
con l’Italia, termine di paragone diviene l’Inghilterra. Meccanizzazione e
razionalizzazione fanno sì che “quantunque l’industria americana non impieghi
che 197.000 operai, mentre l’inglese ne impiega 290 mila, tuttavia l’America produce
calzature più di qualunque altra nazione. [..] Nel 1885 negli Stati Uniti 100 paia di
scarpe fatte a mano richiedevano 2.225 ore di lavoro ed il prezzo medio di costo di
fabbricazione era di l. 26 per paio. Nel 1895 la stessa quantità di scarpe veniva prodotta in 296 ore ad un costo di l. 3,50 per paio. E’ quest’enorme riduzione del prezzo di costo che rese possibile e proficua l’esportazione delle calzature americane. Quindici
anni fa l’esportazione totale delle calzature degli Stati Uniti non raggiungeva 1 Mn.
di $ mentre ora invade i principali stati europei.”30
Pur non assumendo le forme e le dimensioni auspicate dai sostenitori
del modello di industrializzazione americano il comparto italiano della calzatura
inizia a svilupparsi e, se si considera il quadro di arretratezza da cui parte,
la crescita appare ancor più rilevante riuscendo a produrre, alla soglia della
prima guerra mondiale, 16,5 milioni di paia di calzature e, con ulteriore
incremento di oltre il 30%, 22 milioni di paia nel 1924 (Tabelle 2 e 3). Inoltre,
sebbene le esportazioni continuino a rimanere marginali, la quota di consumo
interno coperta dalle importazioni si riduce drasticamente (le calzature importate
passano da 1,3 milioni di paia nel 1913 a sole trecentomila paia nel
1924) riassorbita dall’offerta nazionale.
Il quadro torna ad essere più problematico quando si raffrontino le
prestazioni dell’industria nazionale con quelle degli altri paesi. L’immagine
di un’industria posta di fronte ad una sfida impari è, nella sua crudezza, immediata.
Non solo le produzioni di Stati Uniti, Gran Bretagna e Germania
sono superiori di un ordine di grandezza a quella nazionale, ma anche quelle
di Francia, Spagna e Cecoslovacchia (del gigante Bat’a) sono doppie quando
non triple rispetto a quanto fabbricato in Italia.

Tabella 2 - Produzione ed esportazioni di calzature nei principali paesi industrializzati
nel 1913 e 1924


Tabella 3 - Consumo ed importazioni di calzature nei principali paesi industrializzati
nel 1913 e 1924

A metà degli anni '20 il quadro dell’industria calzaturiera italiana è ancora
caratterizzato da chiari e scuri; gli obiettivi imprenditoriali sono delineati,
ma il loro raggiungimento non è ancora realizzato. Fra le ragioni del ritardo
si possono addurre sia alcuni aspetti socio-economici; sia i diversi livelli di
competitività dei vari sistemi-paese; sia le caratteristiche del prodotto.
Per quanto concerne il primo aspetto è sufficiente rilevare come anche
nel 1924 la domanda pro-capite di calzature rimanga in l’Italia pari a 0,56
–praticamente un paio di scarpe ogni due anni– mentre per gli altri Paesi tale
indice risulti da tre a cinque volte più grande (Tabella 4).




Per quanto riguarda la competitività, la condizione d’inferiorità dell’industria
nazionale rispetto agli Stati Uniti, all’Inghilterra ed alla Francia si
spiega anche in ragione del fatto che l’Italia, “ad eccezione del cuoio da suola, è
costretta a ricorrere all’estero per ogni altra specie di pellami e anche per feltri, filo di
lino, tirature, ecc. Anche per le macchine, l’industria delle calzature è tributaria
dell’estero, principalmente dell’America. Il calzaturificio in Italia si può dire si trovi
ancora all’inizio, mentre all’estero ha origini assai meno recenti”31 . Infine, come
rileva Valentino Matrisciano nel suo studio sull’industria calzaturiera, “[l]a
concorrenza degli Stati Uniti infine mette a dura prova le nostre fabbriche in quanto
l’articolo che giunge da quella regione è quanto mai mutevole di forma e di modello.
[..] In generale si può ritenere che il prodotto italiano, in confronto con quello estero,
sia notevolmente inferiore per le scarpe ottime, ben fatte, per novità e durata; sia
superiore per le scarpe discrete, costruite razionalmente con pellame non ottimo; sia
di poco inferiore alla qualità di scarpe detta marocca, di poca durata e non suscettibile di riparazioni.”32

Il ruolo di Vigevano

Nella sua relazione per l’Ispettorato del Lavoro e applicazione delle leggi sul
lavoro l’ingegner Ruffillo Savelli dopo aver rilevato il contenuto numero di
calzaturifici italiani che dispongono di macchinario moderno, inizia la propria
analisi della realtà vigevanese affermando che “[l’]allestimento delle calzature
è giunto ad un tale punto di perfezione ed ha raggiunto uno sviluppo tale da
meritare senza alcuna esagerazione che Vigevano sia ritenuta la prima città d’Italia in
un tal genere d’industria.” 33
La disamina di Savelli prosegue con la descrizione del tessuto produttivo
vigevanese, la cui composizione tanto differisce dal modello produttivo
americano contemporaneo quanto rispecchia l’organizzazione dei primi
poli calzaturieri del Massachussetts e la loro specializzazione produttiva. “Quaranta
calzaturifici a mano, fra i quali alcuni di importanza considerevole pel numero
di operai impiegati, altri perché possiedono anche uno scelto macchinario adatto allo
scopo, lavorano continuamente in pieno e diverse migliaia di operai vi sono addetti.
Fra questi non sono considerati i cottimisti (lavorano al proprio desco, a casa, con
moglie e figli) e sono questi col personale che loro pure impiegano che pesano di più
nella bilancia, in modo da calcolare che in Vigevano su una popolazione fissa di circa
trentamila abitanti, circa settemila lavorano in calzature”.34
Quando poi si sofferma sulla forza lavoro alcuni tratti mostrano di
caratterizzare Vigevano: una dedizione al lavoro che, soprattutto nelle attività
non salariate, giunge a sfiorare l’autosfruttamento; “una mancanza considerevole
di operai; l’offerta di lavoro giornaliera è esigua in confronto alla richiesta”; e,
infine, “carattere spiccato all’industria delle calzature vigevanese, e che non si trova
altrove, è la presenza della donna per il fatto che tre quarti di tutto il personale impiegato
nei vari laboratori è costituito da donne”. In particolare, a quest’ultimo fatto
vengono in gran parte addotte le scelte del tipo di scarpa prodotta e del processo
adottato: “vediamo infatti che quasi tutte le scarpe allestite non sono più cucite
a mano, ma sono invece chiodate; d’altra parte sono state eliminate le scarpe da
uomo perché più pesanti e si è limitata la produzione ad una serie progressiva e svariata di calzature per bambini e per signora. [..]Le scarpe cucite sono ancora date all’uomo, ma la loro produzione è assai limitata. Si può calcolare che di parecchie migliaia di scarpe che giornalmente escono dalle mani degli operai, appena il due per cento siano cucite. 
Altro lavoro che non può fare la donna è la formatura del tallone; si è però
trovato il modo di ovviare a questo inconveniente introducendo il tallone di legno, o
ancora quello di cuoio ma tagliato da apposite trance meccaniche munite delle relative
fustelle colle quali si possono avere tutte le sezioni richieste per la formatura del tallone
stesso.” 35
Un’altra conferma della peculiarità del tessuto calzaturiero vigevanese
può essere ricavata dalla cronaca di una visita compiuta alla “Manifattura di
pellami e calzature” di Torino da un redattore de “La Frusta” di Vigevano. Lo
stupore del redattore è reso esplicito dal racconto del colloquio avuto con Alfredo
Dick –il direttore di origine svizzera dell’impresa torinese– : “credevo che
gli opifici di Vigevano fossero qualche cosa e ne andavo orgoglioso quando potevo
menzionare Rossi, Pelagatta, Giulini, Ferrari Trecate, ecc., ma di fronte a questo colosso (produzione di 1.000 paia giornaliere con l’obiettivo di raddoppiare), egregio sig. Dick, mi veggo così rimpicciolito che… Non mi lasciò terminare. Eppure, vede, mi
rispose, noi non potremo mai sostenere la loro concorrenza; quelli si imporranno sempre sul mercato, sia per la loro lavorazione a mano, sia per il minor prezzo di costo [..] solo è necessario che i suoi concittadini non si fossilizzino.”36 In altri termini, Vigevano mostra di discostarsi significativamente dal modello teorizzato della grande produzione meccanizzata, puntando maggiormente su un’organizzazione della produzione apparentemente frammentata nella numerosità delle iniziative con forme di meccanizzazione coerenti e di dimensioni non comparabili con quelle dei “pionieri” ricordati nelle pagine precedenti, né tantomeno con quelle pubblicizzate delle esperienze internazionali.
Le ragioni dell’affermarsi di una forma “embrionale” di distretto sono
naturalmente molteplici e vanno dalla tradizione calzaturiera artigianale alle
precedenti forme industriali, alla possibile esistenza di cultura imprenditoriale,
ecc.37 
Nondimeno un ruolo particolare riveste l’esperienza dei fratelli Bocca.
La capacità di questi ultimi di coniugare l’intuizione sulle potenzialità della
calzatura confezionata con l’innovazione organizzativa a livello di produzione,
condizionerà fortemente lo sviluppo del tessuto industriale locale nei
termini in cui indurrà e, soprattutto, consentirà la riproducibilità dell’espe rienza imprenditoriale. L’assenza nei primi decenni di investimenti in mezzi
di produzione e la ridotta dipendenza dall’esigenza di artigiani calzolai – si
pensi all’introduzione del lavoro femminile – appaiono altrettanti incentivi
significativi che rendono riproducibile l’esperienza dei Bocca. Al punto che la
nascita delle nuove imprese seguirà una progressione quasi esponenziale e
per gran parte di esse assumerà le forme di una vera e propria gemmazione
(Tabella 5).
.
In assenza di altre spiegazioni diviene del tutto plausibile ipotizzare
che i caratteri peculiari del vigevanese potessero stimolare non solo gli imprenditori
locali, ma divenire stimolo per l’arrivo di personalità provenienti
da altre zone della Lombardia qual è il caso di Pietro Giulini. “Verso il 1887-88
dalla nativa Lodi venne a Vigevano Pietro Giulini, giovane capace, intraprendente,
pieno di coraggio, buona volontà e buon tecnico. Impiantò un piccolo laboratorio e
poscia col concorso di alcuni conoscenti Vigevanesi (cav. Losa, Quaglia Francesco,
Ceretti Luigi, e qualche altro) ingrandì il suo laboratorio producendo diversi tipi di
calzature, cuciti a rovescio, sempre dando un impulso tale da farsi la clientela in tutta
Italia. A quei tempi non si conoscevano altre macchine per calzature all’infuori di
quelle della fabbrica Singer che servivano a giuntare le tomaie e quindi la mano d’opera
era necessaria per tutto il resto della confezione della calzatura [..] Esigenze-opportunitàdi espansione inducono il Giulini a cercar finanziamenti –trovati a Milano–.
Sorse allora il calzaturificio “La Nazionale” del quale il Giulini divenne Direttore
Generale (ed anche viaggiatore) mentre Francesco Conti in seguito prendeva la gerenza, Bonazzi la contabilità e quindi A. Gaj viaggiatore. (i soci sono: F. Conti, Nart, Arienti di Milano, Anselmo G. Vitali di Alessandria e L. Ceretti di Vigevano) [..] “Diversi
operai del Giulini che nel frattempo erano diventati altri piccoli fabbricanti specializzati,
fra i quali Pelegatta Luigi, Gaia Angelo, Nicola Antonio, furono assunti nel
nuovo stabilimento con mansioni di capi fabbrica. A quell’epoca quindi (circa il 1892)
le fabbriche di certa importanza erano: “La Nazionale” con circa 300 operai (dei quali
circa due terzi donne), Milani (viaggiatore Bognetti A.), Madonnini, Ferrari Trecate,
Matteo e Bocca Luigi che impiegavano da 40 a 100 operai ognuno, e altre poche di
minor importanza, rispetto alle maestranze impiegate. [..] Si introdusse poi la lavorazione a chiodi che andò man mano essa perfezionandosi.”38
La prima macchina cucisuola, una McKay, viene adottata dal
Calzaturificio Nazionale per iniziativa di Pietro Giulini, che la fa giungere
dagli Stati Uniti39 . Lo stesso Giulini dopo aver lasciato “La Nazionale” ed
aver lavorato alcuni mesi con Luigi Bocca, nel 1893 si rimette in proprio.
Il peculiare moltiplicarsi di iniziative imprenditoriali coniugato con
la crescente adozione di macchine, rende in breve tempo Vigevano il principale
polo calzaturiero italiano. Da un lato il suo originale connubio fra innovazione
organizzativa e innovazione tecnologica fece sì che l’area vigevanese
potesse disporre in “breve tempo [di] fabbriche di scarpe attrezzatissime, in cui si
addestrarono coloro che oggi sono proprietari o dirigenti di oltre 300 aziende”40. Dall’altro la particolare integrazione fra razionalizzazione e meccanizzazione pose
le premesse per l’ammodernamento e la specializzazione in cuoio da suola
“dell’antica conceria Caramora, che funzionava in via Trivulzio con mezzi veramente
primordiali in una conceria posta sullo stradale di Gambolò”41 , e soprattutto, per lo
sviluppo di iniziative volte a supportare l’operatività delle imprese garantendo
il funzionamento delle macchine.
Interno di un calzaturificio nel 1906
L’esigenza di garantire la manutenzione e assicurare i ricambi, tanto
sentita quanto parcellizzata fra le molte imprese calzaturiere, spinse alla nascita
ed alla specializzazione settoriale delle prime officine meccaniche; “stante
questo enorme sviluppo dell’industria calzolaia, Vigevano vide sorgere officine meccaniche per macchine di calzature, fra cui le più importanti sono quelle di Angelo Ornati, che ha pure una fonderia, e di Antonio Ferrari unita con SIMCASIA”. La “Guida
Generale dei calzaturifici ad affini” della Città di Vigevano edita nel 1923 segnala
già 5 imprese: Bartolazzi e C., Biffignandi Amedeo, Ferrari Antonio,
Ornati Angelo, Slovazza Carlo42 . Pur incompleta –non vengono riportate gran
parte delle officine che affiancano all’attività prevalente di manutenzione anche
una piccola produzione, né la presenza di Usm– la guida testimonia l’im-
Interno di un calzaturificio del 1906
portanza di Vigevano per il futuro comparto meccano-calzaturiero. Basti considerare
come alla voce “Macchine per calzaturifici” dell’annuario degli associati
ad Anima nel 1918 compaiano a livello nazionale solo 4 imprese la cui
produzione è in realtà incentrata su altri comparti, dalle macchine per spaccare
le ossa alle caldaie.
Quello attivato a Vigevano è un circolo virtuoso unico nello scenario
italiano; il moltiplicarsi delle imprese calzaturiere stimola l’avvio di iniziative
nelle attività complementari. La disponibilità di un’offerta capace di far fronte
a nuove richieste induce nuovi e vecchi imprenditori a sperimentare percorsi
innovativi anche all’interno dello stesso comparto calzaturiero. Così
mentre si consolida la leadership vigevanese nel sistema calzatura, prende avvio
anche la produzione di scarpe in gomma. Iniziatori della nuova impresa i
fratelli Rossanigo, i quali, già attivi nella produzione di calzature tradizionali
in cuoio, “…intravista la possibilità di sviluppo di questa industria hanno studiato
con tenacia e con fede la soluzione del nuovo problema e, primi in Vigevano, hanno
impiantato uno stabilimento per la lavorazione della gomma fabbricando scarpe tennis
al principio, scarpe da neve in seguito, fino ad arrivare ad una produzione perfetta
sia dal lato tecnico che da quello estetico e svariatissima nei tipi più originali e diversi.” 43
Com’era accaduto per il comparto del cuoio, l’iniziativa trova subito

Immagine della Ursus Gomma

nuovi emuli ed in pochi anni gli stabilimenti si moltiplicano e la produzione
raggiunge dimensioni paragonabili a quelle della scarpa in cuoio. Nata alla
fine degli anni '20, nel 1935 la produzione di calzature in gomma è a Vigevano
superiori ai 6 milioni di paia (Tabella 6). Anche in questo caso il sistema
vigevanese vede nella novità della calzatura in gomma non semplicemente
un nuovo e più semplificato prodotto, ma un insieme di componenti e di servizi
da fornire. Al proliferare di officine sempre più interessate a riprodurre, o
a tentare di produrre, macchine per calzature, si assomma la nascita di iniziative
per la manutenzione e la produzione di parti e di macchine - le presse –
per le nuove produzioni e nasce anche l’offerta degli stampi necessari alla
manifattura delle scarpe in gomma.
Lo sviluppo sinergico dei vari comparti dell’industria calzaturiera caratterizzerà
Vigevano anche successivamente, al punto che la cittadina lombarda
da “capitale italiana della scarpa” si tramuterà progressivamente in “capitale
mondiale della macchina per calzature”.




1 Si veda l’elenco in Appendice B.
2 James E. Dunning, Shoe and Leather Reporter, 18 ottobre 1906, (tr. it. “Le calzature Americane
sui mercati italiani”, LCCM, 5 gennaio 1907).
3 Alfredo Dick, “Risposta all’articolo ‘Le calzature Americane sui mercati italiani’”, LCCM, 5
marzo 1907.
4 “L’industria della calzoleria”, LC, 20 novembre 1900.
5 “Il padre dell’industria meccanica delle calzature in Italia”, LCCM, 5 settembre 1907.
6 Giuseppe Padovan, “Dall’artigianato alla fabbrica: la trasformazione dell’industria delle calzature
in Italia”, L’Eco delle industrie e dei commerci del cuoio e delle calzature (d’ora in poi Eco), 1940.
7 “Il padre dell’industria meccanica ...”, cit.
8 Giuseppe Padovan, cit.
9 “Il padre dell’industria meccanica ...”, cit.
10 Idem.
11 “La vita e le opere di Giuseppe Borri”, Memoriam, 1926, archivio ANCI.
12 Per una cronaca dell’iniziale affermazione di Annibale Piatti si rimanda ad Augusto Biagi,
“Nel regno delle calzature”, La lettura, Milano, 1906.
13 Per un’approfondita ricostruzione dell’esperienza di Luigi Voltan si rimanda a Giovanni Luigi
Fontana, “L’azienda incubatrice: Luigi Voltan e la nascita dell’industria calzaturiera italiana”, in
G.L. Fontana (a cura di), 100 anni di industria calzaturiera nella Riviera del Brenta, ACRiB, 1998.
14 Camillo Procchio, “Nascita e sviluppo dell’industria vigevanese” (I), Eco, 6 gennaio 1955.
15 Ruffillo Savelli, “L’industria delle calzature a Vigevano”, Ministero Agricoltura, Industria e
Commercio, Bollettino Ufficio del Lavoro, vol. VII, n. 3, Roma, 1907, p. 107.
16 Si ringrazia Sergio Biscossa per aver segnalato l’esistenza di tale lettera che, tra l’altro, offre
una testimonianza di prima mano sui tempi dell’industrializzazione e della meccanizzazione
della produzione calzaturiera a Vigevano.
17 Camillo Procchio, cit.
18 Idem.
19 I dati puntuali di importazioni ed esportazioni di calzature in e dall’Italia sono riportati in
Appendice A, Tabella A1.
20 Valentino Matrisciano, Le fabbriche di calzature, Torino, 1923, p. 90
21 “Per l’industria delle calzature in Italia”, LCCM, 6 marzo 1910.
22 Idem.
23 Arthur B. Butman, in Superintendent & Foreman (tr. it. “L’industria delle calzature in Italia”,
LCCM, 20 aprile 1907)
24 Ruffillo Savelli, cit.
25 Nel 1907 sono operanti in Italia anche macchinari di provenienza tedesca. L’elenco che segue
costituisce una ricostruzione fatta sulla base di quanto estrapolato da articoli e foto di impianti.
Le ditte fornitrici individuate sono la statunitense Usm e la tedesca Moenus.

26 Ettore Levi, “La fabbricazione delle scarpe a macchina”, LCCM, 5 gennaio 1907.
27 Idem.
28 Ettore Levi, “Dividere il lavoro”, LCCM, 20 gennaio 1907.
29 Ettore Levi, “A grande industria grandi capitali”, LCCM, 20 marzo 1907.
30 “La calzatura agli Stati Uniti”, LCCM, 10 gennaio 1909.
31 Valentino Matrisciano, cit., p. 92.
32 Ibidem, p. 93.
33 Ruffillo Savelli, cit., p. 736.
34 Idem.
35 Ibidem, pp. 737-738.
36 “L’industria delle calzature. Presentiamo le armi”, LCCM, 20 marzo 1907 (ripreso da “La Frusta”
di Vigevano).
37 Per un’articolata ricostruzione della storia di Vigevano e degli inizi della sua industria
calzaturiera si veda Sergio Biscossa, “Storia dell’industrializzazione a Vigevano (1743-1985)”,
Parte I, Vigevano, AVI, 1985; Sergio Biscossa, “I documenti raccontano gli esordi dell’industria
calzaturiera”, Viglevanum, VII, marzo 1997.
38 Salvatore Bianchi Martina, Vigevano illustrata nella sua industria e nei suoi industriali, Vigevano,
1935, pp. 8-9.
39 Camillo Procchio, cit.
40 “L’industria delle calzature”, Eco, 30 maggio 1925.
41 Idem.
42 Archivio Storico Civico Vigevanese (d’ora in poi ASCV), “Guida Generale dei calzaturifici ad
affini della Città di Vigevano”, 1923, p. 103.
43 Salvatore Bianchi Martina , cit., p. 10.


CAPITOLO TERZO

L'INDUSTRIA ITALIANA DELLE MACCHINE PER CALZATURE NELLA PRIMA META' DEL '900

La produzione fra opportunità ed esigenza.

L’industria meccano calzaturiera italiana negli anni che precedono il
primo conflitto mondiale è praticamente inesistente, ma a pochi anni dalla
fine del secondo conflitto mondiale è pronta per confrontarsi con chi sino ad
allora ha dominato i mercati internazionali. Sino a tale momento l’attività prevalente
delle neo nate imprese italiane risulta incentrata sulla riproduzione di
quanto già sviluppato negli Stati Uniti ed in Germania, in una sorta di inseguimento
tecnologico ove ancor prima che il “saper cosa fare” appare decisivo
il “saper come fare”, appreso occupandosi della manutenzione delle macchine
installate, riproducendone la componentistica non sempre disponibile,
nonché smontandole e rimontandole ogni qualvolta l’esigenza lo richiedesse
o le contingenze ne offrissero l’opportunità.
Il capitolo si propone di mostrare i passi salienti e le peculiarità dell’inseguimento
tecnologico delle officine e delle imprese italiane. A tal fine
dapprima si evidenzia il carattere episodico che segna l’inseguimento negli
anni che precedono il primo conflitto mondiale, e, successivamente, ci si
sofferma sul carisma e sull’imprenditorialità dei pionieri. Il primo consolidamento
del nascente comparto meccano-calzaturiero durante il periodo che
intercorre fra le due guerre ed il ruolo in esso svolto dai rivenditori rappresentano
la necessaria premessa per valutare la strada percorsa dal comparto nazionale
e comprendere la portata degli sforzi che verranno richiesti alle imprese
italiane alla fine del secondo conflitto mondiale.

Alle origini
L‘innovazione tecnologica che presiede alla meccanizzazione della produzione
della scarpa, inizia a diffondersi in Italia molto lentamente ed in netto ritardo
rispetto a quanto avvenuto negli Stati Uniti e nella stessa Europa, principalmente
per opera delle imprese tedesche e di quelle inglesi.
Come ricordato, la futura Moenus viene fondata nel 1862, in
concomitanza con lo sviluppo dell’industria calzaturiera meccanizzata tedesca.
In Italia i decenni che concludono il secolo vedono da un lato il permanere
del predominio della produzione tradizionale e, dall’altro, il prevalere della
diffusione delle innovazioni organizzative, ancorché circoscritte principalmente
all’area vigevanese. Non può quindi sorprendere il riscontro che, alla
presenza di una domanda inizialmente identificabile in pochi pionieri, corrisponda in pratica, nella fase d’avvio, l’assenza di un’offerta di qualsivoglia natura.
Risalire alla formazione dell’industria meccano calzaturiera in Italia significa
quindi ricostruire fondamentalmente l’alternarsi delle iniziative di tre soggetti
distinti: le imprese estere, i rivenditori e le officine meccaniche.
Fra gli eventi non riconducibili all’iniziativa delle imprese calzaturiere,
quello che per primo probabilmente segnala la nascita anche in Italia di un
futuro comparto delle macchine per la lavorazione delle calzature è
rintracciabile in un inserto pubblicitario della Deutsch-Amerikanische
Maschinen-Gesellschaft (cioè la Società tedesco-americana di macchine, la
futura Moenus), comparso in un numero de “La Conceria” del 1894 . L’illustrazione
che pubblicizza la produzione della casa tedesca raffigura una macchina
a spaccare le pelli destinata al più consolidato comparto della conceria,
ma la didascalia propone “Tutte le macchine nonché impianti completi per Concerie
di pellami e Fabbriche di calzature”. A sottolineare il carattere esplorativo dell’iniziativa,
l’eventuale richiesta di informazioni deve essere rivolta alla sede
di Francoforte sul Meno e, in tal senso, non vi è alcun riferimento a rappresentanti
locali.
Pubblicità del 1864 della futura Moenus - una delle prime rivolte ai calzaturifici italiani

Ancora all’inizio del ‘900 l’offerta di macchine per calzature in Italia
rimane associata all’attività “indiretta” dei messaggi pubblicitari e dei cataloghi,
nonché alla comparsa dei primi agenti. Nondimeno l’intensificarsi di tali
attività indirette segnala l’approssimarsi di iniziative commerciali ed industriali
anche in ambito nazionale.
Tra i segnali più consistenti di una diversa attenzione alle potenzialità
del mercato italiano occorre segnalare il ricorso a messaggi destinati alle sole
imprese calzaturiere, scindendo quindi la comunicazione destinata a queste
ultime da quella rivolta alle imprese conciarie. Da un lato Moenus si rivolge ai
calzaturifici italiani sottolineando la qualità e la convenienza dei prezzi ed indicando
nell’ingegner Giulio Sagramoso di Genova prima e nel signor Ernesto
Ney di Milano poi il proprio rappresentante per l’Italia, dall’altro lato la filiale
francese di Usm –cui competono anche le iniziative rivolte al mercato italiano–
incentra il proprio messaggio sulle prestazioni delle singole macchine sottolineando
la produttività della “macchina per la prima montatura” che consente
di produrre “da 750 a 1.500 paia in una giornata di 9 ore di lavoro secondo i
generi e le qualità del lavoro”5 . Se si considera che in quegli anni il calzaturificio
nazionale di maggiori dimensioni produce 1.000 paia di scarpe al giorno è
immediato cogliere la portata di un tale messaggio.
Anche se l’articolazione degli interventi tende ad arricchirsi, nel primo
decennio del secolo XX l’offerta diretta di macchine per l’industria
calzaturiera rimane comunque abbastanza circoscritta sia nel numero sia nello
spazio. Nel primo “Annuario di indirizzi utili per l’industria del cuoio ed affini
d’Italia”, edito nel 1909, compaiono complessivamente solo sette imprese attive
nella commercializzazione di macchine per calzature, e tutte hanno sede a
Milano. Oltre alla Compagnia Singer, alla Usm, alla Moenus ed alla Johnson
et ses Fils di Parigi (rappresentata da Bianchi), compaiono alcuni agenti: Boccali
e Weimann, Gelmi Schuler (offre fustellatrici e macchine per calzature in
generale) e Weinhagen Gustavo. I tempi per la nascita di un’offerta nazionale
di macchine per calzature appaiono maturi. Fra le manifestazioni più esplicite
dell’esigenza delle imprese calzaturiere meccanizzate di fruire di un’offerta
locale di macchine –in grado cioè di garantire un livello di servizio degli impianti
la cui affidabilità sia pari o almeno prossima all’articolazione dell’offerta
del periodo– occorre rilevare il riscontro di crescenti rimostranze rivolte
alle imprese americane e tedesche per le carenze del servizio “post vendita”.
In tal senso, la stessa rivista “La Conceria e Calzoleria Meccanica”, nel 1907, si
fa promotrice di una campagna di sensibilizzazione verso i calzaturieri italiani
rispetto al problema dei pezzi di ricambi. L’obiettivo è che le imprese importatrici
in Italia di macchine per calzature si dotino di depositi, se non di
macchine, almeno di pezzi di ricambio.
Con il 1908 Usm apre una propria
sede a Milano, in Via Solferino, e
avvia una nuova campagna pubblicitaria
all’insegna della leadership tecnologica:
“[g]li esperimenti sono costosi – Se
desiderate le macchine migliori, più conosciute
e produttive, non prendete le imitazioni
ma le originali dalla United Shoe
Machinery Company”. Solo dopo tre
anni, nel 1911, la multinazionale statunitense
inizia una piccola produzione
nel proprio stabilimento di Milano.
Sebbene l’Usm si doti anche di
un magazzino a Vigevano, non riesce
comunque a soddisfare la crescente esigenza
di pezzi di ricambio e di servizi
di manutenzione indotti dalla crescita
del comparto calzaturiero. Le carenze
di ricambi e manutenzione finiscono
così per tradursi in uno stimolo alla specializzazione per le officine meccaniche
che, sorte un po’ ovunque nella seconda metà del ‘800, operano a supporto
delle attività industriali in via di sviluppo anche in Italia. Così piccole officine,
nate a cavallo dei due secoli, cominciano a rivolgere un’attenzione privilegiata
alle macchine per calzature. Di queste un piccolissimo numero trasforma
la riproduzione di componenti e l’assistenza ai primi calzaturifici meccanizzati
in un’attività imprenditoriale autonoma, in altri termini nascono senza grande
clamore gli antesignani degli attuali protagonisti del mercato internazionale.
Lo stimolo ad investire nella produzione di macchine per calzature
offerto dallo sviluppo della calzoleria meccanica è raccolto da un numero ristretto
di imprenditori. Agli inizi del primo conflitto mondiale le imprese im-
Pubblicità della A. Johnson et ses Fils con l’indicazione
dell’agente per l’Italia D.P. Bianchi impegnate nella produzione di macchine,
impianti o componenti specializzati
non raggiungono la decina
di unità (Tabella 1). Il semplice
scorrere l’elenco delle imprese
identificate, evidenzia che la sfida
imprenditoriale è raccolta quasi
esclusivamente da officine meccaniche
preesistenti e localizzate
nelle aree ove i pionieri della calzoleria
meccanizzata, a loro volta, hanno avviato la loro sfida alla tradizione. In tal senso, l’anno di fondazione delle diverse officine rende palese
come, con poche esclusioni,esse 
Messaggio pubblicitario d’inizio secolo della Usm che mette in guardia i calzaturifici italiani rispetto alle imitazioni
esistessero prima dello sviluppo del comparto
calzaturiero; in secondo luogo, ed a ulteriore suffragio, la localizzazione
delle imprese rende evidente il collegamento fra lo sviluppo delle imprese
calzaturiere e la nascita di un’offerta di macchine e servizi collegati. Sebbene
le attività si collochino quasi esclusivamente in Lombardia, le aree distrettuali
interessate sono almeno due e cioè quella che, a partire da Milano, si estende
sino a Varese –con Parabiago ovvio punto di riferimento– e quella di Vigevano
e dintorni.

Se si eccettuano due soli casi United Shoe Machinery e La Società Industriale Ago che nascono per ragioni diverse come imprese dedicate alla meccanizzazione dell’industria calzaturiera tutte le altre imprese sorgono come officine meccaniche che nel tempo si specializzano nella riproduzione e produzione di macchine per calzature o nella produzione di componenti che in esse svolgono un ruolo rilevante, come nel caso dei motori per la Luigi Ferraris & Figli.
Il raffronto fra le iniziative nazionali e le produzioni di Usm o di
Moenus è naturalmente improponibile, sia che si voglia considerare il novero
delle macchine prodotte, sia che se ne prenda in considerazione il livello tecnologico.
Di converso, non altrettanto infondate appaiono alcune considerazioni
sulle scelte e sui contributi offerti dalle imprese nazionali allo sviluppo
del comparto meccano-calzaturiero. Da un punto di vista tecnologico le macchine
prodotte in Italia rientrano fra quelle più semplici, generalmente impiegate
nelle fasi del finissaggio, e rappresentano riproduzioni più o meno fedeli
di quelle importate; nondimeno, le modalità ed i tempi scelti dai primi produttori
si prestano ad evidenziare due strategie differenti.
Il primo insieme raccoglie le imprese che, specializzandosi nella produzione
rivolta all’industria calzaturiera, per prime e maggiormente hanno
concorso alla nascita ed al consolidamento del comparto italiano. In tale gruppo,
anche scontando la difficoltà di stabilire l’esatta cronologia dell’inizio
della produzione autonoma di macchine, possono essere incluse la Antonio
Ferrari, la Angelo Ornati Officina e Fonderia, e l’Officina Meccanica
Secondo Mona.
A questo primo gruppo di pionieri del settore occorre quindi affiancare
un secondo insieme di imprese, caratterizzate da una minor focalizzazione
settoriale. Oltre a quelle richiamate in tabella –l’Officina Meccanica Attilio Reina
e la F.lli Mutti di Guerrino, entrambe di Legnano– l’insieme può annoverare
almeno altre due iniziative quali la Fontana, sempre di Legnano, e la Mussi, di
Milano. Queste ultime insieme alla F.lli Mutti di Guerrino ed all’Ornati Angelo,
sono anche le uniche imprese comprese nella sezione delle Macchine per
calzaturifici del primo Annuario dell’Industria Meccanica Italiana edito da
ANIMA –Associazione Nazionale Industria Meccanica ed Affini– nel 1919.
Prima di soffermarsi sulle esperienze dei pionieri è utile richiamare
brevemente anche il contributo di questo secondo insieme di imprese che danno
l’impressione di condividere, almeno in apparenza, una visione strategica
maggiormente ancorata alle competenze “intersettoriali” di un’officina meccanica.
In ragione forse delle caratteristiche del tessuto industriale che le accomuna
–sono tutte localizzate fra Milano e Legnano– le scelte produttive
rispecchiano l’orientamento a privilegiare competenze meccaniche di tipo trasversale,
utili in un ampio insieme di settori industriali, rispetto al tentativo di
focalizzarsi sul possibile approfondimento delle applicazioni in un singolo
comparto. Fra la scommessa sulla nascita di una domanda associata allo sviluppo
della meccanizzazione dei calzaturifici e l’adeguamento alle richieste
contingenti del mercato, rispondendo quindi alla domanda di settori diversi,
queste imprese orientano le loro scelte lungo la seconda direttrice. In tal senso
la Fontana, che alla fine della prima guerra mondiale dichiara di disporre di
80 operai, è attiva anche, e soprattutto, nella produzione di macchine per l’industria
tessile in cui successivamente si specializzerà; la Mussi, che alla medesima
data conta 150 operai, è specializzata nella produzione di caldaie e costruisce
impianti per la produzione della colla, del sapone, ecc.; la F.lli Mutti,
che dispone di 40 operai, oltre a frese e spianasuole, produce macchine per la
lavorazione delle cinghie, nonché impianti completi; la Attilio Reina offre una
gamma molto ampia di macchinari, da quelli per rompere le ossa alle seghe a
nastro, a quelli per tagliare tessuti e simili.

I pionieri
Le vicende dei pionieri del settore meritano una pur breve parentesi per più
ragioni. Al di là del successo delle loro iniziative –che comunque non si protrarranno
sino ai nostri giorni, o perché soppiantate da nuovi e più agguerriti
concorrenti o perché migrate in altri settori industriali– alle prime imprese
meccano calzaturiere vanno riconosciuti sia la lungimiranza della scelta
settoriale sia il loro ruolo di “incubatrici” di molti dei futuri imprenditori
del settore.
Antonio Ferrari
Antonio Ferrari è l’imprenditore che maggiormente segna le origini della produzione
italiana di macchine per calzature. Nato nel 1877 a Massaléngo, vicino
a Lodi, nel 1900 allestisce un’officina da elettricista nella piazza del Bramante
a Vigevano. L’attività, tipicamente artigianale, si orienta progressivamente

Il brindisi per l’inaugurazione nel 1915 del nuovo stabilimento della Antonio Ferrari


verso la riparazione e manutenzione delle prime macchine impiegate nelle
imprese calzaturiere, allora di esclusiva provenienza americana o tedesca. Con
l’aiuto di qualche operaio le ripara, vi apporta modifiche e, costruendo direttamente
i pezzi di ricambio, introvabili in Italia, le rende nuovamente funzionanti.
Le competenze elettromeccaniche giocano in questa fase un ruolo decisivo
per lo sviluppo dell’iniziativa. L’assenza di tecnici e depositi di componenti
delle imprese estere traduce ogni guasto in lunghi periodi di fermo macchina
–pari nel migliore dei casi ai tempi necessari alla richiesta dei componenti
alla casa madre ed al loro successivo invio in Italia–. L’emancipazione
dalla dipendenza dall’estero viene sottolineata anche dalla pubblicistica secondo
la quale, nella ricerca dell’ambito ove applicare le competenze che va
accumulando, “il Ferrari ferma la sua attenzione su una delle maggiori industrie
locali, la confezione delle calzature; vede che essa è asservita appunto al mercato estero, e si fissa il suo compito meritorio, fabbricare qui, da noi, quanto ci occorre.”6 Le
carenze sul versante dell’offerta offrono quindi ad Antonio Ferrari l’opportunità
di avviare inizialmente la riproduzione della componentistica richiesta
dalla manutenzione/riparazione delle macchine e, successivamente, la produzione/
riproduzione delle macchine più semplici, quali le fresasuole, i
pomicini, le trance, i banchi di finissaggio, ecc.
Sebbene sia difficile identificare il momento in cui l’officina Ferrari
sostituisce l’attività originaria con la produzione autonoma di macchine per
calzature, questa evoluzione può essere collocata alla fine del primo decennio
del ‘900. In brevissimo tempo l’iniziativa mostra di guadagnare il favore del
mercato, tanto da meritarsi nel 1910 la prima citazione giornalistica, quando
su la Gazzetta industriale e mercantile di Genova compare un “lungo articolo dal
titolo ‘Una ditta che si fa onore’, [che] illustrava i meriti di questa casa nel campo
industriale”7 .
Nel 1915, proprio agli inizi del primo conflitto mondiale, lasciata la
vecchia officina, diventata ormai insufficiente, Antonio Ferrari si trasferisce in
un vero e proprio stabilimento, sempre a Vigevano, dove occupa una trentina
di addetti.
In un periodo, quale quello
bellico, in cui la crescente affermazione
della meccanizzazione dell’industria
calzaturiera si confronta con la
sempre maggiore difficoltà ad importare
dall’estero sia i componenti
sia le macchine stesse, l’Officina Meccanica
Antonio Ferrari riesce a sviluppare
ed a consolidare le proprie
attività. Sul versante produttivo, nel
1920 amplia in modo significativo lo
stabilimento di via Cairoli, descritto
come “una perfezione di impianto e di
organizzazione”; nello stesso anno, ma
sul versante commerciale, partecipa
alla Fiera di Milano con due stand.
“Il Diario”, organo ufficiale della Fiera
Campionaria Internazionale di Milano, segnala il 21 aprile 1920 che la delegazione
bulgara, dopo aver visitato gli stand dell’impresa vigevanese, “ha ordinato
una serie completa di tutte le sue 
Manifesto pubblicitario della Antonio Ferrari degli anni ‘20

macchine che dovranno servire come collezione e modello
per la ripresa e lo sviluppo dell’industria meccanica di quella nazione.”
Nel 1921 l’impresa partecipa nuovamente alla Fiera di Milano con ben
sei stand guadagnandosi anche l’attenzione del Sole, che in un articolo del 23
aprile, informa che “veramente importante e degna di nota è la esposizione di macchine
di calzature fatta dalla Ditta Antonio Ferrari di Vigevano.”
La strategia perseguita dall’impresa di Vigevano ricalca, fatte le debite
proporzioni, quella di Usm e di Moenus che si propongono quali fornitrici di
ogni tipo di macchina impiegata nella produzione della calzatura. In tal senso,
pur partendo dalla riproduzione delle macchine più semplici impiegate nelle
fasi di finissaggio, già nel 1923 la Guida Generale dei Calzaturifici ed Affini di Vigevano
illustra come le Officine Meccaniche Antonio Ferrari, “prima fabbrica italiana per la
costruzione di macchine per calzaturifici”, disponga di un “deposito costantemente
rifornito di qualsiasi macchina per calzature” e possa fornire impianti completi di
stabilimenti per qualsiasi lavorazione meccanica delle calzat1ure; pezzi di ricambio per
qualunque macchina del genere; [s]pecialità in fustelle di qualunque tipo e sistema in
acciaio inglese di primissima qualità; forniture ed accessori per la lavorazione a macchina
e a mano; macchine per orlatrici e banchi a motore completi.”
La scelta di puntare sull’offerta della gamma completa delle macchine
per calzature caratterizzerà l’impresa sino alla fine degli anni ’50 quando si orienterà
verso la produzione delle macchine per la lavorazione dei materiali sintetici.
Negli anni ’30 la produzione viene estesa a macchine tecnologicamente più complesse
quali le piantatacchi, la graduatrice ed i primi modelli di “Rapid”. In
sintonia con la scelta di allargare all’intero territorio italiano la propria influenza,
nel 1924 insieme alla SIMCASIA (Società Italiana Macchine per Calzaturifici,
Scatolifici ed Industrie Affini), impresa commerciale di Milano con rappresentanze
a Napoli ed a Torino, dà vita alla “Ditte Riunite SIMCASIA-Antonio Ferrari”,
sodalizio che si protrarrà sino al 1930.
Non può infine essere dimenticato il contributo che la Antonio Ferrari
fornisce allo sviluppo del comparto nazionale quale incubatrice di futuri imprenditori.
Nell’impresa vigevanese si formano ed hanno la possibilità di maturare
le proprie competenze tecnologiche molti dei tecnici che nel tempo daranno
vita a nuove officine, quali la Fratelli Besser, la Comelz, la Gelmini e Manenti ed
altre ancora nel secondo dopoguerra.
Angelo Ornati Fonderia e Officina Meccanica
Le origini della Angelo Ornati Fonderia e Officina Meccanica risalgono alla
seconda metà dell’Ottocento. A rendere incerta la data contribuisce anche il
fatto che la fonderia di ghisa creata dal cav. Giuseppe Losa a Vigevano in


“regione Fiera” nel 1880, viene acquisita nel 1905 da Angelo Ornati che affianca
le nuove attività a quelle di un’officina meccanica che già possedeva da trent’anni
ed ove si realizzavano anche biciclette. Proprio all’interno di quest’ultima,
nel 1896 era stata prodotta quella che può essere considerata la prima soluzione
italiana di meccanizzazione di una fase della produzione di calzature, cioè
un bilanciere a mano per tranciare il cuoio ed i suoi surrogati, primo fra tutti il
cartone. Con riferimento a quegli anni, “Faro” –pseudonimo dietro cui si celava
un collaboratore dell’Eco della Industria e dei Commerci del Cuoio e delle
Calzature– afferma che “tutto il resto, compresi anche i coltelli, veniva dalla Germania,
poco dalla Francia, insignificante parte dalla Inghilterra e quasi nulla dall’America,
malgrado che colà vi fossero già da molti decenni industrie perfette di macchinario
e accessori per calzature.” 8
In seguito all’acquisizione della fonderia, Ornati apporta significativi
miglioramenti sia alla stessa fonderia sia all’officina meccanica. Gli effetti benefici
dell’integrazione di competenze metallurgiche e meccaniche si riveleranno
nel volgere di breve tempo, consentendo alla Angelo Ornati di “costruire
qualsiasi tipo di macchina.”9 La produzione, molto vasta, spazia dalle fusioni
in ghisa di qualunque dimensione e forma ai torchi ed alle pigiatrici per uva,
alle macchine per pasticcerie e, secondo alcuni, alle biciclette. Dalle competenze
associate alle macchine per pressare e per tranciare le lamiere, a quelle
necessarie alla progettazione di macchinario per la tranciatura delle suole il
passo è breve. Alla fine del primo conflitto mondiale la ditta conta 45 operai
ed il processo di specializzazione nel settore calzaturiero è sempre più marcato.
Nei primi anni Venti i messaggi pubblicitari, oltre alle trance “Rivoluzione”,
ai “torni copiativi” per riprodurre “forme per calzature e macchine inerenti”
ed alle altre produzioni cui è associato il proprio patrimonio di competenze,
annunciano la “costruzione di pressatacchi e macchine inerenti.”
Anche nel caso di Ornati il numero dei tecnici che ha saputo sfruttare
imprenditorialmente le competenze acquisite in officina è consistente e spazia
da Amedeo Biffignandi e Carlo Slovazza, che compaiono fra i fornitori di
macchine per calzature nella Guida del 1923, a Venanzio Garbarini (la cui officina
costituisce il nucleo originario dell’odierna Garfas) ed ai cugini Allevi
(quindi, alle attuali Virginio Allevi e F.lli Allevi che, in particolare, continueranno
a sviluppare le macchine per il taglio).10






Fabbrica Macchinario per Calzature Secondo Mona

Le origini della Fabbrica Macchinario per Calzature Secondo Mona risalgono
al 1903 quando Secondo Mona, un giovane tecnico di Somma Lombardo, avvia
una piccola impresa di vendita e riparazione di biciclette e motociclette,
cui fa seguire la costruzione di biciclette e tricicli e la rappresentanza dei primi
Mosquito Gritzner, Lea-Francis, Bianchi, Milano-Fiat e delle Motociclette
FN.11
Rispetto a quelle della Ferrari e della Ornati, con le quali per altro
condivide la comune natura meccanica delle competenze, l’iniziativa di
Secondo Mona si sviluppa in un’area geografica ove l’industria calzaturiera, lungi
dall’essere dominante, convive con altre esperienze industriali, da quelle più
consolidate del tessile a quelle allora
recentissime dell’aeronautica.
Proprio la vicinanza ad alcune
delle prime esperienze aeronautiche
italiane gioca un ruolo importante
nell’evoluzione delle attività
dell’impresa nei termini in cui,
sin dal 1913, la Secondo Mona inizia
a dedicare parte delle proprie
attività d’officina alla riparazione
ed alla manutenzione di motori
d’aerei.


La prima sede (1903) dell’officina meccanica di Secondo Mona

In attesa di rivolgere negli anni ‘50 i propri sforzi industriali esclusivamente
all’industria aeronautica, l’impresa di Somma Lombardo diviene uno
dei principali produttori italiani di macchine per calzature. La produzione industriale
è inizialmente incentrata sulle attrezzature più semplici e si rivolge
all’ampio mercato dei laboratori artigianali. L’incontro con l’Ing. Federico
Bertolazzi, che dispone di una profonda conoscenza delle esigenze delle fabbriche
calzaturiere, induce quindi Secondo Mona a rivolgere l’attenzione alle macchine
per calzature al fine di rispondere alla crescente domanda di
meccanizzazione dei calzaturifici. All’inizio degli anni ‘20 i prodotti presenti
sul catalogo sono quarantadue ed includono macchine per smussare il cuoio,
macchine per incidere, trance a braccio girevole e fisso, macchine per fissare i
tacchi Virtus, Simples e Stella, nonché attrezzi vari per la lavorazione delle pelli.
In anticipo rispetto a quanto
fatto negli anni ’20 da Ferrari,
Secondo Mona allaccia un accordo
di collaborazione con la Ditta
Bartolazzi che dopo l’esperienza
calzaturiera ha avviato anche un’attività
nel comparto delle macchine
per calzature. Terminata l’esperienza
con la Bartolazzi prosegue autonomamente
il proprio percorso di
sviluppo sino a proporsi alle imprese
calzaturiere italiane durante gli
anni ’20 come il maggiore produttore
italiano. La strategia dei volumi
produttivi che ha favorito la crescita
dell’impresa di Somma Lombardo
fra le due guerre si dimostrerà
meno soddisfacente negli anni
’50 al punto da indurre la Secondo
Mona a cedere ad altri distributori
i propri magazzini e ad uscire dal settore per focalizzarsi sull’industria aeronautica.

Copertina catalogo anni ‘20 di Secondo Mona


Franco Rampichini
L’esperienza di Franco Rampichini si discosta completamente da quelle richiamate
precedentemente per diverse ragioni. La prima è che l’esperienza
del Rampichini “imprenditore” non ha apparentemente lasciato tracce significative.
La seconda ragione, ben più importante, è che il contributo del
Rampichini “inventore” ha significativamente influenzato l’industria
calzaturiera come probabilmente non è riuscito ad alcun altro, per lo meno
in Italia. La spiegazione di quanto detto risiede nella natura stessa dell’invenzione
di Rampichini che, ancor più che nel caso dei corioclavi, investe
la concezione della scarpa e, quindi, quale conseguenza, ne modifica il
modo di produrla. L’iniziativa di Rampichini può essere definita come
anticipatrice rispetto a quanto avverrà a partire dal secondo dopoguerra. L’inventore

parte dal prodotto o, meglio,
dalla sua concezione per introdurre
varianti che modificano o
migliorano il prodotto stesso; le
macchine altro non sono che gli
strumenti per implementare tali
migliorie. L’importanza della conoscenza
del prodotto diviene almeno
pari, quando non superiore,
alla conoscenza del processo.
La scarpa è composta da
più componenti tenuti insieme per
mezzo di cuciture o chiodi; l’idea
di Rampichini è che sia possibile
ricorrere a soluzioni alternative,
cioè, in particolare, sia possibile pensare di “saldare” suola e tomaia per tramite
di un mastice speciale, 

La montatrice prodotta dalla Secondo Mona negli anni ‘20

evocativamente chiamato “Ago” dall’inventore
stesso. Il sistema di fabbricazione delle scarpe Ago è organizzato in tre fasi
distinte: sfibramento, spalmatura ed essiccazione, rammollimento e saldatura.
(Sfibramento nelle fase iniziale): “le due superfici del cuoio da congiungere
insieme vengono sfibrate con ordigni o macchine munite di punte acuminate, in modo
da aprire gli interstizi fra i fasci di fibre.” Spalmatura ed successivamente
essiccazione: “dopo lo sfibramento, si spalmano entrambe le superfici sfibrate con
uno strato di mastice, e le due superfici si lasciano seccare, separate l’una dall’altra [..]
Durante l’essiccazione del mastice sul cuoio sfibrato, il solvente evapora rapidamente
verso l’esterno, formando una pellicola gelatinosa, che impedisce agli strati interni di
seccare rapidamente. Allora avviene che per attrazione capillare il mastice penetra per
una certa profondità nel tessuto del cuoio, investe e circonda i fasci fibrosi, mentre a
poco a poco il solvente evapora. Infine “si passa alla terza ed ultima fase dell’operazione che consiste nell’inumidire ambedue le superfici munite di mastice (già essiccato) con un energico solvente, mettendole subito dopo a contatto e mantenendovele con una leggera pressione per un tempo, che varia da pochi minuti a qualche quarto d’ora, secondo la grandezza della superficie e la porosità del cuoio”12 .
E’ utile a questo punto sottolineare come le sperimentazioni iniziali,
che Rampichini conduce prima a Torino e successivamente a Roma, si svolga-
no intorno al 1909, cioè ancora nella
fase iniziale della diffusione della
meccanizzazione del settore
calzaturiero nazionale e del tentativo
di avvicinare le produzioni
estere. Appare quindi comprensibile,
e tutt’altro che sorprendente, verificare
che le sperimentazioni ed i
tentativi di sviluppo avviati con alcuni
industriali milanesi e col Ministero
della Guerra risultino alla
fine inutili. La stessa Conceria e Calzoleria
Meccanica si mostra perplessa
sull’invenzione di Rampichini,
scrivendone “che effettivamente, si
vera sunt exposita, potrebbe dare un indirizzo
diverso all’industria della calzatura
a macchina, rendendo inutili
non poche delle macchine più costose.
Non essendoci però stato possibile di
controllare alcuni dati, riteniamo convenga
per ora restare nel periodo di benevola
aspettativa, e di attendere gli avvenimenti.”13

Pressa a carosello per incollare le suole della Ago

La storia successiva è forse scontata, Rampichini emigra a Trieste ove “dopo alcune esperienze compiute dall’Autore a Vienna col signor Cesare Lustig, fu fondata nel 1912, per iniziativa del Lustig stesso, la Società Industriale Ago, che il 20 febbraio 1914 fu rilevata dalla Società Anonima Atlas Werke di Lipsia, fabbrica di macchine per calzature, la quale acquistò tutti i brevetti del Dr. Rampichini (circa 30, fra procedimenti, apparecchi e macchine) con l’obbligo di fondare entro un certo periodo di tempo, una grandiosa Società per la diffusione del sistema “Ago”.14 Nel 1917, dopo essere rientrato a Milano, Rampichini fonda una nuova società la Rampichini Dr. Franco & C. e collabora con riviste del settore. Anche se Rampichini viene di fatto escluso dal successivo sviluppo –e dal conseguente sfruttamento industriale della sua invenzione– il sistema Ago si diffonde progressivamente nei principali paesi europei.
In Italia la sua adozione è inizialmente più lenta, ma assume dimensioni
consistenti negli anni ‘30; il censimento del 1937 rileva la presenza di macchine
per la lavorazione saldata in oltre 200 calzaturifici industriali15 .

Gli anni fra le due guerre

Nel 1900 il saldo del commercio estero di calzature per l’Italia è positivo ed è
pari ad oltre 130mila paia di calzature; nel 1907 il saldo diviene negativo per
circa 75mila paia; alla vigilia del primo conflitto mondiale il saldo negativo
supera ampiamente il milione di paia, nel 1920 è ancora superiore al milione
di paia e infine, nel 1925, anche se per sole 3.671 paia, torna a rendere l’Italia
un esportatore netto di calzature.
L’inseguimento all’efficienza mostrata dalle imprese manifatturiere
degli altri Paesi nella produzione calzaturiera è per alcuni versi concluso. Il
risultato è dovuto non tanto ad un aumento delle esportazioni, che rimangono
quantitativamente assimilabili a quelle di inizio secolo, quanto all’enorme
ridimensionamento delle importazioni. In altri termini, l’aumento dei consumi
interni viene assorbito dalla produzione interna che, pari a circa 16,5 milioni
di paia nel 1913, sale a circa 25 milioni nel 1925. Come in precedenza rilevato
il contributo di Vigevano è preponderante, la produzione giornaliera delle
sue imprese passa da circa 7mila paia di calzature nel 1914 a circa 17mila paia
nel 1925.
L’introduzione della meccanizzazione consente alle imprese italiane
nuovi livelli di efficienza; la crescente competitività dei nuovi processi produttivi
traina l’adozione e la diffusione delle macchine per calzature e, ad esse
associati, lo sviluppo ed il consolidamento del comparto meccano-calzaturiero
nazionale.
L’intersecarsi di vicende in cui, i protagonisti sono di volta in volta,
meccanici con esperienze diverse, o meccanici e calzaturieri o, ancora, meccanici
e rivenditori, ha effetti enormi per lo sviluppo del comparto nazionale
delle macchine per calzature, sia nell’orientare le “priorità”, sia nel localizzare
le esperienze, sia nel dimensionare la crescita stessa dell’offerta nazionale. Le
oltre 70 esperienze avviate in tutta Italia prima del secondo conflitto mondiale,
offrono la miglior testimonianza del fervore imprenditoriale innescato dal la diffusione della meccanizzazione all’interno dell’industria calzaturiera nazionale
(Tabella 2). Il ruolo giocato dalla domanda di meccanizzazione viene
reso esplicito dalle origini e dai percorsi evolutivi seguiti dalle nuove iniziative.
Nel caso delle officine meccaniche si assiste al passaggio dalla manutenzione
di macchine alla loro riproduzione e produzione. Nel caso delle attività
commerciali il rivenditore smette le vesti del semplice agente commerciale
per divenire al contempo collettore e strumento di aggiornamento tecnologico
per le imprese calzaturiere e per le officine meccaniche. Nondimeno l’aspetto
più rilevante va forse individuato nella distribuzione geografica del fenomeno
ancor prima che nella sua dimensione.


Se prima del 1918 Milano e Vigevano, seppur per ragioni diverse,
potevano essere considerate delle avanguardie nello sviluppo del comparto
meccano calzaturiero nazionale, alla fine degli anni ‘30 appare chiaro che le
due province lombarde di fatto coincidono con l’offerta nazionale di macchine
per calzature. Non solo, se all’inizio del secolo Milano poteva trarre un
oggettivo vantaggio dal suo essere praticamente equidistante dalle principali
aree a vocazione calzaturiera lombarde –da Parabiago a Varese a Vigevano–
dopo 30 anni di esperienze imprenditoriali, Vigevano evidenzia il progressivo
affermarsi di un nuovo modello di competizione industriale che ridimensiona
l’impostazione puramente commerciale e, con essa, l’apparente centralità della
piazza milanese.
I dati sulla composizione del comparto delle macchine per calzature
nel resto d’Italia non necessitano molti commenti. Le esperienze avviate al di
fuori della Lombardia sono quantitativamente trascurabili e prioritariamente
incentrate sulla commercializzazione. Regioni inizialmente all’avanguardia
nella meccanizzazione dei calzaturifici, qual è il caso del Piemonte, mostrano
di pagare il mancato sviluppo di un’area calzaturiera –o, in termini capovolti,
scontano le difficoltà dell’azione isolata– , mentre per quelle che si affermeranno
successivamente, quali Veneto o Marche, i tempi risultano ancora non
completamente maturi.
In altri termini Vigevano, almeno apparentemente, va assumendo il
ruolo che in epoche differenti ha caratterizzato Boston, Brokton e Pirmasens
nello sviluppo dei comparti meccano calzaturieri statunitense e tedesco. Come
la storia dell’industria italiana delle macchine per calzature nella prima metà
del secolo tende a sovrapporsi in larga misura a quella delle imprese vigevanesi,
allo stesso modo gli eventi che segnano la storia delle imprese vigevanesi
divengono illustrazione e spiegazione delle modalità e delle ragioni dello
sviluppo del comparto nazionale delle macchine per calzature.
Le officine dei pionieri, che hanno saputo e potuto controbilanciare le
naturali “deficienze” dei debutti con il favore delle contingenze sociali, politiche
ed industriali, divengono al contempo scuola di competenze e modelli da
imitare. “Con ritmo lento ma costante altre officine sorgevano, fondate da operai
meccanici formatisi alla scuola dell’officina. E nel giro di pochi anni la tecnica
costruttiva vigevanese manifesterà la sua brillante affermazione” sostiene “La
Calzatura Italiana” nel 1956. E’ in sintesi la storia di una nuova generazione di
operai imprenditori che sanno sfruttare le competenze meccaniche; una storia
che, nel suo ripetersi, si protrarrà ben oltre il secondo conflitto mondiale. Le
vicende di Venanzio Garbarini nei ricordi del genero Luigi Fassina offrono la
miglior testimonianza del clima di quegli anni.
Venanzio Garbarini inizia il proprio apprendistato meccanico e
metallurgico alla Angelo Ornati. Dopo la prima guerra mondiale, in società
con Reali, tenta di sfruttare le competenze metallurgiche acquisite e si dedica
all’attività di fonderia lavorando il bronzo ed altre leghe. A cavallo dell’inizio
degli anni ’20 l’apprendistato imprenditoriale di Garbarini si arricchisce di
una nuova esperienza con l’impegno a collaborare da esterno alla
manutenzione degli impianti della Ursus Cuoio, cioè della maggior impresa
calzaturiera di Vigevano fondata da Bertolini e Magnoni nel 1918. Il rapporto
con Pietro Bertolini rappresenta un vero e proprio punto di svolta per
Garbarini. Mentre si occupa della manutenzione degli impianti della Ursus
Cuoio, inizia a riprodurre per quest’ultima alcune delle macchine più semplici,
dapprima quella per la “increna” e, successivamente, costruisce una
“montagancetti per Ideal”, che rappresenta una soluzione semplificata di una
macchina della Usm. E’ interessante rilevare come in quegli anni, ad ulteriore
testimonianza dell’intersecarsi delle iniziative dei futuri imprenditori meccano
calzaturieri, Venanzio Garbarini si avvalga per le lavorazioni al tornio delle
competenze di un’altra figura storica del comparto vigevanese, qual è stata
quella di Francesco Colli.
Alla relazione professionale con la Ursus Cuoio è infine associato l’ultimo
passo di queste vicende iniziali dell’imprenditore vigevanese, e cioè l’avvio nel
1924 dell’Officina Meccanica Garbarini. E’ infatti lo stesso Bertolini a contribuire
alla nascita dell’officina fornendo parte del capitale, 2mila lire, che concorrerà
all’acquisto delle macchine utensili necessarie all’attività meccanica di Garbarini:
un tornio, una limatrice ed un trapano.
Pur mutando personaggi e contingenze, il percorso imprenditoriale di
Garbarini si ritrova nelle vicende di Francesco Colli (1895) che, dopo l’esperienza
con lo stesso Garbarini, si mette in società con l’allora non ancora ventenne
Giovanni Cipollini (1901), dando vita il primo gennaio del 1921 alla Colli e
Cipollini. Il sodalizio fra i due si protrae sino al 1936 quando nasce la Fimac –
Fabbrica Italiana Macchine e Accessori per Calzature– di F. Colli, impresa che
suggella con la raggiunta autonomia il percorso imprenditoriale di quest’ultimo.
Nel frattempo, alla scuola di Colli hanno avuto la possibilità di formarsi altri
operai imprenditori, quali Germano e Salgemmo che, successivamente, insieme
a Alberto Bruggi ed a Pietro Torielli, daranno vita a Simacc.
Rodolfo Rolando offre a propria volta un esempio rilevante della varietà
e dell’articolazione degli stimoli offerti dal tessuto industriale vigevanese. Da
un lato, l’attività del neo imprenditore trova incentivo e sostegno nell’operato
di Agostino Grassi, un rivenditore che rientra di fatto fra coloro che hanno
stimolato lo sviluppo di una produzione nazionale. Agostino Grassi
contribuisce infatti ai finanziamenti necessari allo sviluppo ed alla costruzione
della cucitrice “rapid” prodotta dal tecnico vigevanese, la famosa Duer.
Dall’altro l’officina di Rodolfo Rolando offre un ulteriore esempio di luogo di
formazione del “saper come fare” meccanico, utile a riprodurre ed adeguare
le macchine rispetto a impieghi nuovi e vecchi. In questo caso l’allievo è il
quattordicenne Terenzio Bianchi che presso l’officina di Rolando inizia la
propria formazione meccanica che lo condurrà nel secondo dopoguerra alla
creazione di Gusbi con Emilio Gusberti.
L’esperienza di Felice Minola merita una citazione a parte sia per la
trasparenza con cui si manifesta l’acquisizione e lo sviluppo delle competenze
meccaniche sia per la duplice veste di insegnante dell’Istituto Roncalli e,
successivamente, di imprenditore con cui forma molti dei futuri protagonisti
dell’attività meccano calzaturiera vigevanese. Esempi di quest’ultimo aspetto
sono offerti dalle esperienze lavorative di A. Bocca e M. Pagani –cioè i fondatori
nel 1955 di Sagitta– da quelle più episodiche di Antonio Capuano, che nel
1950 dà vita alla futura Sigma, e da quelle di Luigi Piccolini, che all’inizio
degli anni ’30 avvia la produzione di pantografi. La macchina che, con il
marchio Lince, Piccolini produce è la riproduzione di un pantografo svedese.
Occorre rilevare come la produzione della macchina di Piccolini sia
praticamente contestuale a quella del pantografo costruito da Minola. La
coincidenza è particolarmente interessante nei termini in cui segnala sia la
bontà degli insegnamenti pratici di Minola sia l’evolvere della domanda di
macchine da parte dei calzaturifici italiani.
Nato a Vigevano nel 1886, Minola si trasferisce a Torino nel 1902, dopo
aver completato i propri studi all’Istituto Roncalli. Le officine meccaniche sorte
nel capoluogo piemontese a sostegno dello sviluppo dell’industria
automobilistica offrono al futuro imprenditore la miglior opportunità per
perfezionare ed aggiornare le proprie competenze. Forte di tali esperienze nel
1910 torna a Vigevano e torna all’Istituto Roncalli nella nuova veste di docente,
avendo vinto il concorso bandito per “Maestro d’officina”. L’attività di
insegnante non distoglie comunque l’attenzione di Minola dalle applicazioni
pratiche della meccanica, né ne riduce la reputazione di meccanico. In tal senso,
nel 1920 sospende per alcuni anni l’insegnamento per aderire a due iniziative
distinte, anche se interrelate. Accetta infatti di tornare a lavorare a Torino in
qualità di capo officina alla Eureka, una società che produce carburatori, e


presso cui si fermerà sino al 1924, anno in cui tornerà definitivamente a
Vigevano; al contempo avvia con alcuni soci –Brunetti, Colli e Roncalli–
un’officina meccanica a Vigevano, la cui attività viene fra l’altro alimentata
dai lavori offerti dalla società torinese. Nasce così nell’ottobre del 1920 la Svim
–Società Vigevanese Industrie Meccaniche– di Felice Minola & C. L’uscita dalla
società di Brunetti e Colli nel 1924 e, successivamente, quella di Roncalli nel
1929, offrono a Minola l’occasione per proseguire autonomamente la propria
attività, nonché di fregiarsi di una ragione sociale in cui scompare il “& C.”.
L’episodio che probabilmente orienta in modo definitivo l’attività meccanica
dell’imprenditore insegnante nella direzione dell’industria calzaturiera è
rappresentato dalla fabbricazione di una cucitrice. La cucitrice prodotta, o
meglio riprodotta, da Minola è del tipo con punto a catenella, in altri termini
una Blake. L’importanza della sua realizzazione, la prima operata da
un’impresa italiana, va comunque oltre il rilievo specifico assunto per i futuri
sviluppi di Svim. La riproduzione della Blake offre infatti un quadro
emblematico dell’organizzazione del comparto meccano calzaturiero nella fase
del suo primo consolidamento e, in particolare, testimonia l’articolazione delle
relazioni che legano fra loro calzaturieri, rivenditori e meccanici, nonché delle
opportunità offerte dal governo dell’intreccio delle competenze di cui ogni
attore è portatore. La produzione della prima Blake italiana è il risultato di
una commessa rivolta a Minola da Amedeo Biffignandi, che dopo l’esperienza
meccanica acquisita alla Angelo Ornati si è trasformato in rivenditore. Mentre
il primo apporta la propria reputazione e, soprattutto, il proprio “saper come
fare” meccanico, il secondo mette a disposizione la propria conoscenza del
mercato, la propria disponibilità finanziaria, in quanto rileva l’intero lotto di 6
macchine inizialmente commissionate, nonché la macchina da riprodurre, cioè
il presupposto da cui dipende l’intera operazione industriale. Nella
ricostruzione fatta dal figlio Giuseppe, la Blake prodotta da Felice Minola è
infatti una riproduzione della cucitrice della tedesca Mayer e Remychard. La
scelta del modello non è ovviamente casuale, da un lato il suo brevetto era in
scadenza e, dall’altro, era disponibile in quanto distribuita in Italia da
Biffignandi.
La rilevanza delle “competenze” meccaniche di questa fase per lo
sviluppo del settore trova un’ulteriore conferma nella scelta di Minola di
produrre all’inizio degli anni ’30 quella che rappresenterà un’altra macchina


storica per il comparto italiano, il pantografo Universal. Anche nel caso del
pantografo, il progetto nasce all’esterno dell’officina: Recchioni, un modellista,
che traccia degli schizzi sul tavolo di un’osteria, e Pomati, un salumiere, che
investe il capitale, offrono al meccanico l’opportunità di produrre una macchina
originale, come dimostra la registrazione del brevetto ottenuta nel 1931.

I rivenditori

I precedenti riferimenti al sostegno offerto da Agostino Grassi a Rodolfo
Rolando e da Amedeo Biffignandi a Felice Minola inducono ad un dovuto
riconoscimento del ruolo ricoperto dai rivenditori nello sviluppo del comparto
meccano calzaturiero vigevanese e, conseguentemente, nella crescita
dell’industria calzaturiera nazionale.
Ad una prima disamina il ruolo del rivenditore, quale intermediario
fra produttore e utilizzatore, appare come il terzo vertice di un triangolo
naturale. La struttura del mercato, così come è andata consolidandosi durante
il secolo, mostra infatti l’operare di una triangolazione di competenze
complementari –officina meccanica, rivenditore, calzaturificio– in cui il
rivenditore funge da collettore di esigenze e di soluzioni. I riferimenti all’azione
svolta dai grandi produttori internazionali –dal “monopolista” statunitense
Usm all’antagonista europeo, il tedesco Moenus– ed alcune iniziative degli
stessi rivenditori italiani suggeriscono una realtà differente, ove i rivenditori
svolgono un ruolo attivo e di assoluta rilevanza nel costruire –o meglio,
plasmare– il comparto meccano-calzaturiero italiano e, per riproduzione
storica, il settore a livello internazionale.
Alcune contingenze favoriscono la comparsa del rivenditore ed il suo
ruolo innovatore. Da un lato il ritardo delle imprese italiane nel processo di
meccanizzazione che, rispecchiando il desiderio o le convinzioni del dover
salvaguardare le caratteristiche della produzione tradizionale e le associate
competenze, rende meno percepita l’esigenza di razionalizzazione del processo
produttivo, meno impellente la riorganizzazione delle imprese e meno rilevanti
i possibili vantaggi da economie di scala. Ciò si traduce in una produzione
calzaturiera frammentata e caratterizzata da unità produttive di piccole
dimensioni in cui le iniziali esperienze di meccanizzazione sono episodiche. Il
contestuale rilievo all’inizio del ‘900 dell’esistenza di un numero limitato
di calzaturifici meccanizzati e della loro ampia dispersione sul territorio
nazionale li fa apparire a posteriori come altrettante cattedrali nel deserto
e, in quanto tali, probabilmente insufficienti ad una valutazione corretta
delle potenzialità del mercato italiano e degli investimenti richiesti.
Dall’altro lato, la forma distrettuale del tessuto vigevanese con la sua
segmentazione e specializzazione produttiva ha favorito lo sviluppo della
manutenzione esterna e la riproduzione o l’adattamento delle macchine da
parte delle officine meccaniche, ed ha contribuito al ridimensionamento della
centralità del mercato milanese.
L’importanza del rivenditore italiano, e la novità del suo ruolo per il settore,
risiede nell’aver saputo sfruttare i limiti delle strategie dei grandi produttori
internazionali ed i vincoli economici delle piccole imprese calzaturiere. Con la
propria iniziativa il rivenditore ha raggiunto un duplice obiettivo: si è proposto
all’impresa calzaturiera come una soluzione efficace nel fornire ogni tipo di
macchina con modalità e prezzi competitivi; si è offerto all’officina meccano
calzaturiera quale tramite per raggiungere i calzaturifici limitandone l’esigenza
di dotarsi di una struttura commerciale. Infine ha assunto anche il ruolo di
suggeritore in grado di orientare le scelte produttive, giungendo talvolta a
fornire, insieme alle indicazioni, gli strumenti tecnici e finanziari indispensabili
per la riproduzione delle tecnologie consolidate o la produzione delle macchine
da contrapporre a quelle proposte dalle grandi imprese internazionali.
La rilevanza dell’attività svolta dal rivenditore, nonché della
reputazione di quest’ultimo presso i calzaturifici, è del resto ben compresa
dagli stessi pionieri del comparto meccano-calzaturiero. Antonio Ferrari dà
vita nel 1924 ad una “Società riunite” con Simcasia, impresa commerciale
fondata nel 1908 e presente a Milano, Napoli e Vigevano. Solo qualche anno
prima, Secondo Mona aveva raggiunto un accordo con la Arturo Bartolazzi.
Quest’ultima agli inizi degli anni ’20 disponeva di proprie filiali a Milano,
Torino, Napoli e Vigevano attraverso le quali offriva “macchine non a nolo”
di importazione, quali le statunitensi Landis Machinery, Champion Shoe
Machinery, R.H. Long Machinery, Peerless Machinery, Fortuna e Hamel Shoe
Machinery, e le inglesi Gimson Shoe Machinary e American Supplies16 .
Se si esclude la Usm che agiva tramite una propria filiale, la
rappresentanza forse più ambita era quella della Moenus. A distribuire le
macchine del gruppo tedesco in Italia era Joseph Loewenthal che disponeva di
una sede a Milano. Proprio da
quest’ultimo andranno a scuola
Giuseppe Barenghi e, almeno nella
fase iniziale, un altro pioniere del
settore meccano-calzaturiero italiano:
Pietro Torielli. Mentre Barenghi
subentrerà a Joseph Loewenthal
nella rappresentanza di Moenus
durante gli anni ‘30, Pietro Torielli
seguirà il percorso della concorrenza
accettando poco più che ventenne
un’offerta di lavoro propostagli da
un’altra impresa tedesca, la Atlas
Werke di Lipsia.
La storia di Pietro Torielli
è per certi versi unica nello
scenario italiano delle macchine
per calzature. Nato ad Alessandria
nel 1900, non ancora quindicenne inizia le proprie esperienze lavorative presso
un calzaturificio mentre la sera continua gli studi, prima nella propria città e
successivamente a Milano17

Manifesto degli anni ‘20 della Arturo Bartolazzi che 
pubblicizza la Fortuna di produzione americana

Ed è proprio a Milano che la sua strada si intreccia
con quelle di Giuseppe Barenghi e della Moenus. Le capacità mostrate sono
tali da valergli l’offerta da parte della Atlas Werke di un contratto biennale
per l‘installazione di un calzaturificio meccanizzato in Venezuela. Arricchito
anche dall’esperienza internazionale, nel 1924 Pietro Torielli è pronto ad
assumere la rappresentanza di Atlas Werke e ad avviare la propria avventura
vigevanese.
Anche per Pietro Torielli diversi sono gli episodi di indirizzo della
produzione di officine meccaniche. A titolo esemplificativo si ricorda l’interazione
con Garbarini e, successivamente, con Garfas. All’interno di questa, l’invito
a riprodurre una macchina olandese per fissare le fibbie e quello non
raccolto a riprodurre la “Fortuna”. Le ragioni della diversa valutazione fatta
da Garbarini e Fassina sono ovviamente economiche e strategiche. Nel ricordo
di Luigi Fassina la riproduzione della macchina per “fissare le fibbie” olandese
oltre all’evidente competitività di prezzo –la versione dell’officina
vigevanese sarebbe costata 80mila lire
rispetto alle 145mila richieste dall’originale–
offriva l’opportunità di rifornire
un nuovo segmento di mercato
con una macchina e relativi componenti;
nel caso della riproduzione perfetta
della Fortuna, stante la diffusione
di quest’ultima, le occasioni di guadagno
si sarebbero di fatto ridotte alla
sola fornitura di componenti non originali.
Il coinvolgimento fattivo di Pietro
Torielli nel disegnare l’organizzazione
del comparto meccano calzaturiero
trova infine la miglior testimonianza
nella partecipazione diretta alla
fondazione di un’attività produttiva,
come nel caso ricordato della nascita
di Simacc.
La scelta del rivenditore di operare direttamente nell’indirizzare e
stimolare la produzione di macchine per calzature non rappresenta a propria
La copia di una fattura della Pietro Torielli in cui si evidenzia
 la rappresentanza generale per l’Italia della Atlas Werke

volta un’iniziativa isolata. Lungo tale sentiero si era inoltrato qualche anno
prima lo stesso Bartolazzi, che si proponeva con una formula innovativa quale
produttore-assemblatore di macchine. Dopo aver interrotto il proprio sodalizio
con la Secondo Mona, la S.A. Arturo Bartolazzi continua ad investire in
macchine per calzature “made in Italy”, come testimonia anche la sua
partecipazione alla Fiera di Milano nel 1924 dove “[a] voler fare una rassegna
telegrafica delle macchine ammirate, diremo che la Upper leather ha battuto il record
delle macchine a smussare pelli e tomaie in ogni genere, nulla avendo da invidiare alla
classica e famosa Fortuna americana; che il banco di finissaggio tipo Milano è il solo
–tra le diverse produzioni italiane– che può stare all’altezza delle produzioni estere;
che la macchina Lightning ad applicare i tacchi –infine– è un miracolo di prodigio,
non essendosi finora da alcuno tentato in Italia la costruzione di un congegno tanto
complicato e difficile.”18


Alla vigilia del secondo conflitto mondiale

Nel 1925 l’industria calzaturiera italiana pareggia lo scambio di calzature con
l’estero. Nel 1939 per la prima volta nella sua storia l’Italia supera il milione di
paia di calzature esportate e limita le importazioni a sole 71 mila paia. In altri
termini, gli effetti della meccanizzazione del comparto iniziano a manifestarsi
in tutta la loro portata.
Una conferma diretta del progressivo sviluppo della domanda di
macchine per la lavorazione delle calzature è offerta dai dati del censimento
del 1937 (Tabella 3). Questa rilevazione, da cui sono escluse le imprese artigiane,
offre un quadro del livello della penetrazione della meccanizzazione nelle
imprese calzaturiere nelle sue diverse forme e nella difformità delle scelte
adottate.
Accanto al riscontro della numerosità delle imprese censite che hanno
adottato macchine per calzature, le considerazioni forse più significative
sono quelle suggerite dalla disparità che caratterizza l’adozione delle macchine
rispetto al loro livello tecnologico ed alla fase di impiego. Le trance per il
cuoio, cioè una macchina fra le più semplici, e le macchine per cucire impiegate
nella preparazione della tomaia, il cui contribuito al consolidamento della
specializzazione per fasi del processo produttivo non è irrilevante, trovano
impiego in un numero significativo di imprese: 666 nel caso delle prime e ben
754 in quello delle seconde. Nel caso delle macchine più complesse, ma anche
meno versatili, quali quelle che caratterizzano e specializzano la lavorazione
del fondo, il profilo delle adozioni appare più articolato. Il numero delle imprese
che adotta ogni singola soluzione –dal sistema Blake a quello Littleway,
a quello a guardolo, per finire con il sistema Ago e simili– è nettamente più
contenuto, nondimeno non traspaiono significative polarizzazioni a favore di
specifiche soluzioni tecnologiche.
Descritto nei suoi tratti essenziali il quadro della diffusione delle macchine
per calzature alla vigilia del secondo conflitto mondiale, rimane da definire
il contributo offerto dalla produzione italiana. I dati disponibili, se da
un lato non consentono valutazioni puntuali, dall’altro si prestano allo svolgimento
di alcune considerazioni sia a livello quantitativo sia a quello
quantitativo.


Per ciò che concerne l’aspetto quantitativo, le macchine impiegate dai
calzaturifici italiani continuano ad essere in larghissima maggioranza di origine
estera in ragione sia della varietà di applicazioni proposta dai produttori
statunitensi, tedeschi ed inglesi, sia del livello tecnologico e sia della fama. La
reputazione di cui godeva la macchina statunitense o tedesca –del tutto legittima
all’inizio del secolo, non foss’altro che per ragioni puramente anagrafiche–
ha sovente rappresentato argomento per polemizzare sulle scelte di politica
industriale. Agli imprenditori calzaturieri nazionali che attribuivano alle tecnologie
meccaniche la maggior competitività dei comparti degli altri paesi, e
che quindi chiedevano interventi sui dazi all’importazione delle macchine
dall’estero, rispondevano i sostenitori dello sviluppo della produzione nazionale.
Così un corsivista dell’Eco, taccia gli imprenditori calzaturieri italiani di
chauvinisme alla rovescia”, nonché di sudditanza nei confronti della pubblicità, sostenendo che “ dette costruzioni hanno raggiunto tale grado di perfezione
da competere colle migliori dell’industria tedesca, americana od inglese.”19 Un’indicazione indiretta dello squilibrio che, anche durante il periodo autarchico,
segna l’offerta delle macchine italiane rispetto a quelle estere è rintracciabile
nei dati sul commercio con l’estero delle “Macchine per concerie e per la lavorazione
delle pelli”, voce che include anche quelle destinate ai calzaturifici.
Nel 1938 le macchine importate ammontavano a 251 tonnellate mentre
quelle esportate erano pari a sole 33 tonnellate.
Sul versante della qualità, la valutazione del grado di sviluppo della
tecnologia meccano calzaturiera italiana risulta ambigua. I pochi riferimenti
presenti in giornali e riviste sul livello tecnologico raggiunto dai produttori
italiani offrono un panorama contraddittorio, soprattutto se all’accumulo di
esperienze viene meccanicisticamente associata la capacità di annullare i ritardi
tecnologici ed industriali di partenza. In tal senso, negli anni ’20 la possibilità
di riprodurre in breve tempo la tecnologia dei paesi storicamente all’avanguardia
viene affermata attraverso la convinzione “che non vi sia alcun
italiano capace di negare i mirabili ed inauditi sforzi che, da anni, va compiendo
l’industria meccanica –in ogni ramo, e segnatamente in quello della costruzione di
macchine per calzaturifici e industrie affini– per emancipare l’Italia dal vassallaggio
estero, sforzi che sono coronati da crescente consenso e successo, tanto che oggi siamo in grado di costruire l’intera complicata serie di macchine per calzaturifici, ad eccezione di pochissimi tipi, che sono peraltro allo studio e non tarderanno ad essere
fabbricati.”20 Di diverso avviso è la visione di chi alla fine degli anni ’30 si
interroga su “chi non si attrezza oggi a produrre con i sottilissimi ganci non a
contatto del piede anziché col vecchio sistema dei chiodi? Chi cuce oggi una scarpa
elegante con la grossolana catenella anziché coi due fili sprofondati nel loro spessore
nel cuoio? Chi farebbe oggi una serie di modelli per tomaia, o fondo, a mano anziché
a macchina? [e ne deduce che] macchine moderne voglionsi per allinearsi al progresso
attuale, e queste macchine, in fiduciosa attesa che il mercato nazionale le produca,
occorre importarle. [..] Bisogna attrezzarsi per tali lavorazioni [goodyear e little
way] e invocare dalle competenti Autorità una facilitazione per poter importare le
macchine relative con la certezza che in un tempo più o meno vicino l’industria
nazionale potrà essa stessa fabbricarle.”21
Anche il ricorso ad altre fonti non risolve talune contraddizioni e
non aiuta a definire un quadro più chiaro. Da un lato si ha la pubblicità di
un’impresa produttrice, qual è la Antonio Ferrari, che segnala nel 1924 di
essere in grado di fornire ogni tipo di macchina per la lavorazione delle calzature,
incluse le complesse macchine per il montaggio, dall’altro lato si hanno
le testimonianze sulle prime macchine complesse prodotte da officine italiane
che vengono collocate alla fine degli anni ‘30 e durante gli anni ‘30,
come nel caso delle cucitrici.
Il novero delle iniziative rilevate se in termini quantitativi testimonia
un’indubbia dinamicità da parte degli imprenditori italiani, al di là del loro
essere produttori o rivenditori, in termini tecnologici evidenzia come in questa
fase l’inseguimento si incentri quasi esclusivamente sulla riproduzione.
La natura delle risorse a disposizione influenza significativamente le direzioni
della riproduzione. Le competenze meccaniche, e non quelle calzaturiere,
da un lato sorreggono l’iniziativa delle officine, ma dall’altro ne vincolano
l’attività alla riproduzione delle macchine più semplici, ad esclusione di alcune
eccezioni. A ciò si aggiunga un vincolo ulteriore, quello finanziario. La
riproduzione di macchine complesse, comunque contenuta, necessita di risorse
finanziarie che appaiono in quel periodo parimenti condizionanti; in
assenza di chi si faccia carico del rischio, anche il tentativo di riprodurre nuove
macchine deve confrontarsi con l’esigenza di impiegare il lavoro in attività
remunerative. Il comparto si presenta quindi come un insieme eterogeneo ove a
“pochi lungimiranti fabbricanti di macchine [che lottano] con successo per contenere
l’importazione estera”, al punto che “le macchine costruite presentavano tali
requisiti di estetica, bontà, rendimento, che una nota ditta acquistava le macchine a
Vigevano per rivenderle a maggior prezzo come prodotto importato lucrando sulla
anonima origine della macchina”22, si contrappone una maggioranza di imprese
impegnate nella riproduzione delle macchine più semplici. L’emancipazione
dall’estero continua a rappresentare un obiettivo da raggiungere. Nonostante
il paese possa contare su “officine abbastanza ben attrezzate e che hanno
una propria storia e disponga di buon volontà, cervelli agili e solidi [..] l’Italia è
ancora largamente tributaria dall’estero”23 .
Al di là del successo conseguito, l’immagine dell’inseguimento delle
produzioni internazionali offre la migliore sintesi della storia dei primi 40
anni del comparto italiano delle macchine per calzature. Nondimeno anche
se i ritardi sono lungi dall’essere stati colmati, l’esperienza cumulata dalle
prime imprese rappresenta l’eredità su cui una nuova generazione di imprenditori
meccano calzaturieri impianterà nel secondo dopoguerra le “nuove”
competenze che, nel volgere di due decenni, ne faranno i protagonisti
dello scenario internazionale.

1 Valentino Matrisciano, cit., p. 34.
2 ASCV, Vigevano Illustrata nell’Industria Scarpara, I.7.33, p. 21.
3 American Shoemaking, 3 luglio 1909.
4 LC, 6 dicembre 1894.
5 La Conceria Italiana (d’ora in poi LCI), febbraio 1906.
6 R.S., “Della industria delle macchine per calzature di Vigevano e di Antonio Ferrari”, Rivista
italiana del cuoio dei pellami e delle calzature (d’ora in poi RICPC), a. II, n. 4, 1922, p. 63.
7 Idem.
8 Faro, “Del macchinario per calzature”, Eco, 16 dicembre 1939.
9 ASCV, “Vigevano nel 1924. Guida storico-statistica, commerciale e industriale della Città e
del suo territorio”, I.7.40, p. 95.
10 ASCV, Emilio Umberto Sala, “Città di Vigevano. Guida generale dei calzaturifici ed affini”, I.7.8, 1923.
11 Secondo Mona 100 anni, 1903-2003, Secondo Mona, Somma Lombardo.
12 E. Andreis, “Il sistema di calzature senza cuciture del Dr. Rampichini”, RICPC, 1922, p. 38.
13 “Un’importante scoperta nel campo della calzatura”, LCCM, 20 febbraio 1912.
14 E. Andreis, cit., p. 39.
15 Si veda la successiva Tabella 3.
16 RICPC, a. II, n. 2, 1922.
17 Cesare De Marchi, Memoria storica, managerialità e prospettive dell’imprenditoria vigevanese,
Vigevano, 1992.
18 “Gli stands della S.A. Arturo Bartolazzi alla Fiera di Milano” Eco, 26 aprile 1924.
19 “Le macchine per calzature e la tariffa doganale”, Eco, 26 aprile 1924.
20 Idem.
21 Faro, cit.
22 Idem.
23 Piero Casoni, “Un problema urgente nel campo dell’autarchia: le macchine per calzaturifici”,Eco, 27 maggio 1939.



CAPITOLO QUARTO

L’INDUSTRIA ITALIANA DELLE MACCHINE PER CALZATURE NEL DOPOGUERRA

Dalla riproduzione alla specializzazione

Alla soglia del secondo conflitto mondiale lo sviluppo dell’industria
calzaturiera italiana è tale da mostrare una domanda di macchine per calzature
ormai consolidata; non altrettanto sviluppato, né tanto meno consolidato,
appare di converso il comparto meccano-calzaturiero nazionale. L’offerta di
macchine è molto articolata, nondimeno risulta dominata dai produttori internazionali
che operano in Italia sia direttamente –come nel caso di Usm– sia
indirettamente tramite rivenditori –come per gran parte delle imprese tedesche–.
L’offerta italiana coincide di fatto con l’attività specializzata di poche
imprese –prima fra tutte la Ferrari– e, talvolta, con l’operato sporadico di singole
officine meccaniche, per le quali la realizzazione di macchine appare più
il complemento di riparazioni e produzione di componenti che non una scelta
imprenditoriale
Alla fine della guerra il comparto delle macchine per calzature presenta
uno scenario in forte evoluzione. Le dinamiche che avevano contribuito
alla nascita ed all’iniziale sviluppo del mercato italiano delle macchine per
calzature, evidenziano forti accelerazioni il cui risultato più evidente è rappresentato
dal rimescolamento dei ruoli assunti da importatori, produttori ed
utilizzatori. Il processo avviato negli ultimi anni del conflitto avrà effetti importanti
sullo sviluppo del settore. In particolare, comporterà la ridistribuzione
del potere fra i diversi attori del sistema, nonché la ridefinizione delle finalità
del loro operato e, quindi, della loro stessa natura.
Da un lato vi è l’incremento della produzione calzaturiera trainata
dall’agire contestuale della crescita della domanda finale e dalla definitiva
meccanizzazione del processo produttivo della scarpa, che investe le imprese
di ogni grado e dimensione. Dall’altro lato le difficoltà all’importazione di
macchine e componenti, insorte già prima del conflitto, si acuiscono con la
scomparsa – almeno temporanea – dei protagonisti tedeschi. L’espansione della
domanda interna e la penuria di macchine e componentistica proveniente
dall’estero si traducono così in altrettante opportunità di crescita e di affermazione
per la produzione italiana.
Lo sviluppo e, soprattutto, l’affermazione del comparto meccano-calzaturiero
nazionale non passano solo attraverso la crescita quantitativa della
produzione, ma poggiano e traggono prioritario vantaggio dal progressivo
cambiamento dell’ottica con cui le imprese italiane affrontano e vivono la scelta/
passione della meccanica. Da conoscenza “fine a se stessa” del mestiere
dell’artigiano, che accompagna la maggior parte delle officine sino alla vigilia
della guerra, la competenza meccanica diviene strumento finalizzato ad un
impiego concreto – non più autoreferenziale – qual è quello indotto dall’esistenza
di un’industria calzaturiera consolidata che, sebbene non abbia ancora
conseguito la leadership internazionale, è in compenso uscita dalla fase
embrionale
Il tessuto di imprese che rappresenta il comparto meccano-calzaturiero
alla fine degli anni ’60 appare quindi molto diverso da quello osservato alla
vigilia del secondo conflitto mondiale. Le trasformazioni del comparto costituiscono
il risultato del concorso di fattori esterni come di fattori interni alle
imprese. Da un lato, lo sviluppo dell’industria calzaturiera italiana; dall’altro
la trasformazione da artigiani a imprenditori con l’assunzione di nuove competenze
influenzano significativamente la competizione ed alterano profondamente
il tessuto del comparto nazionale. La selezione non si limita a sancire
i vincitori, ma giunge a definire le caratteristiche dell’organizzazione dell’industria
che succederà a quella incentrata sulla grande impresa integrata
che aveva dominato la prima metà del secolo. All’interno delle trasformazioni
che caratterizzano l’affermazione del comparto meccano-calzaturiero italiano,
tre aspetti appaiono cruciali: il passaggio dal “saper come fare” al “saper
cosa fare”, con la connessa trasformazione da produzione artigianale a
produzione industriale; la scelta della specializzazione produttiva; e la
ridefinizione del ruolo del rivenditore.
Nelle pagine che seguono viene quindi approfondita l’analisi dei passi
che governano l’evoluzione del comparto sino all’inizio degli anni ’70. Dapprima
ci si sofferma sullo sviluppo dimensionale del comparto nel quarto di
secolo che succede al secondo conflitto mondiale, quindi vengono posti in
evidenza i cambiamenti più rilevanti nella condotta delle imprese e, infine, ci
si dilunga sull’affermazione dei nuovi modelli competitivi, mostrando come
essi discendano dall’affermazione della specializzazione degli attori del
comparto sia a livello della produzione sia a livello della distribuzione.

Lo sviluppo dell’industria meccano-calzaturiera dopo il secondo conflitto
mondiale

Negli oltre 30 anni che intercorrono fra l’insorgere delle prime iniziative imprenditoriali
collegate alla produzione di macchine per calzature e l’inizio della
seconda guerra mondiale l’Italia può annoverare la nascita di circa 70 imprese
che, offrendo macchine e loro componenti, manutenzione e quant’altro
assimilabile, si propongono all’industria calzaturiera nazionale quali fornitori
di tecnologia. Nei 25 anni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale,
le imprese che sorgono per fornire macchine ed apparecchiature ai calzaturifici
sfiorano le 200 unità (Tabella 1).

Analogamente a quanto rilevato per gli anni precedenti il secondo
conflitto mondiale, anche il dopoguerra mostra come l’evoluzione del comparto
meccano-calzaturiero nazionale si identifichi di fatto con la storia delle imprese
lombarde e, soprattutto, di quelle vigevanesi. Negli anni ’40 le imprese
lombarde di nuova creazione rappresentano oltre il 93% di quelle complessivamente
sorte nello stesso decennio in tutta Italia. Le iniziative vigevanesi
sono 22 e da sole costituiscono oltre il 75% del dato nazionale.
Anche negli anni ’50 e ’60, quando il tasso di natalità del comparto a
livello nazionale raggiunge i suoi livelli più alti, la leadership lombarda si
riconferma con l’avvio di 77 e 57 nuove iniziative, che corrispondono rispettivamente
al 82% ed al 76% delle imprese sorte nei rispettivi decenni.
L’aspetto che maggiormente caratterizza la dinamica evolutiva dell’industria
meccano-calzaturiera italiana rimane comunque la crescita delle
imprese della Lomellina, che porta Vigevano ad essere riconosciuta non più, o
non solamente, come la capitale della calzatura ma come la capitale della
macchina per calzature. A partire dagli anni ‘50 oltre il 50% delle imprese di
nuova costituzione sorge a Vigevano. La stessa nomina nel 1961 di Giuseppe
Ferrari, presidente della Antonio Ferrari, a presidente dell’Avi, Associazione
Vigevanese Industriali, appare come la riprova del rilievo assunto dal comparto
meccano-calzaturiero. Negli anni ‘70, infine, quando la drastica riduzione
nell’avvio di nuove imprese rende evidente la progressiva saturazione
degli spazi di mercato sia a livello internazionale che nazionale, Vigevano,
oltre a registrare il 62% delle nuove iniziative a livello nazionale, mostra di
essere l’unica area lombarda in cui la tradizione meccano-calzaturiera permane
viva e si rinnova. Per meglio comprendere la dimensione del divario che
separa Vigevano dal resto del paese è utile sottolineare come le iniziative locali
ruotino prioritariamente attorno alla dimensione produttiva mentre per quelle
associate alle altre regioni d’Italia prevalgano, quando non siano uniche, le attività
di servizio, si configurino esse come manutenzione o commerciali.
Come i numeri hanno mostrato la crescita del comparto nel dopoguerra
è tumultuoso. Il proliferare di iniziative lascia intendere che la guerra
rappresenta un punto di rottura con i modelli d’impresa del passato. Nondimeno
anche agli inizi degli anni ’50 non mancano valutazioni critiche sul comportamento
delle imprese meccano-calzaturiere nazionali.
In particolare, viene imputato alle officine meccano-calzaturiere un comportamento
sovente opportunistico, essendo le imprese italiane prioritariamente
rivolte al “plagio in fatto di macchine”1 , ossia alla pura riproduzione di quelle
generalmente progettate all’estero o comunque già esistenti. “ Per ragioni di
necessità, durante la guerra, furono copiate tutte macchine estere di cui si aveva
bisogno e furono copiate tanto bene e così pedissequamente che ancora oggi i fabbricantisi vantano di affermare che i loro pezzi possono essere montati sulle macchine originali estere: così bene si è copiato, senza sentire il bisogno di modificare, che si può confondere il vero col falso senza possibilità di scelta; e ci si era preso tanto gusto che per una sola macchina tedesca vi erano 17 imitatori, mentre in Germania vi era una sola fabbrica che facesse tale tipo di macchina [..] La guerra è finita da un pezzo, ma il cattivo sistema di copiare è tutt’altro che finito.” 2 La presunta mancanza o, comunque, lo scarso impegno profuso dalle imprese italiane nella progettazione
e nello sviluppo di macchine originali, assimilata ad una piaga, viene attribuita
alle “piccole officine che nascono e muoiono in breve volger di tempo e fanno
più male che bene a tutta l’industria”3 in ragione del loro introdurre forme di
concorrenza sleale. Gli effetti paventati sono chiari. Da un lato tale prassi opportunistica
contribuirebbe a disincentivare la ricerca volta a migliorare le
macchine e le loro prestazioni; dall’altro lato manterrebbe il comparto nazionale
e con esso l’industria calzaturiera in una condizione di dipendenza dall’estero
per quanto concerne l’aggiornamento tecnologico dei processi produttivi
della calzatura.
Alle risposte offerte dai fatti –meglio sarebbe dire dai brevetti italiani,
che soprattutto a partire dagli anni ’50 diventano sempre più numerosi– si
aggiunge anche quella autorevole di uno dei pionieri del comparto nazionale,
cioè Pietro Torielli. L’imprenditore di Vigevano sulle pagine dell’Eco ripercorre
la storia recente del comparto e sottolinea come a fronte del comportamento
opportunistico di alcuni –anche se storicamente giustificabile– occorra rilevare
gli sforzi di un insieme consistente di imprese che hanno puntato sull’innovazione
e sul miglioramento delle macchine e sulla loro competitività. “ Tale
industria, sorta con sacrifici ingenti, capitale italiano e tecnici italiani, dà oggi direttamente o indirettamente lavoro e quindi pane quotidiano ad oltre mille operai. [..] E
sappiamo che vi sono officine che si dedicano a tali sistemi. Però sentiamo anche il
dovere di affermare che in Italia ci sono parecchie officine che non copiano, ma studiano, creano, e spendono fior di quattrini, talvolta anche profondendoli invano, per poter offrire all’industria delle calzature sempre nuovi mezzi per perfezionarsi.”4
Pietro Torielli prende quindi spunto dalla polemica sulle ripercussioni
dell’arretratezza tecnologica italiana e utilizza le pagine dell’Eco per pro
porre una “collaborazione” fra calzaturieri e meccanici: “ naturalmente tali
officine potrebbero rendere di più se i nostri calzaturifici le fiancheggiassero, mediante
consigli di ordine tecnico costruttivo basati più sulla tecnica della scarpa
che su quella della macchina. [in tal senso] Ci risulta che negli altri Paesi i
costruttori di macchinario calzaturiero lavorano gomito a gomito con i produttori
di scarpe, traendo da questi consigli, incoraggiamenti ed aiuti spesso preziosi ai
fini di entrambe le industrie.”5
Potrebbe apparire singolare che la difesa delle officine meccanocalzaturiere
giunga da un rivenditore. La stranezza è ovviamente solo apparente
nei termini in cui proprio le competenze dapprima portano Pietro Torielli
a sostenere ed a stimolare la produzione di alcune officine e successivamente,
nel 1944, lo inducono a partecipare in società con Bruggi, Salgemmo e Germano
alla fondazione della Simacc.
L’intervento di Torielli appare, comunque, rilevante anche quando letto
come opinione di un rivenditore. Ai rivenditori –in particolare a Grassi, a
Tuttoscarpa oltre che allo stesso Torielli– spetta infatti il merito di aver agito
almeno sino alla metà degli anni ’50 quali agenti attivi nell’organizzazione
del mercato delle macchine per calzature. Alla stregua di “mani visibili” hanno
saputo orientare e coordinare gli sforzi produttivi delle officine meccaniche.
Se da un lato i rivenditori hanno fatto del proprio ruolo di intermediari
fra produttori ed utilizzatori lo strumento per perseguire i propri obiettivi
economici, dall’altro hanno guidato i primi verso le esigenze dei secondi e
consentito loro di acquisire e sviluppare le competenze necessarie a proporre
miglioramenti del processo produttivo delle calzature. Ovviamente i rivenditori
non esauriscono le fonti di informazioni sulle esigenze dei calzaturieri. In
attesa di rapporti più stretti i suggerimenti provenivano dai parenti che lavoravano
all’interno dei calzaturifici come nel caso dei fratelli Allevi. Carlo Allevi
in tal senso ricorda: “le prime macchine le copiavamo dai modelli esistenti cercando
di semplificarle. Da subito abbiamo iniziato a costruire macchine nuove e a tralasciare
le riparazioni [..] perché nostro padre (capoofficina del calzaturificio F.lli Mairano)
ci indicava le macchine più richieste”.
Il rilievo che assume in questa fase dello sviluppo del comparto l’operato
dei rivenditori è puntualmente segnalato dagli stessi imprenditori meccanici.
Per Osvaldo Brustia l’attività dei rivenditori ha consentito alle aziende
meccaniche di superare nelle fasi iniziali gli aspetti più critici associati alle
proprie piccole dimensioni, in particolare di supplire alle competenze e alle
risorse da destinare alla commercializzazione. Con spirito simile Antonio
Capuano, uno dei fondatori nel 1950 della BFC –l’attuale Sigma–, descrive la
relazione fra officina meccanica, rivenditore e calzaturificio come una
“triangolazione naturale, strutturale” in cui i diversi soggetti potevano avvantaggiarsi
delle sinergie create: il meccanico poteva avvalersi di una struttura
di vendita che le dimensioni gli precludevano, il rivenditore disponeva
di una struttura produttiva esternalizzata, oltre che flessibile, ed il calzaturificio
godeva di una personalizzazione del prodotto-servizio praticamente unica.
In altri termini, con le parole di Antonio Capuano “noi si costruiva, i rivenditori
vendevano, ci pagavano e ci consentivano di andare avanti”.
Analogamente a quanto già avvenuto in passato, negli anni a cavallo
della fine della guerra Giovanni Bertolaja si cimenta nella costruzione di una
macchina per cucire le suole a due fili di tipo Blake, raccogliendo il suggerimento
di Giuseppe Barenghi, un rivenditore di Milano. Barenghi, con il quale
Bertolaja collaborava da tempo fornendogli le frese, era al tempo il rappresentante
per l’Italia della tedesca Moenus. Nella stessa direzione va anche l’esperienza
di Carlo e Giordano Besser. I fratelli Besser, dopo aver avviato la propria
attività grazie alla riproduzione di una macchina tedesca ed alla produzione
di una cucitrice per “Ideal”, si focalizzano sulla produzione di macchine
destinate alle calzolerie su indicazione di Tuttoscarpa.
All’insegna del coordinamento sopra ricordato Tuttoscarpa svolge un
ruolo importante. L’impresa voluta da Guido Galli e da Virgilio Bianchi oltre
a suggerire indirizzi produttivi si propone come veicolo attivo di diffusione
delle macchine prodotte dalle officine meccano-calzaturiere. Tuttoscarpa si
impegna attivamente nella pubblicizzazione delle macchine sviluppate dalle
imprese vigevanesi. Nel 1948 organizza la prima esposizione in occasione della
festa del Beato Matteo nell’ex orfanotrofio Merula. Terenzio Bianchi, uno dei
fondatori di Gusbi, rammenta come un italo-argentino, in una di queste occasioni,
godendo delle forti sovvenzioni concessegli dalla sua adesione al movimento
peronista, avesse acquistato molte macchine, finanziando di fatto lo
sviluppo di diverse officine. Negli anni ’50, come ricordano fra gli altri Alessandro
Zorzolo e Lorenzo Gaia, Tuttoscarpa contribuisce significativamente a
“sprovincializzare” le imprese vigevanesi. Le direttrici seguite per “uscire”
da Vigevano sono sia nazionali sia internazionali. In Italia e, in particolare,
nelle regioni a maggior vocazione calzaturiera l’iniziativa si concretizza nell’apertura
di filiali mentre la direttrice verso l’estero verrà perseguita attraverso
la partecipazione a mostre. E’ forse utile ricordare che proprio negli
anni ’50 inizia la rincorsa alla leadership calzaturiera vigevanese che nel volgere
di pochi anni verrà scalzata inizialmente dai distretti toscani e, successivamente,
da quelli marchigiani. L’iniziativa di Tuttoscarpa, nonché quella di altri
rivenditori, ed il diffondersi delle fiere –dalla Mostra Nazionale della
Calzatura di Civitanova Marche e Montegranaro alla Campionaria di Firenze–
hanno inoltre contribuito, quale effetto collaterale, a contenere quando
non annullare gli spazi per lo sviluppo di nuovi produttori meccanocalzaturieri
locali.
Da ultimo occorre ricordare come sovente i rivenditori abbiano operato
per le officine come veri e propri “volano” utili ad ammortizzare le oscillazioni
di un mercato particolare qual è quello dei beni strumentali. I rivenditori
garantivano la vendita iniziale delle macchine o le acquistavano pagandole
immediatamente fungendo in tal modo da autentico polmone finanziario
per le officine. Esemplare la testimonianza di Giuseppe Molina: “per noi fu
fondamentale il ruolo di Ferrali, un rivenditore toscano, che oltre ad incoraggiarci ci
garantì la vendita iniziale delle nostre macchine”.
Il contributo offerto dai rivenditori è indubbiamente grande, nondimeno
lo sviluppo del comparto meccano-calzaturiero nazionale non sarebbe
stato possibile se nella triangolazione richiamata da Capuano i tre vertici –
officine meccaniche, rivenditori e calzaturifici– non fossero stati capaci di dar
vita ad un nuovo e più efficiente sistema di vasi comunicanti. Il sentiero di
sviluppo lungo cui si inoltra l’industria calzaturiera nazionale diverge progressivamente
da quelli percorsi in precedenza dagli altri paesi, primi fra tutti
Stati Uniti, Germania e Gran Bretagna; la ricerca di economie di scala che aveva
caratterizzato lo sviluppo delle grandi imprese integrate estere viene messa
in relazione e subordinata alle esigenze del tessuto calzaturiero nazionale,
ove la scelta dello stile e della versatilità viene coniugata con la piccola dimensione
delle imprese e con l’organizzazione decentrata della produzione.
Il ruolo e l’iniziativa dei rivenditori sarebbero stati però vani se il terzo polo,
quello delle imprese meccaniche, non fosse stato capace di trasformarsi e di
sviluppare le competenze necessarie a fronteggiare una domanda mutata per
dimensioni e per natura. Negli anni che seguono la fine della seconda guerra
mondiale giungono quindi a maturazione le condizioni affinché il variegato
insieme di officine meccaniche delle origini si trasformi nell’industria meccano-
calzaturiera che assumerà la leadership internazionale negli ultimi decenni
del secolo.

Da officina meccanica ad impresa meccano-calzaturiera

Le condizioni che determinano il “salto di qualità” da officina meccanica ad
impresa meccano-calzaturiera maturano di fatto nel periodo che intercorre
fra la guerra e la fine degli anni ’50. La trasformazione dei produttori meccanocalzaturieri è riconducibile ad un insieme di fattori esogeni –prioritariamente
identificabili con l’evoluzione dell’industria calzaturiera nazionale e di quella
internazionale– e di fattori endogeni, di cui il tentativo di superamento della
competenza artigianale, del “saper come fare”, costituisce l’aspetto probabilmente
più rilevante.
L’evoluzione del mercato
Il rilievo che l’evoluzione della domanda ha sul comparto nazionale delle
macchine per calzature nei due decenni successivi alla fine del secondo conflitto
mondiale è facilmente intuibile osservando i dati relativi all’esportazione
ed all’importazione di calzature in Italia (Figura 1)6 . L’industria calzaturiera
italiana presenta per le calzature in pelle nel 1939 un saldo commerciale positivo,
pari a circa un milione di paia e, viceversa, nel 1946 mostra un saldo
negativo, pari a circa 700mila paia. Nondimeno, nel 1949 il saldo torna ad
essere positivo con oltre 100mila paia, che nel 1955 divengono oltre un milione
e mezzo, nel 1961 quasi 33 milioni e nel 1971 supereranno ampiamente i
200 milioni.
Forse meno appariscente della crescita internazionale, ma certamente
parimenti importante ai fini dello sviluppo iniziale del comparto nazionale, è
l’incremento dei consumi interni di calzature negli anni successivi alla guerra; ai
circa 31 milioni di paia di calzature vendute in Italia nel 1951 ne corrispondono
oltre 62 nel 1961 e 121 nel 1971. A cavallo degli anni ’60 il consumo medio annuo
di calzature si raddoppia, dalle 0,88 paia del 1958 si passa alle 1,74 paia del 1969.
L’Italia, oltre a stimolare in modo significativo la produzione nazionale, inizia
quindi ad approssimare i consumi degli altri paesi industrializzati.
Nel loro insieme gli incrementi della domanda interna e di quella estera
offrono la miglior testimonianza della dimensione della crescita della produzione
italiana di calzature nel dopoguerra. A tale crescita corrisponde uno
sviluppo impressionante della capacità produttiva del tessuto calzaturiero
nazionale. Le unità produttive locali, pari a 2.136 nel 1951, divengono 5.784
nel 1961 e 7.896 nel 1971; e gli addetti dai 46mila del 1951 salgono a quasi
138mila nel 19717 . Il triplicarsi della struttura produttiva dell’industria
calzaturiera è di per sé sufficiente a rendere manifesta la pressione che investe
il comparto delle macchine per calzature negli stessi anni.
In questo quadro Vigevano riveste un ruolo di assoluta preminenza.
Ancor più che per i valori assoluti della produzione calzaturiera, che all’inizio
degli anni ’60 superano i 20 milioni di paia annui, ciò che appare rivestire un
ruolo discriminante per lo sviluppo del comparto meccano-calzaturiero è
l’estensione raggiunta dal tessuto produttivo del distretto calzaturiero
vigevanese sin da prima del conflitto mondiale. Nella sola Vigevano alla fine

Figura 1 - Saldo commerciale dell’Italia nell’industria calzaturiera, 1894-1963 (Export-Import;
Milioni di paia)

degli anni ’40 i calzaturifici ammontano a diverse centinaia. Come ricorda
Antonio Capuano “c’erano 700 fabbriche di scarpe. In ogni cortile ce n’era una; e
anche più di una. Si lavorava in casa o in qualche piccolo capannone”. Questo vasto
e consolidato tessuto di imprese –in maggioranza di piccole e piccolissime
dimensioni– alimentava in modo significativo, oltre che costante e sicuro, la
domanda di meccanizzazione. Proprio la consistenza di tale domanda, resa
ancor più pressante dalle carenze del periodo bellico, rappresenta lo zoccolo
iniziale su cui le officine meccano-calzaturiere del distretto vigevanese hanno
saputo far leva per prime in Italia. E’ forse utile ricordare che nel 1942 la Usm
viene confiscata dal governo fascista, che la ribattezzerà “Compagnia Italiana
Macchine per Calzature”, mentre per quanto concerne le imprese tedesche la
ricostruzione, pur rapida, fu resa complessa dalla divisione della Germania in
due Paesi distinti. All’accordo di Yalta può essere in tal senso imputata la
ridefinizione di alcune scelte strategiche, quale nel caso di Torielli la fine della
rappresentanza di Atlas Werke, impresa tedesca di Lipsia.
Camillo Procchio, ricostruendo la storia dell’industria calzaturiera a
Vigevano, evidenzia come nel 1939 i calzaturifici cittadini producessero circa
9 milioni di paia di calzature in cuoio e circa 6 milioni in gomma, cioè oltre un
terzo dei 38 milioni di paia di calzature complessivamente prodotte in Italia a
quella data8 .
Il successo conseguito dai calzaturifici vigevanesi trova rapidamente
emuli in tutta Italia e le regioni a maggior vocazione calzaturiera iniziano a
proporsi quali alternative al distretto lombardo. La meccanizzazione investe
le imprese di ogni dimensione in ogni regione, al punto che gli anni ’50 vengono
identificati come gli anni dell’”industrializzazione dell’artigianato
calzaturiero”9 . Sostenute da mostre quali la Presentazione Nazionale della
Moda della Calzatura di Bologna, la Campionaria Internazionale della Calzatura
di Firenze e la Mostra Nazionale della Calzatura di Civitanova Marche e
Montegranaro, la Toscana e le Marche si succedono nella conquista della
leadership del comparto calzaturiero nazionale. Con gli anni ’60 Firenze supera
Pavia in termini di paia di scarpe prodotte e, nel 1964, la Toscana diviene la
prima regione calzaturiera d’Italia scavalcando la Lombardia. Nel volgere di
pochissimi anni le Marche si proporranno come leader incontrastati10 .
La pressione che proviene dal comparto calzaturiero si traduce in una
domanda consistente e, soprattutto, in costante crescita. Le officine meccaniche rispondono agli incrementi della domanda nel suo insieme sia cercando
di specializzarsi –per quanto possibile le imprese orientano l’attività produttiva
verso un numero circoscritto di macchine– sia decentrando la produzione
di componenti quando non delle macchine più semplici. L’effetto per il
tessuto industriale vigevanese è il consolidamento di un’area sistema della
meccanica finalizzata alla produzione di macchine per calzature. Le officine
meccaniche nascono per alimentare il flusso di componenti e lavorazioni che
si conclude con una macchina od un impianto destinato all’industria
calzaturiera e con la recondita aspirazione a costruire una propria macchina
per calzature. Gli obiettivi originari di molte officine traspaiono dalle loro stesse
ragioni sociali. Esemplari i casi di Cerim, acronimo di Costruzioni e Riparazioni
Macchine, e di Ormac, Officina Riparazioni Macchine. Per le nuove leve
del dopoguerra diviene naturale pensarsi come meccanici calzaturieri e non
più alla stregua di meccanici tout court, come era avvenuto in passato per gran
parte dei loro predecessori.
E così se, da un lato, Antonio Capuano si interessa alle macchine per
calzature perché il padre dirige un calzaturificio meccanizzato e vive in un
distretto dominato dalla produzione calzaturiera, dall’altro lato Molina e Bianchi
iniziano la loro avventura di imprenditori meccanici poiché possono produrre
in conto terzi componenti e sottoinsiemi per l’Officina Meccanica Sturino,
e dispositivi meccanici elementari per Torielli.
La crescita dell’industria calzaturiera italiana ovviamente non stimola
solo le imprese italiane. La statunitense Usm rivolge una nuova attenzione
al mercato italiano ed avvia una serie di iniziative finalizzate a colmare l’assenza
del periodo bellico ed a sviluppare la propria presenza in Italia. Il gruppo
americano, all’indomani della sentenza dell’antitrust che lo obbliga a mutare
le modalità attraverso cui offre in affitto le proprie macchine, cessa anche
in Italia l’impiego del contatore a bordo macchina destinato a rilevare il numero
di calzature confezionate. Se da un lato l’impresa statunitense cambia le
modalità contrattuali, dall’altro lato intensifica la propria presenza sul territorio
nazionale sia ampliando le attività svolte in Italia sia aprendo nuovi depositi.
Per quanto concerne questi ultimi il sesto ed ultimo viene inaugurato da
Usm nell’aprile del 1968 a Stra e segue quelli storici aperti a Bollate, Vigevano,
Firenze, Montegranaro e Napoli.11 Per quanto concerne l’attività produttiva,
questa viene ampliata nel 1962 con l’apertura a Bollate della nuova sede italiana del gruppo. Nella sede di Bollate, che sostituisce la sede storica di Via
Solferino a Milano, vengono occupati complessivamente circa 150 dipendenti
e presso di essa viene svolta anche l’attività di rebuilding delle macchine del
gruppo. Le macchine ritirate sono generalmente quelle date in affitto che, dopo
essere state revisionate, vengono immesse sul mercato dell’usato. La fama di
professionalità dei tecnici di cui gode il gruppo statunitense trova anche in
questo caso una conferma indiretta; infatti, a riprova del livello delle competenze
tecnologiche dei dipendenti è sufficiente rilevare come il rebuilding investisse
tutte le macchine, comprese anche quelle più complesse quali quelle
relative alla fase del montaggio.
Se si escludono alcune delle macchine più semplici, che venivano
assemblate a Bollate, il resto del catalogo di Usm viene importato dalle sue
fabbriche statunitensi, inglesi e tedesche sulla base di un apparente
bilanciamento delle attività svolte nei tre Paesi. Tale scelta, che trova giustificazione
plausibile nell’esigenza del gruppo di garantire flussi di lavoro
nei propri insediamenti storici, rende evidente sia la raggiunta importanza
del mercato italiano, non più considerabile come marginale, sia il ritardo con
cui esso si afferma e che rende “irripetibili” le strategie precedentemente impiegate
in Gran Bretagna e Germania. La difesa degli assetti europei ha però
appesantito significativamente l’attività svolta in Italia finendo per accentuare
nei decenni successivi la contrapposizione fra le peculiarità della struttura
burocratica di Usm e quelle delle organizzazioni flessibili delle imprese meccano-
calzaturiere italiane. Tutto ciò è facilmente comprensibile quando si consideri
che molte delle macchine importate in Italia vengono prodotte in ognuno
dei tre paesi citati ove Usm è tenuta a rispettare i rispettivi criteri produttivi e
di standardizzazione. Ciò comporta che una macchina destinata a compiere
una determinata operazione –e con il medesimo livello di qualità– risulti differente
in termini strutturali in ragione dell’essere stata prodotta negli Usa
anziché in Germania. In attesa dell’unificazione internazionale dei sistemi
normativi, al sistema decimale si contrappone quello in pollici rendendo di
fatto impossibile la condivisione dei componenti fra macchine provenienti da
aree diverse. Tutto ciò si traduce ovviamente nella moltiplicazione dei componenti
che devono essere tenuti a magazzino per consentire l’attività di manutenzione
o ricambio dei pezzi usurati.

La trasformazione delle competenze: dal “saper come fare” al “saper cosa fare”
“Nel dopoguerra la mia famiglia abitava in una casa sul cui cortile si affacciava l’officina
che Luigi Zorzolo aveva da poco aperto. Volendo sfruttare il tempo lasciato libero
dagli studi al Roncalli, mi offersi come “ragazzo di bottega”. Zorzolo prima di accettarmi
mi chiese di leggere il disegno di un pezzo meccanico.” Così Giuseppe Molina
descrive uno dei primi incontri con l’attività meccano-calzaturiera.
In termini simili, sia per motivazioni che per modalità, Antonio
Capuano ricorda il suo primo apprendistato quando, indotto dalla madre, si
propone a Felice Minola per fare esperienza durante le vacanze scolastiche:
“Mi fece fare un esame di disegno e mi prese.”
I ricordi di Capuano e di Molina acquistano a posteriori un significato
particolare. Mentre ancora e per molto tempo si enfatizzerà l’abilità manuale
dei meccanici e si vanterà la loro capacità di fare –o, meglio, rifare– macchine
nuove e ricambi lavorando “su campione”, inizia a farsi strada l’idea che la
dimensione della manutenzione meccanica o dell’attività artigianale possa
essere superata.
Il riferimento alla verifica delle capacità di interpretare un disegno
tecnico acquista un rilievo particolare perché evidenzia la consapevolezza del
bisogno di nuove competenze. Il superamento della dimensione artigianale,
già compiuto da imprese come la Ferrari, può essere realizzato anche da gran
parte delle officine meccaniche a condizione di acquisire nuove capacità che
non sono più, o non solamente, di tipo manuale, ma in forma sempre più
accentuata tendono ad identificarsi con l‘astrazione e, più in generale, con
l’attività intellettuale. L’attenzione al disegno sottolinea il passaggio allo sviluppo
della fase progettuale quale reale fattore competitivo capace di consentire
con l’affermazione di macchine nuove il passaggio da officina meccanica
ad impresa meccano-calzaturiera.
Le nuove leve imprenditoriali dispongono nella gran maggioranza di
una formazione tecnica ottenuta con gli studi presso il Roncalli –è il caso di
Giuseppe Molina, Carlo Bianchi, Attilio Cotta, Carlo Cacciola, Celeste
Cucchetti, Mario Angeleri, Giovan Battista Colli Franzone, Terenzio Guatteo,
Carlo Besser, Carlo Allevi, Lorenzo Gaia, Francesco Folcina, ecc.– o negli istituti
tecnici di Milano, come nel caso di Antonio Capuano che frequenta l’Ettore
Conti, o, nuovamente, di Molina e Bianchi che si diplomano al Feltrinelli.


Una classe dell’Istituto Arti e Mestieri “Vincenzo Roncalli” - 
Al Roncalli si sono formati molti degli imprenditori del dopoguerra


Anche alla diversa formazione dei nuovi imprenditori può essere
ascritto il sempre maggiore ricorso al disegno quale strumento in grado di
consentire di formalizzare e, quindi, di esplicitare le competenze acquisite
direttamente sulle macchine, nonché quale presupposto per qualsiasi aspirazione
brevettuale. Così Capuano, dopo essersi diplomato nel 1947, fa il disegnatore
per le officine di Gusberti e Bianchi, Comini e Reina, Coldesina e
Valsecchi e, nel 1949 disegna per questi ultimi una macchina del tutto nuova,
con caratteristiche particolari, per cardare il bordo delle suole. L’officina è già
satura di lavoro e Coldesina suggerisce a Capuano di diventare imprenditore
e di produrla. Nasce così la BFC, nucleo originario della Sigma, e nasce anche
una delle prime macchine su disegno italiano ed il corrispondente brevetto.
Il disegno o, meglio, la concessione del suo utilizzo si ritrova quindi
all’origine dell’avvio della produzione da parte di molte delle nuove imprese
meccano-calzaturiere vigevanesi. Così Brustia progetta nel 1958 la prima macchina
dell’impresa che porta il suo nome modificando significativamente una
macchina prodotta alcuni anni prima dalla Gelmini & C. di cui era stato socio.
La macchina per il “finissaggio” originaria della Gelmini & C. viene dotata di
una pressa e ne vengono ridotte le dimensioni, sviluppando il sistema in verticale
anziché in orizzontale. Le ragioni della scelta vanno ricercate nelle esigenze
dei calzolai che operano generalmente in spazi ridotti e, di conseguenza,
identificano nello spazio di ingombro un fattore importante ai fini dell’adozione
della macchina.
Per Molina e Bianchi la prima macchina fabbricata è una pressa per
suole i cui disegni sono stati loro regalati dalla Brustia e Lombardi. Molina
ricorda come i margini di profitto offerti da quella macchina fossero ai tempi
praticamente inesistenti, tale era la concorrenza sul mercato. Nondimeno “nell’attesa
di diventare produttori autonomi si produceva qualsiasi macchina”; e l’occasione,
non più attesa ma cercata, si concretizza nell’introduzione di alcune
modifiche alla pressa tacchi per renderla utilizzabile anche per le scarpe da
donna con i tacchi a coda, che allora richiedevano un particolare tipo di
pressatura. Alla capacità di cogliere e risolvere un’esigenza dei calzaturifici si
accompagna quindi il primo di una lunga serie di brevetti firmati dai due
tecnici.
In termini sostanzialmente analoghi Luigi Zorzolo produce le sue prime
macchine: “riproduzioni dei modelli americani e tedeschi con l’introduzione di
miglioramenti ed adattamenti suggeriti dall’esperienza personale”.
L’astrazione associata al disegnare finisce, quasi paradossalmente, per
avvicinare il meccanico al calzaturiere. Dalla riproduzione delle macchine
adottate dai calzaturifici si passa alla progettazione degli adattamenti da introdurre
sulle macchine per renderle rispondenti alle esigenze dei loro
utilizzatori. Per dirla con la formula suggestiva utilizzata da Terenzio Bianchi
“si copia, ma si progetta” che nel suo caso vuole esprimere il riconoscimento per
il debito acceso nei confronti di una macchina prodotta dalla tedesca Desma e,
al contempo, sottolineare l’introduzione di elementi di differenziazione.
Gli aspetti di differenziazione rappresentano naturalmente la risposta
ai problemi ed alle esigenze di volta in volta manifestati dai calzaturifici.
Risposta che è divenuta possibile perché sono mutati contestualmente sia l’approccio
delle imprese meccano-calzaturiere sia, parimenti rilevante, il rapporto
con i rivenditori e, soprattutto, con i calzaturifici. La nuova competenza è
fatta di capacità produttive e di capacità innovative che poggiano e sfruttano
la capacità di interagire con il calzaturificio per ricavarne lo stimolo per nuove
soluzioni. Le macchine vengono installate e la disponibilità ad intervenire
per porre soluzione ai problemi del calzaturificio viene tradotta in adattamenti
alle istanze dell’utilizzatore ed assurge a fonte di idee per nuove soluzioni.
Con gli anni ’50 inizia la specializzazione produttiva nei termini in
cui è la focalizzazione sull’operazione da svolgere che consente di sviluppare
le competenze specifiche necessarie a risolvere i problemi. Molina e Bianchi
offrono una dimostrazione di ciò quando dichiarano che gran merito del successo
della premonta introdotta nel 1962 debba essere attribuita ad Amedeo
Franzosi che nello sviluppo della macchina ha portato tutta l’esperienza e la
competenza accumulata nell’installazione della premonta della tedesca Astra.
Gli anni ’40 mostrano –senza alcuna soluzione alla continuità– il passaggio
dall’attività incentrata sulla capacità di riprodurre a quella basata sulla
capacità di produrre; se l’abilità all’inizio degli anni ’40 si identifica ancora
nella competenza manuale del saper riprodurre un pezzo a partire dal pezzo
originale, agli inizi degli anni ’50 la competenza fondamentale inizia ad essere
associata alla capacità di utilizzare lo strumento disegno, cioè alla capacità
di astrarre che consente di progettare nuove modalità di impiego e, quindi,
nuove macchine.

Specializzazione e selezione

Le dimensioni di partenza e la costante crescita della domanda di
meccanizzazione da parte dei calzaturifici negli anni ‘50 erano tali che, nella
memoria di alcuni dei protagonisti di quel periodo, il rischio imprenditoriale
apparisse inconsistente più che contenuto. Luigi Fassina, che a metà degli anni
’40 aveva affiancato Venanzio Garbarini nel dar vita a Garfas, ricorda il dopoguerra
come un periodo caratterizzato da molte iniziative e nessun fallimento,
in altri termini, anni in cui “bastava aver il coraggio di produrre”.
In realtà la trasformazione delle competenze distintive di quegli anni
segna un momento di discontinuità nell’evoluzione dell’industria meccanocalzaturiera
italiana, cui corrisponde la selezione di alcuni dei pionieri della
produzione nazionale di macchine per la lavorazione del cuoio ed il loro conseguente
abbandono del comparto. In tal senso, lo sviluppo accelerato del
comparto nazionale non testimonia solo l’uscita dalla fase artigianale della
riproduzione, ma parimenti segnala la contestuale affermazione di un diverso
modello di organizzazione industriale ove la specializzazione per prodotti
e funzioni, favorita dal mutare delle condizioni ambientali, mina le basi del
vantaggio competitivo dell’impresa integrata.
La scelta di abbandonare la produzione delle macchine per la lavorazione
delle scarpe in cuoio operata dalla Antonio Ferrari e dalla Secondo Mona
offre la miglior riprova della perdita di competitività dell’impresa “generalista”,
che cioè dispone di un ampio e diversificato portafoglio di macchine, rispetto
all’impresa specializzata in una famiglia di macchine.
Per la Ferrari la realizzazione della macchina per il Pvc riveste un
valore simbolico nei termini in cui sancisce di fatto la sua trasformazione da
produttore di macchine per la tradizionale lavorazione del cuoio a produttore
di macchine per il sintetico.
Al di là della scelta di focalizzare le proprie iniziative nella lavorazione
del sintetico, il dato su cui occorre soffermarsi è l’abbandono del mercato
delle macchine per la produzione della calzatura tradizionale in cuoio. Tale
aspetto è particolarmente rilevante perché si può dire dati l’affermazione del
modello italiano dell’industria meccano-calzaturiera incentrato sulla specializzazione
verticale –ove distinte sono le figure del rivenditore, del produttore
di macchine e dei fornitori di componentistica– ed orizzontale delle imprese –
ogni produttore tende a focalizzare i propri sforzi su singole famiglie di macchine–
e il progressivo superamento di quello basato sulla figura del produttore
a tutto campo, di cui Usm incarna l’esempio più alto. Non è probabilmente
casuale che proprio le imprese produttrici italiane che presentano i cataloghi
di macchine più ampi e diversificati, e cioè la Antonio Ferrari e la Secondo
Mona, mettano in discussione più o meno contestualmente e più o meno radicalmente
le proprie scelte industriali, scegliendo di uscire dall’industria
meccano-calzaturiera per optare per quella aeronautica nel caso dell’impresa
di Somma Lombardo o di abbandonare le macchine per il cuoio per specializzarsi
in quelle per il sintetico nel caso dell’impresa vigevanese.
Le ragioni di tali scelte possono essere individuate nell’affermazione
delle imprese specializzate –siano esse per prodotto o per funzione– che caratterizza
l’evoluzione del comparto nel secondo dopoguerra. In particolare,
le iniziative delle due imprese storiche lasciano trasparire l’acquisita consapevolezza
dell’inadeguatezza delle strategie sino ad allora adottate alle mutate
condizioni dell’ambiente competitivo. Da un lato, la tecnologia quale fattore
competitivo necessita una focalizzazione crescente dell’investimento in ricerca e sviluppo, oltre a richiedere la “non riproducibilità” dei risultati; dall’altro
lato, una adeguata struttura per la commercializzazione richiede un catalogo
macchine completo o, comunque, sufficientemente ampio da soddisfare le potenziali
richieste di un calzaturificio. In altri termini, le dimensioni medie delle
due imprese divengono il primo vincolo al mantenimento delle strategie originarie:
da un lato, non paiono poter consentire la crescita necessaria e, dall’altro,
vincolano fortemente la loro flessibilità.
Nonostante le due imprese rappresentino negli anni ’50 le imprese
meccano-calzaturiere di gran lunga più grandi, tanto da essere almeno 4 o 5
volte più grandi di un’impresa del comparto di medie dimensioni, gli investimenti
in tecnologia ed in commercializzazione richiesti per essere competitivi
con un’offerta diversificata sono assimilabili a costi fissi la cui entità mal si
coniuga con i fatturati di Ferrari e di Mona.
Per quanto concerne scelte alternative, quale quella sul versante della
tecnologia di focalizzarsi su una sola famiglia di macchine per il cuoio, ciò
sarebbe equivalso ad un ridimensionamento delle imprese e, comunque, non
avrebbe risolto ma acuito il problema della commercializzazione aprendo la
strada ad una relazione nuova di interdipendenza con i rivenditori/distributori.
Diversamente, il non investire sull’aggiornamento delle tecnologie delle
macchine per il cuoio avrebbe comportato l’accelerazione del moto verso la
totale perdita di competitività, nei termini che il gap per ogni eventuale passato
vantaggio detenuto dalle due imprese sarebbe stato progressivamente
colmato dalle nuove officine sorte negli ultimi anni e, per quanto concerne
Ferrari, non infrequentemente fondate da suoi ex dipendenti.
Così come la Secondo Mona sceglie di abbandonare il settore, a partire
dagli anni ’50 anche la Ferrari opta per il progressivo disimpegno dalle
macchine per la lavorazione delle calzature in cuoio –ove, in particolare, la
competizione portata dalle piccole officine specializzate vigevanesi si dimostra
difficilmente contrastabile– per concentrarsi nello sviluppo e produzione
di quelle destinate al sintetico ove, di converso, i risultati dell’investimento
tecnologico appaiono essere più remunerativi e meno riproducibili, almeno
inizialmente. In altri termini, le nuove tecnologie del sintetico paiono poter
remunerare l’investimento in ricerca consentendo margini maggiori di quelli
permessi nei segmenti tradizionali, nei quali il progressivo livellamento delle
macchine induce una competizione crescente sui prezzi.
La specializzazione delle imprese del comparto per prodotti non limita
i propri effetti al ridisegno della dimensione “orizzontale” dell’organizzazione
della produzione, ma investe anche quella “verticale” con la
ridefinizione del ruolo svolto dai rivenditori e una loro specializzazione per
aree geografiche e nicchie di mercato.
Si è sopra rilevata la progressiva specializzazione orizzontale favorita
dai rivenditori. E’ quindi utile porre in evidenza anche la dimensione verticale
della specializzazione sia perché connota i due decenni, sia per le implicazioni
che comporta per i successivi assetti del comparto nazionale delle macchine
per calzature. Nel dopoguerra prende consistenza anche il processo di
selezione dei rivenditori o, meglio, la concezione del business e quindi l’ottica
con cui si osserva l’evolvere del comparto e la valutazione delle prospettive
porta questi ultimi ad una biforcazione nei comportamenti. Ad un estremo si
ritrovano i rivenditori che operano su base distrettuale, locale . All’altro estremo
si raccolgono i rivenditori che, avendo già superato la dimensione del
distretto quale mercato di riferimento, dapprima si propongono sul mercato
nazionale e, successivamente, si proiettano in modo consistente sui mercati
internazionali.
I rivenditori che operano su scala nazionale si contano sulle dita di
una sola mano. A quelli storici, quali Agostino Grassi e Pietro Torielli di
Vigevano e Giuseppe Barenghi di Milano si aggiungono nel dopoguerra il
vigevanese Tuttoscarpa e Bombelli di Parabiago. Gli altri rivenditori vigevanesi,
che pure avevano avuto un ruolo rilevante nello sviluppo del comparto meccano-
calzaturiero, finiscono per circoscrivere le proprie attività al distretto e,
col progressivo ridursi della produzione calzaturiera locale, subiscono forti
ridimensionamenti ed in più casi cessano le attività.
La distinzione fra i rivenditori che operano su base locale e quelli proiettati
sui mercati nazionali ed internazionali richiede comunque un’ulteriore
articolazione per render conto delle dinamiche che stimolano il comparto nazionale
verso ulteriori sviluppi. Negli anni '50, con lo sviluppo degli altri distretti
calzaturieri italiani, i rivenditori “nazionali” organizzano la propria attività
utilizzando dapprima agenti presenti nelle diverse regioni e, successivamente,
allestendo depositi locali. Sebbene la successione delle iniziative sembra
riproporre il processo inizialmente seguito dalle imprese americane e tedesche
per penetrare il mercato italiano, il quadro di riferimento e, soprattutto, la tempistica sono differenti e differenti saranno le implicazioni per lo sviluppo del comparto meccano- nazionale.
La numerosità ed articolazione degli attori coinvolti nell’area vigevanese –ove alle imprese statunitensi e tedesche integrate verticalmente si contrappone un tessuto di produttori specializzati, di rivenditori e di officine focalizzate su fasi del processo produttivo o sulla fornitura di componenti– anziché favorire la nascita di emuli marchigiani o toscani di Antonio Ferrari ha in realtà agito da stimolo per l’ampliamento della varietà e lo sviluppo qualitativo dell’offerta di macchine.
Da un lato la scelta di creare depositi locali, avviata da Tuttoscarpa a
San Mauro Pascoli e presto adottata anche dagli altri principali rivenditori,
offre una tempestività di servizio tale da soddisfare nel suo complesso le
esigenze della domanda e riduce di fatto gli spazi per lo sviluppo di un’offerta
alternativa di servizi che possa fungere da base per la nascita ed il consolidamento
di un nuovo tessuto industriale. La prossimità fra deposito e
calzaturificio minimizza i tempi delle interazioni ordinarie e, d’altro canto,
la prossimità dei primi con Vigevano rende rapidi anche gli interventi di
natura straordinaria. L’avvio di iniziative autonome trova sempre minor giustificazione
nell’eventualità di incorrere in tempi di fermata degli impianti;
inoltre, l’offerta delle macchine è divenuta così ampia, articolata e
tecnologicamente affidabile che si è nel tempo drasticamente ridotta la spinta
degli stessi calzaturifici ad assumersi il rischio di commissionare od acquisire
quanto prodotto/riprodotto da officine nuove che non dispongono
della necessaria esperienza.
Dall’altro lato, la naturale aspirazione degli agenti locali ad emanciparsi
dai rivenditori nazionali non deve più necessariamente puntare sulla
nascita di nuovi produttori di macchine, come nel caso di imprese integrate
verticalmente, ma può più semplicemente poggiare sulla capacità di costruire
un buon portafoglio clienti. La reputazione di cui gode l’impresa produttrice
diviene solo una componente nella relazione fra agente locale e calzaturificio.
L’altra componente, che tal volta diviene preponderante, è la reputazione dell’agente
stesso. In altri termini, senza nulla togliere al ruolo della tecnologia,
la competizione investe in termini sempre più consistenti l’aspetto commerciale,
cioè il livello ove i rivenditori e gli agenti si confrontano nel rapporto
con il calzaturificio.
La crescente affidabilità delle macchine italiane e la nascita di nuovi
attori che operano localmente sul versante della commercializzazione producono
quale effetto congiunto un ulteriore stimolo allo sviluppo del comparto
nazionale nel suo insieme. Si assiste infatti ad una crescente spinta alla specializzazione
ed all’investimento nello sviluppo tecnologico delle macchine sul
versante dei produttori –per i quali si riduce significativamente il rischio di
rapporti asimmetrici con i rivenditori–, mentre sul versante dei rivenditori
più importanti, la nuova competizione portata da coloro che nella maggior
parte dei casi sono stati i loro ex-agenti regionali, si traduce di fatto in un
impulso a trasformarsi in operatori internazionali od a ricercare nicchie di
mercato in cui specializzarsi, come nel caso della Agostino Grassi che si rivolge
al mercato dei pellettieri. Lo sviluppo internazionale da fatto episodico
diviene a questo punto una strategia pianificata e dal cui successo dipende il
futuro dell’impresa e, più in generale, il consolidamento internazionale dell’intero
comparto nazionale.

1 Serghi, “La piaga delle contraffazioni”, Eco, 12 aprile 1952.
2 Idem.
3 Idem.
4 Pietro Torielli, “Il macchinario calzaturiero italiano riconosciuto all’estero il più perfetto”, Eco,
24 maggio 1952.
5 Idem.
6 I dati disaggregati per importazioni ed esportazioni sono riportati in Appendice A, Tabella A1.
7 Si veda in Appendice A, Tabella A.3.
8 Camillo Procchio, “Nascita e sviluppo dell’industria vigevanese” (II), Eco, 31 gennaio 1955.
9 Luciano Segreto, L’industria calzaturiera in Italia. La lunga rincorsa marchigiana (1914-1960), in
Anselmi (a cura di), L’industria calzaturiera marchigiana. Dalla manifattura alla fabbrica. Unione
Industriali del Fermano, 1989.
10 Si vedano in Appendice A le Tabelle A.4, A.5 e A.6.
11 “Usm il 16 aprile ha aperto un deposito a Stra (VE)”, Eco, 28 aprile 1968. 125

    
CAPITOLO QUINTO

L’AFFERMAZIONE INTERNAZIONALE

Dall’Italia alla Germania via Americhe

Il passaggio dal “sapere come fare” al “sapere cosa fare” e la contestuale scelta
delle officine meccaniche italiane di ricorrere alla specializzazione produttiva
si sono rivelati fenomeni capaci di influenzare e di orientare lo sviluppo
ed il consolidamento del comparto nazionale delle macchine per calzature.
Seppur rilevante, il conseguimento di tali obiettivi non esaurisce gli effetti
delle trasformazioni avviatesi nel secondo dopoguerra. L’acquisizione delle
competenze meccano-calzaturiere rappresenta per le officine italiane anche il
presupposto per abbandonare la dimensione locale dell’originaria attività
artigianale e per potersi confrontare con la dimensione nazionale o internazionale
dell’impresa specializzata.
La nascita di 94 nuove attività negli anni ’50 e di altre 75 nel decennio
successivo, di cui oltre l’80% concentrate a Vigevano, non si limita a testimoniare
la crescita dell’offerta locale di macchine per calzature, ma suggerisce
anche come il comparto nazionale abbia raggiunto la consapevolezza del proprio
disporre di fattori competitivi, la cui valenza travalica i confini del Paese
oltre che quelli del distretto di appartenenza.
L’arena in cui le imprese italiane si propongono di competere è caratterizzata
da un’accentuata mutevolezza, dalla fine del secondo conflitto mondiale
il mercato internazionale delle macchine per calzature evidenzia il susseguirsi
di scenari diversi. Sul versante della domanda muta la vocazione
calzaturiera dei singoli paesi, da un lato si riduce progressivamente il
coinvolgimento nella fabbricazione di calzature in quelli più industrializzati,
dall’altro lato nasce e si sviluppa l’impegno di quelli in via di industrializzazione.
Sul versante dell’offerta, il “monopolio” di Usm inizia a disgregarsi per
la concomitante azione degli organismi statunitensi che presiedono al controllo
dei comportamenti anticompetitivi e dell’attivismo dell’industria tedesca che ha saputo riprendere e consolidare la propria presenza all’interno delsettore. 
Di pari passo con tali trasformazioni l’industria calzaturiera italiana
assume rapidamente un ruolo di primo piano acquisendo quote di mercato e
reputazione internazionale; nondimeno l’effetto made in Italy non è ancora tale
da trascinare anche il comparto delle macchine per calzature.
Nella più generale storia delle macchine per calzature gli spunti forse
più interessanti per valutare l’importanza del capitolo aperto dal comparto
meccano-calzaturiero nazionale sono offerti dall’insieme delle dinamiche che
investono l’industria calzaturiera internazionale a partire dal dopoguerra. Nel
1949 la produzione mondiale di calzature è valutata pari a 1,2 miliardi di paia;
gli Stati Uniti ne fabbricano 455 milioni, pari al 38% del dato complessivo, il
Regno Unito ne produce 135 milioni, la Francia poco meno di 45 milioni, la
Germania quasi 43 milioni e l’Italia non raggiunge i 30 milioni di paia. Nel
1958, dieci anni dopo, la produzione mondiale è cresciuta sensibilmente; gli
Stati Uniti sono ancora i maggiori produttori con 667 milioni di paia, ma questa
volta sono seguiti dal Giappone con 186 milioni, quindi dalla Francia con
163 milioni e dalla Germania con 138 milioni. L’Italia produce in quell’anno
circa 74 milioni di paia di calzature. Sempre nel 1958 le esportazioni italiane di
calzature superano le importazioni di oltre 10 milioni di paia a fronte di un
saldo commerciale nel 1949 pari a sole 142mila paia1 (Figura 1).


Figura 1 - Esportazione ed importazione di calzature in Italia, 1946-1963


Nello scenario richiamato la possibilità di valutare la diffusione internazionale
delle macchine italiane equivale a cogliere l’effettivo successo della
trasformazione delle officine meccaniche italiane in imprese meccano-calzaturiere.
A fianco dell’iniziativa sporadica e talvolta casuale di alcuni pionieri,
l’aspirazione a trasformarsi in imprese meccano-calzaturiere impone alle
officine il confronto con la competizione internazionale.
Il percorso che porta il comparto meccano-calzaturiero italiano alla
leadership internazionale negli ultimi decenni del secolo passa attraverso il
confronto con il continuo mutare del quadro competitivo ed il costante affinamento
di tutta la gamma degli strumenti imprenditoriali sviluppati, da quelli
più strettamente tecnologici a quelli maggiormente associati all’attività promozionale
ed alla costruzione della reputazione industriale.
La scoperta dei mercati internazionali da parte delle imprese italiane
di macchine per calzature si sviluppa lungo fasi differenti. All’iniziale attività
sporadica di qualche pioniere italiano e di qualche “importatore” estero succede l’esplorazione pianificata dei mercati più prossimi per localizzazione
geografica o per grado di sviluppo dell’industria calzaturiera cui, a propria
volta, segue la capillare diffusione internazionale delle tecnologie italiane, che
costituisce la legittimazione ultima dell’acquisita leadership internazionale.
Le pagine che seguono ripercorrono brevemente le tappe dell’evoluzione
del comparto nazionale da aggregato di officine e piccole imprese ad
industria meccano-calzaturiera leader a livello internazionale. Dopo aver richiamato
i primi episodi di esportazione della tecnologia italiana e l’azione
iniziale svolta da alcuni imprenditori, viene tratteggiato il quadro internazionale
in cui le imprese italiane si trovano ad operare durante gli anni ’50 e gli
inizi dei ’60. Il termine di raffronto per il vaglio della competitività del comparto
nazionale è offerto dalle performance dell’industria tedesca nel mercato statunitense,
che in quegli anni costituisce di gran lunga il maggior produttore
calzaturiero a livello mondiale. Successivamente ci si sofferma sulle direttrici
geografiche percorse dal comparto nazionale nella costruzione e nel consolidamento della propria competitività internazionale e sulla rappresentazione
del ruolo assunto negli anni ’80 dalla produzione italiana nell’industria
delle macchine per calzature. A legittimazione della leadership conseguita, i
dati raccolti evidenziano infine il superamento del comparto tedesco ad opera
di quello nazionale.

Dai primi episodi di esportazione all’avvio dell’esplorazione dei mercati internazionali

Il Diario della Fiera Campionaria di Milano del 21 aprile 1920 riporta la notizia
che le delegazioni dell’Unione Sovietica e della Bulgaria hanno visitato gli
stand della Antonio Ferrari e che i rappresentanti bulgari hanno “ordinato una
serie completa di tutte le sue macchine che dovranno servire come collezione e modello per la ripresa e lo sviluppo dell’industria meccanica di quella nazione.”2
All’interno del nascente comparto meccano-calzaturiero italiano l’esperienza
dell’impresa di Vigevano rimane per diversi anni un evento isolato,
giustificato anche dal fatto che le attività che lo caratterizzano ancora negli
anni ’30 sono dovute per la stragrande maggioranza ad officine meccano-calzaturiere
di tipo artigianale. Il riscontro statistico mostra come nel 1938 i
dati relativi al commercio estero testimonino un ridottissimo flusso di esportazione
alla voce “macchine ed apparecchi per la lavorazione delle pelli del
cuoio e la fabbricazione delle calzature ed altri oggetti in cuoio”, che risulta
pari a poco più di 33 tonnellate.
La dimensione locale delle attività rispecchia del resto il prevalere delle
officine nel comparto nazionale; l’esportazione e l’agire al di fuori del paese
sono ancora un fenomeno del tutto sporadico e patrimonio di pochissime
imprese. Il caso della Antonio Ferrari appare ancor più anomalo se si considera
che, alla vigilia del secondo conflitto mondiale, l’impresa esporta oltre i tre
quarti della produzione, la cui gamma di modelli comprende “quelli tradizionalmente
richiesti e necessari all’industria calzaturiera e [che] raggiungono nel complesso
gli 80 tipi.”3
Con la fine della seconda guerra mondiale l’attenzione ai mercati esteri
inizia a manifestarsi in forma meno episodica. Alla fine del 1947 la Ferrari
afferma di aver “prodotto e venduto nel mondo oltre 300 macchine per cucire suole
a punto scoperto “rapid”, e più di 200 montatrici”, dati questi ultimi che costitui
scono la miglior testimonianza del successo incontrato dalle macchine dell’impresa
vigevanese.
Durante la seconda metà gli anni ’40 e l’inizio dei ’50 ricadono anche
le prime importanti esperienze di proiezione internazionale vissute da
una ristretta compagine di imprese italiane. A guidare questa fase sono principalmente
alcuni rivenditori particolarmente dinamici, quali Tuttoscarpa e
Torielli, ed imprenditori meccanici dell’ultima leva, che tentano di coniugare
l’attività produttiva con quella commerciale, fra i quali spicca la figura di
Antonio Capuano.
Sul versante dei rivenditori, a Tuttoscarpa vengono riconosciuti grandi
meriti nell’opera di sprovincializzazione del tessuto produttivo nazionale.
Promuovendo la partecipazione a fiere di settore, sia in Italia che all’estero,
l’impresa di Vigevano contribuisce in modo significativo a stimolare
l’internazionalizzazione delle officine meccaniche. Una menzione particolare
merita però la Pietro Torielli in ragione sia dell’articolazione della sua storia,
ove si coniugano integrandosi importazione ed esportazione ed attività industriale
e commercio, sia della lunghezza di quest’ultima che, alla fine del secondo
conflitto mondiale, ne fa una delle imprese con le origini più antiche.
Non sorprende quindi che la Pietro Torielli rientri fra le imprese che per prime
emulano la Ferrari e si sottopongono al vaglio della competizione internazionale,
al punto da risultare presente in America Latina sin dal 1942.
Per la Pietro Torielli l’esplorazione dei mercati che, per certi versi può
essere considerata naturale per un rivenditore, costituisce quindi un’esperienza
che si svolge con l’evoluzione stessa del tessuto meccano-calzaturiero italiano.
La specializzazione, che ha progressivamente determinato la differenziazione
fra i produttori e contribuito alla delimitazione delle aree di mercato, ha di
fatto dato un forte impulso ai rivenditori storici inducendo quelli più importanti
ad estendere il proprio operato dal livello nazionale a quello internazionale.
Lo sviluppo internazionale da fatto episodico diviene a questo punto
un’azione pianificata e dal cui successo dipende il futuro dell’impresa e, più
in generale, il consolidamento internazionale dell’intero comparto nazionale.
Come rilevato, la presenza della Pietro Torielli in America Latina data
dagli anni ’40, quando l’impresa vigevanese contribuisce ad aprire i mercati
argentino e venezuelano, cui successivamente fanno seguito quelli messicano
ed uruguayano. Sia in Venezuela, che per alcuni decenni rappresenterà uno
dei principali paesi di esportazione per le macchine italiane, sia in Argentina
l’impresa vigevanese opera stipulando accordi con i rivenditori locali, rispettivamente
Couttenye e Schuster. Il successo incontrato dalle macchine italiane
stimola ovvi processi emulativi. Nel caso argentino è un rivenditore locale,
Argirò, che cerca e trova un accordo con un altro rivenditore italiano, che nello
specifico è Tuttoscarpa.
Nel 1949 il coinvolgimento dell’impresa di Vigevano nell’America
Latina si consolida ulteriormente; in tale data nasce la Pietro Torielli de Mexico
a cui partecipano in qualità di soci anche la Calzado Canada, cioè il maggior
produttore di calzature messicano, e Manuel Munoz Orozco, un altro distributore
messicano.
L’attività internazionale sino a quel punto si è basata essenzialmente
sulle conoscenze e sulle esperienze cumulate in Sud America dal fondatore
dell’impresa; opportunità e vincolo la conoscenza dello spagnolo. Ciò a cui
punta l’impresa vigevanese in questa fase non è tanto aprire nuovi mercati,
quanto conquistare spazi in quelli esistenti puntando sull’elevata competitività
di prezzo delle macchine italiane. La strategia dell’impresa si incentra quindi
sulla possibilità di seguire i leader del mercato e sulla capacità di instaurare
relazioni di lungo periodo. Per quanto concerne il primo aspetto la Torielli
tenta di percorrere le stesse direttrici geografiche percorse in precedenza dai
grandi gruppi internazionali. Pietro Torielli Jr. ricorda come la strategia delineata
dal padre in quel periodo potesse essere riassunta in un’equazione tanto
semplice quanto efficace: conoscere i Paesi in cui Usm opera, individuare i
calzaturifici a cui fornisce le macchine, proporre a questi ultimi le macchine
italiane ed aspettare che i differenziali di prezzo –a fronte di prestazioni
comparabili– facciano il resto. Il secondo aspetto prevede per il distributore
italiano il tentativo di costruire una rete affidabile di agenti locali. L’esperienza
maturata a livello nazionale viene ovviamente sfruttata. Alla base del rapporto
che lega l’impresa italiana all’agente operante in un altro paese vi è il
tentativo di enfatizzare la “mutua necessità”. Da un lato la Pietro Torielli è in
grado di fornire l’intera gamma delle macchine per calzature, garantendo
quindi all’agente locale ampi spazi di azione, dall’altro lato, l’impresa italiana
si tutela chiedendo ed ottenendo di poter interagire con il cliente finale.
Verso la fine degli anni ’50 Pietro Torielli Jr. entra nell’impresa di famiglia
ed ha inizio l’esplorazione pianificata degli altri mercati internazionali, dal Nord America all’India all’Australia. Rifocalizzando la strategia originaria
dell’impresa, Pietro Torielli Jr. inizia a rivolgersi ai mercati che presentano
potenzialità di sviluppo significative. Nel 1964 la Pietro Torielli approda in
Australia e nel 1976 in India. Dopo una relazione commerciale con un’impresa
australiana che si protrae per quasi vent’anni, nel 1982 il rivenditore
vigevanese consolida la propria presenza nel quinto continente acquisendo le
attività di quest’ultima e dà vita alla Torielli Shoe Machinery Australia. Per
quanto concerne il mercato indiano, dopo aver operato in condizioni di quasi
monopolio per dieci anni, nel 1986 l’impresa italiana consolida le proprie attività
fondando la Torielli India. I dati sulle esportazioni di macchine verso il
sub continente indiano relativi agli anni ’70 sono di per sé sufficienti a far
apprezzare le opportunità che possono prospettarsi ad un first mover ed a chi
lo segue dall’apertura di nuovi mercati. La quota media di esportazioni
dell’Ocse destinata all’India relativa al periodo 1975-‘80 cresce del 176% rispetto
al dato medio registrato nel quinquennio precedente. La variazione
delle esportazioni italiane nei due periodi supera il 1200%.
Se si esclude il caso di Usm l’internazionalizzazione nell’industria delle
macchine per calzature è un fenomeno sostanzialmente commerciale. All’inizio
degli anni ’50 le dimensioni della specializzazione produttiva delle imprese
italiane mal si coniugano con quelle richieste dal processo di internazionalizzazione,
nondimeno la determinazione di Antonio Capuano mostrerà
come anche le officine meccaniche possano coniugare con successo produzione
e commercializzazione.
Le esperienze estere di Antonio Capuano prendono avvio a Vigevano
durante l’edizione del 1952 della Settimana Vigevanese dove espone per la
prima volta le proprie macchine. In quell’occasione incontra alcuni rivenditori
provenienti da diversi paesi europei e, in particolare, il francese Andrè
Vergier, con il quale darà vita ad un lunghissimo sodalizio. Il primo risultato
della partecipazione alla mostra vigevanese si manifesta nello stesso anno in
un viaggio attraverso l’Europa che porta Capuano a visitare gli importatori
conosciuti durante la manifestazione ed a mostrare loro la produzione propria
e quella di altri produttori di macchine per calzature italiani. Da quell’anno
l’imprenditore vigevanese visita la stragrande maggioranza dei paesi del
mondo alla ricerca di nuovi sbocchi per le macchine italiane. Alla fine introdurrà
in mercati diversi ed importanti, quali quelli di Stati Uniti, Giappone,
Francia e Unione Sovietica, le macchine di Cerim, Sagitta, Comelz, Camoga,
Molina e Bianchi, Atom, Bruggi ed altre ancora.
Sebbene riesca ad esportare la produzione nazionale in moltissimi mercati,
un paese più degli altri viene però generalmente accostato al nome di Antonio
Capuano: l’Unione Sovietica. Negli anni '70 l’Unione Sovietica costituisce
uno dei mercati di maggiori dimensioni per i costruttori di macchine per calzature
dei paesi dell’Ocse. Nel periodo 1970-‘74 l’Urss assorbe mediamente il 3,7%
delle esportazioni dei paesi Ocse, negli anni successivi, 1975-’80, la media sale al
3,9%. Al di là della rilevanza delle quote, che collocano il mercato dell’Urss fra le
prime dieci destinazioni dei paesi Ocse, i dati sono particolarmente significativi
per il comparto nazionale nei termini in cui l’incidenza delle macchine prodotte
in Italia supera il 23% nel primo quinquennio e sfiora il 47% nel secondo periodo.
Non è esagerato affermare che nel periodo considerato alcuni produttori
italiani abbiano lavorato per intere annate praticamente per il solo mercato sovietico.
In ragione di ciò la penetrazione nel mercato dell’Unione Sovietica avviata
dall’intuizione di Antonio Capuano assume un rilievo assoluto per l’affermazione
e lo sviluppo internazionale del comparto nazionale e per il definitivo
consolidamento del modello produttivo italiano.
L’occasione si presenta a metà degli anni '60, quando i ministeri sovietici
che presiedono all’industria calzaturiera richiedono all’industria francese attraverso
un bando di allestire alcune linee per la produzione di calzature. La Sigma
di Antonio Capuano attraverso l’Anver di André Vergier, che la rappresenta in
Francia, ottiene di partecipare alla commessa con le proprie macchine; non solo,
Capuano si propone e diviene il coordinatore di un gruppo di imprese italiane,
la cui integrazione delle singole macchine consente l’allestimento di linee complete.
In tal modo, alle macchine di Sigma si affiancano le manovie di Anzani, le
piantatacchi di Ormac e così via.
Le prime tre linee, che fungono al contempo da impianti pilota e da
test, vengono consegnate nell’ottobre del 1967 in tre distinte località. Il positivo
riscontro delle loro prestazioni dà l’avvio ad una commessa per altre 30
impianti, cui in corso d’opera si aggiungerà la richiesta di ulteriori 32 linee di
produzione. Le dimensioni economiche di tali richieste sono tali che fra il 1967
ed il 1972 il rispetto degli impegni assorbirà una parte consistente della produzione
nazionale.
Le prospettive di crescita indotte dall’apertura del mercato sovietico
giustificano quindi il comportamento delle numerose imprese italiane che scelgono
di aderire o di emulare l’iniziativa di Antonio Capuano. Nel 1968 si assiste
ad una consistente partecipazione delle imprese italiane meccanocalzaturiere
alla Mostra della Meccanica Strumentale italiana promossa dall’Ice
a Mosca, e sempre negli anni a cavallo della fine degli anni '60 all’intensificarsi
delle iniziative dei maggiori produttori e distributori nazionali, da Bombelli
a Sagitta a Camoga.

Il confronto internazionale

La Pietro Torielli e Tuttoscarpa da un lato e Antonio Capuano dall’altro sono solo
i battistrada della compagine di officine che a partire dagli anni ’50 si orienta con
sempre maggiore coraggio e coscienza di sé verso i mercati internazionali.
Se nell’immediato dopoguerra sono i paesi dell’America Latina che importano
le macchine italiane, negli anni ’50 inizia l’attenzione nei confronti dei
paesi vicini e di quelli europei in particolare. Da quel momento con una progressione
sempre più accelerata, e con alterne fortune, prende avvio la rincorsa ai
mercati internazionali da parte delle imprese italiane.
Nel 1950 Svim approda in Francia con una graduatrice, e Fipram inizia
a vendere in Gran Bretagna ed in Germania la propria macchina per bucare; nel
1952 è la volta di Bertolaja di esportare frese e cucisuola in Olanda, mentre Camoga
propone le proprie macchine in Germania, e Sigma grazie alla propria cardatrice
penetra nel mercato francese. Nel 1954 Comelz invia le sue macchine in Spagna;
e nel 1957 è il turno di Lorenzin di sbarcare in Gran Bretagna con una
vulcanizzatrice, di Garfas in Spagna, di Col-Val in Jugoslavia e di Omav in Svizzera.
Sempre negli anni ’50 hanno inizio anche le esportazioni di Allevi in Grecia
ed America Latina, di Atom in Tunisia, Turchia e Grecia; di Gusbi in Francia,
Belgio e Jugoslavia; e di Sagitta in Francia, Belgio e Grecia.
Nondimeno, sebbene l’insieme delle imprese che si rivolge all’estero
aumenti costantemente e la competitività e la reputazione delle macchine italiane
sia in costante crescita durante gli anni ’50, il decennio vede il comparto nazionale
ancora in posizione marginale sullo scenario internazionale, dominato
dalla produzione tedesca. Nel 1958 Rudolf Weigl, a conclusione di una dettagliata
storia dell’industria meccano-calzaturiera tedesca, riporta l’elenco delle
macchine per calzature in uso al tempo, nonché l’elenco di tutte le imprese
tedesche e di quelle internazionali “più importanti” che le producono.
La rappresentazione dell’industria meccano-calzaturiera offerta da
Weigl è ovviamente influenzata dal fatto che il comparto tedesco compare in
tutte le sue componenti mentre per i restanti comparti nazionali vengono citate
solo le imprese più conosciute a livello internazionale. Ciononostante, la
lista proposta, pur nei limiti associati ai criteri scelti dall’Autore, si presta a
due considerazioni. La prima e forse più rilevante è quella che consegue al
semplice conteggio delle imprese elencate e che conferma la reputazione acquisita
dalle imprese italiane a livello internazionale. Se si escludono dal conteggio
le imprese tedesche, la compagine italiana è la più numerosa potendo
annoverare ben 22 società su 57 (Tabella 1).
principali imprese meccano-calzaturiere internazionali per paese di provenienza
nel 1958

(a) le imprese italiane citate da Weigl sono: Atom, Bertolaja, Coldesina e Valsecchi, Colli, Co-Me-Da di
Dalghi, Comelz, Falzone, Ferrari, Garbarini, Ghini, Incoma, Minola, Necchi, Neve, Ornati, Pinto,
Rolando, Silva, Torielli, Tuttoscarpa, Vulcanea.
Fonte: Rudolf Weigl, cit.

La seconda è anch’essa una conferma e riguarda la rilevanza del
comparto tedesco che con la sua articolazione sostanzia il conseguimento della
leadership mondiale in quegli anni da parte delle sue imprese. Risale infatti
all’inizio del decennio il sorpasso degli Stati Uniti ad opera della Germania
nell’export mondiale di macchine per calzature. Nel 1951 l’export tedesco è
pari al 30% del dato complessivo mondiale mentre quello statunitense risulta
pari a circa il 20%; nel 1952 il volume degli scambi internazionali di macchine
per calzature sfiora i 17 milioni di dollari, la Germania ne detiene una quota
pari al 40%, gli Usa il 25% e la Gran Bretagna il 15%.4
Il confronto con il comparto tedesco permette quindi di meglio cogliere
le difficoltà affrontate e i tempi richiesti alle imprese meccano-calzaturiere italiane
per affermarsi internazionalmente. Come i dati sopra richiamati testimoniano
la ripresa tedesca dopo la fine del conflitto mondiale è stata rapida. La produzione
di macchine in Germania raggiunge nel 1952 le 8.940 tonnellate –per un
valore pari a 55,6 milioni di marchi– dopo aver registrato nell’anno precedente
9.547 tonnellate, ovvero 54,2 milioni di marchi in valore.
La competitività tedesca traspare del resto dalla condotta delle sue
imprese. Nel 1952 viene stipulato un accordo fra Moenus e Compo, il maggiore
produttore statunitense dopo Usm, per la distribuzione in esclusiva delle
macchine tedesche negli Usa. In virtù dell’accordo, Compo può completare la
gamma di macchine che offre ai calzaturifici statunitensi e Moenus può puntare
a penetrare nel mercato calzaturiero più importante di quegli anni. Le
modalità di commercializzazione delle macchine tedesche sono quelle tipiche
del mercato statunitense in ragione del quale le macchine non sono cedute
alle imprese, ma vengono loro date in affitto.
In quegli anni gli Stati Uniti rivestono un’importanza particolare sia
in ragione delle dimensioni della struttura produttiva, che li rendono il mercato
meccano-calzaturiero per eccellenza, sia perché sono il luogo ove si osservano
i primi segnali delle trasformazioni che di lì a qualche anno investiranno
il tessuto industriale calzaturiero a livello mondiale.
Nel 1958 la produzione Usa di macchine per calzature è pari a 24,2
milioni di dollari mentre il mercato nazionale raggiunge i 23,2 milioni di dollari.
A fronte di 3,1 milioni di dollari di esportazioni, le importazioni di macchine
per calzature risultano pari a 2,2 milioni di dollari, cioè a circa il 10% del
mercato statunitense. La rilevanza della dimensione delle importazioni appare
ancor più significativa quando si consideri la leadership tecnologica degli
Stati Uniti che sin dalle origini ha caratterizzato l’industria meccano-cazalturiera.
Nel quinquennio successivo i dati relativi al saldo commerciale statunitense
(Tabella 2) evidenziano incrementi significativi sia delle importazioni
sia delle esportazioni confermando i segnali di progressiva trasformazione
del tessuto industriale internazionale. Pur mostrando un saldo commerciale
complessivo sempre positivo –con l’eccezione del 1962– gli scambi con la Germania,
comparto meccano-calzaturiero consolidato, e con l’Italia, realtà in divenire,
risultano negativi (Figura 2).

Nel caso della Germania il saldo negativo statunitense, generalmente
superiore al milione di dollari, risulta nel 1962 pari a 2,3 milioni di dollari. Per
comprendere l’ordine di grandezza di tali dati è sufficiente rilevare come all’inizio
degli anni ’60 i prezzi di alcune delle macchine prodotte dai due leader
del mercato statunitense –Usm e Compo– oscillassero fra i mille ed i 6mila
dollari5 . Nel caso italiano il saldo commerciale evidenzia un quadro articolato
e, comunque, ancora in attesa di consolidarsi. Se da un lato la valenza positiva
del saldo conferma la crescita tecnologica della produzione nazionale, dall’altro
lato le dimensioni contenute denunciano la giovinezza del comparto italiano
e suggeriscono l’esistenza di elementi di criticità che necessitano ulteriori
affinamenti.
Nel 1965 un’indagine condotta dall’Ice negli Stati Uniti rileva alcuni
dei limiti delle macchine italiane e dell’azione delle imprese produttrici. In
estrema sintesi gli osservatori privilegiati interpellati imputano alle imprese
italiane una scarsa propensione al rischio, nei termini in cui da un lato non
sono disposti a ricorrere a dare le proprie macchine in leasing e dall’altro sono
restie ad offrire le macchine in prova. Per quanto concerne la componente
squisitamente tecnologica la limitata domanda di macchine italiane viene imputata
ad alcuni aspetti strutturali, in particolare “la domanda di macchine italiane
risulta quasi inattiva ed è ristretta a macchine per scopi speciali, mentre dall’Inghilterra,
dalla Germania, dal Giappone e dalla Danimarca sono importate macchine

Figura 2 - Commercio estero degli Usa nell'industria delle macchine per calzature, 1958-1963. Valore complessivo del saldo commerciale (Esportazione Usa vs. Importazione dal Mondo)
e valori specifici rispetto ad Italia e Germania, 1958-1963.



di tutti i tipi. [..] Le macchine importate non sono, in linea di massima, in grado di
reggere al ritmo di produzione dei calzaturifici americani, in particolare quelle italiane
devono essere quasi sempre modificate per poter soddisfare le esigenze dei clienti [in particolare,
intense accelerazioni del ritmo di produzione che rendono vitale il problema
dei ricambi] [..] D’altro canto i collegamenti elettrici ed i quadri di controllo delle
macchine italiane non sono accettati negli Stati Uniti, perché non costruiti secondo gli
standard del codice elettrico americano che, come è noto, sono molto severi.”6
La “semplificazione” delle macchine italiane denunciata dal mercato
statunitense mostra di rispecchiare del resto le scelte strategiche prevalenti fra i
produttori meccano-calzaturieri nazionali. La competitività delle macchine italiane
risiede nella gran parte dei casi nel loro minor costo, legato al tipo di componenti
impiegati ed alle forme di produzione adottate, e nella loro rispondenza
alle esigenze degli utenti che, nella fase cruciale di sviluppo del comparto nazionale,
si identificano con le imprese del tessuto calzaturiero italiano ove prevalgono
flessibilità, decentramento e varietà produttiva rispetto a processi produttivi
fortemente integrati ed incentrati sullo sfruttamento delle economie di scala. Forse
non casualmente un reportage del 1956 sull’industria calzaturiera uruguaiana rileva
il diffuso impiego di macchine statunitensi ed italiane, ma in imprese con
caratteristiche diverse7 . Infatti, mentre le macchine fornite da Usm trovano impiego
nel più importante calzaturificio del Paese sud-americano –il Calzaturificio
Sassi che produce mille paia al giorno–, quelle italiane fornite dalla Torielli sono
frequentemente utilizzate in imprese a produzione artigianale di qualità e, comunque,
con volumi prossimi alle 100 paia al giorno, quali sono i casi dei
calzaturifici di Francisco Arcaro, Antonio Longo e Jaime Cakier. In particolare,
Jaime Cakier, un imprenditore di origine polacca, giunge a sottolineare, forse
paradossalmente se messe in relazione a quanto segnalato negli Stati Uniti,
l’affidabilità delle macchine del distributore italiano che “non si fermano mai”8 .
Le “difficoltà” incontrate dalle imprese italiane sembrano quindi riflettere
anche il confronto fra due modelli di organizzazione della produzione
calzaturiera. Due articoli comparsi su l’Eco a distanza di dieci anni possono essere
letti come altrettanti segnali del confronto e dell’evoluzione degli orientamenti
nell’organizzazione della produzione calzaturiera. Nel primo dei due viene
enfatizzata l’organizzazione dei calzaturifici statunitensi presi a modello dalle
imprese francesi desiderose di raggiungerne i livelli di produttività9 . Nel secondo
caso lo spunto è offerto da un articolo comparso sul settimanale specializzato
tedesco Leder und Hautemarkt che mette in discussione l’efficienza dell’organizzazione
del lavoro tedesca, il cui livello di razionalizzazione e integrazione si
traduce in una rigidità inaccettabile, soprattutto se comparata con la flessibilità
mostrata dalle imprese italiane. “La ragione di questa difficoltà è chiara ed è appunto
determinata dalla perfetta, razionale organizzazione: una richiesta fuori programma, una
consegna anticipata, fermano e disturbano il complesso meccanismo organizzativo, dove
ogni minuto viene cronometrato.”10

La legittimazione internazionale ed il consolidamento dei mercati

La legittimazione e quindi l’affermazione delle macchine italiane è un processo
che si sviluppa a partire dagli anni ’50 e che inizia ad offrire i primi risultati

Figura 3 - Importazione ed esportazioni di macchine per la conceria e la lavorazione
del cuoio e della pelle in Italia, 1938-1971


rilevanti nel decennio successivo quando la crescita delle esportazioni diviene
sempre più sostenuta. I dati del saldo commerciale relativo a “macchine ed
apparecchi per la lavorazione delle pelli del cuoio e la fabbricazione delle calzature
ed altri oggetti in cuoio”, mostrano come la “dipendenza” del 1938 e
del 1939 dei calzaturifici italiani nei confronti della tecnologia estera, nel secondo
dopoguerra si contragga sino a scomparire. Dagli anni ’50 in poi il saldo
positivo dapprima contenuto inizia a crescere in modo quasi esponenziale,
passando dalle centinaia di tonnellate esportate di inizio decennio alle diverse
migliaia di tonnellate dell’inizio degli anni ’70 (Figura 3)11 .
I dati delle importazioni e delle esportazioni italiane non si limitano
ad offrire una riprova quantitativa della crescita del comparto nazionale, ma
si prestano anche ad alcune considerazioni sull’evoluzione stessa della tecnologia
italiana. Termine di paragone privilegiato è ovviamente in questo periodo la produzione tedesca. I dati sulle importazioni dalla Germania mostrano
un andamento altalenante il cui valore massimo cade all’inizio degli anni ’60.
Nello specifico nel 1951 sono importati macchine ed apparecchi pari a 180
tonnellate –che equivale al 73% di quanto complessivamente importato dal
comparto–, nel 1961 le tonnellate sono 433 –cioè il 78% del dato complessivo–
e del 1971 sono 337 –pari al 61%–. Di converso le esportazioni nazionali verso
la Germania mostrano un trend crescente costante: nel 1951 le tonnellate esportate
sono solo 21, ma nel 1961 sono già 105 e divengono ben 264 nel 1971.
La reputazione che la produzione italiana va costruendosi, soprattutto
all’inizio degli anni ’50, è più il portato delle importazioni dall’estero che
non il risultato di un’azione attiva e pianificata. Le dimensioni delle officine
italiane mal si prestano a sostenere il processo di internazionalizzazione; non
sorprende quindi rilevare il ruolo svolto dai rivenditori esteri oltre che da
quelli nazionali. Le stesse iniziative che, in questa fase storica, caratterizzano
l’operato internazionale di alcuni imprenditori meccano-calzaturieri possono
essere assimilate all’azione dei distributori nei termini in cui a fianco delle
proprie macchine essi offrono sui mercati esteri anche quelle –complementari–
prodotte da altre imprese. Lo sviluppo di un’officina e l’affermazione di
un distributore estero sono processi che non raramente risultano strettamente
interconnessi. L’esempio degli accordi della Sigma di Antonio Capuano con
la francese Anver, come quelli di Torielli e di Tuttoscarpa con le argentine
Schuster ed Argirò, trovano emuli sia fra le altre officine sia fra i rivenditori di
altri paesi pronti a cogliere l’opportunità offerta dalla tecnologia italiana. Gli
accordi si moltiplicano con la comparsa di nuove officine e con lo sviluppo nei
diversi mercati di rivenditori locali. Così, in Francia Anver affianca alle macchine
della Sigma quelle di Cerim, Comelz e Sagitta, e la Torielli si appoggia
alla Johnson et ses Fils. Pochi anni dopo, all’apertura dei confini spagnoli, due
rivenditori locali, Barcelò e Navarro Darò, contribuiscono significativamente
all’affermazione internazionale della tecnologia italiana diffondendo nell’industria
calzaturiera iberica le macchine di Cerim, Atom, Sagitta, Molina e Bianchi
e di altre officine nazionali.
Gli anni ’60 iniziano con un fortissimo incremento del commercio estero
di macchine per calzature. Il 1961 registra oltre 2mila tonnellate di esportazioni
che equivalgono a triplicare il dato annuo medio del precedente decennio.
La Francia continua a rappresentare il principale paese importatore di
macchine italiane, ma in un quadro mutato per più ragioni. Innanzitutto la
velocità con cui si sviluppano le esportazioni di macchine, che alla fine del
decennio giungono ad approssimare le 6mila tonnellate. La crescita sembra
riprodurre il trend evidenziato dalle esportazioni di calzature italiane solo
pochissimi anni prima e, in tal senso, lascia trasparire come il successo incontrato
da queste ultime inizi a tradursi in esternalità positive per il comparto
meccano-calzaturiero. In secondo luogo la penetrazione internazionale diviene
sempre più diffusa, come testimoniano la riduzione del peso dei singoli
mercati da un lato e l’aumento dei mercati che importano dall’Italia volumi
significativi di macchinari dall’altro (Tabella 3). Nel caso dei singoli mercati
l’incidenza annua media dei primi quattro scende dal 50% complessivo del
decennio precedente, al 37% degli anni ’60; contestualmente il numero medio
di paesi che importano almeno dieci tonnellate di macchine passa nei due
decenni da 14 ad oltre 31 unità. Da ultimo acquista peso e si consolida la presenza
nei paesi industrialmente più avanzati, ove il mercato è più sensibile
alla componente tecnologica. Oltre alla Francia, gli Stati Uniti, il Giappone, la
Gran Bretagna e la Germania divengono mercati di sbocco consolidati per le
produzioni italiane. Negli Stati Uniti rivenditori quali Ludlow, Hudson e
Manufacturing Suppliers distribuiscono le macchine di Torielli, Cerim, Sagitta,
Sigma, Comelz, Molina e Bianchi, Atom, ecc. In altri termini la tecnologia italiana
vede ormai definitivamente riconosciuta la propria capacità di confrontarsi
alla pari con le produzioni più avanzate. La nuova reputazione consente
alle imprese italiane di divenire partner, quando non fornitori di tecnologia
per gli antichi competitori. Nei primi anni ’60 la Pietro Torielli viene coinvolta
dalla britannica Ralphs per sviluppare una macchina da distribuire in Gran
Bretagna, poco dopo Ormac fornisce alla tedesca Schön il sistema di caricamento
per la propria piantatacchi e, a coronamento di un inseguimento virtuale durato
trequarti di secolo, nel 1978 la British United Shoe Machinery inizia a
vendere con il proprio marchio la piantatacchi sviluppata e prodotta dalla
vigevanese Sabal.
Il consolidamento della reputazione internazionale delle macchine per
calzature italiane passa anche attraverso l’entrata nei mercati dei paesi a nuova
vocazione calzaturiera più promettenti e nella conquista di quote di mercato.
Il processo è del resto complesso dovendo richiedere alle imprese italiane
la costruzione sia della credibilità tecnologica che di quella commerciale.
L’esplorazione dei nuovi mercati potenziali assume quindi un rilievo particolare
nei termini in cui al suo successo è legato il radicamento delle esportazioni in
quel paese. In tale ottica una breve menzione merita anche il Brasile che per
dimensione del mercato interno e per disponibilità di fattori produttivi ospita
uno dei comparti calzaturieri più importanti della seconda metà del Novecento.



L’importanza dell’industria calzaturiera brasiliana ha nel tempo stimolato a più
riprese l’interesse delle imprese italiane. Alla fine degli anni ’60, la partecipazione
della Fimac Export alla prima edizione della Fenac, la fiera di Novo Amburgo
dedicata all’industria calzaturiera ove ospita nel proprio stand anche un’insegna
del consorzio di produttori italiani Ucimac, diviene la premessa per l’avvio
da parte dell’impresa guidata da Francesco Boffino di Vigebras, impresa brasiliana
che, pur impegnata anche in una limitata attività produttiva, ha il compito
primario di distribuire le macchine importate dall’Italia e di offrire la necessaria
manutenzione.

La leadership internazionale

La conquista del primato internazionale da parte del comparto meccano-calzaturiero
italiano si concretizza negli anni ‘70. Il raggiungimento della leadership
non rappresenta solo un fatto quantitativo, di volumi esportati, ma costituisce
anche un evento qualitativo, nei termini in cui corrisponde all’affermazione delle
scelte compiute dalle imprese italiane. Ciò che ha reso possibile la conquista
della leadership da parte dell’insieme delle imprese è stata quindi la possibilità
dell’inseguimento, la presenza dei presupposti tecnologici ed industriali. I dati
che seguono rendono manifesti i tempi dell’inseguimento ed i tempi del primato
italiano.
Gli anni ’70 segnano la definitiva affermazione del comparto italiano
delle macchine per calzature. Tale decennio registra anche l’affermazione nell’industria
delle calzature dei Paesi in via di sviluppo o di più recente industrializzazione
che risalgono le classifiche internazionali dei maggiori produttori. I risultati dell’evoluzione sono già evidenti nel 1981, fra i primi dieci paesi produttori
l’unico europeo rimasto è l’Italia mentre Germania, Gran Bretagna e Francia
sono divenuti dopo gli Stati Uniti i maggiori importatori internazionali di calzature12
A fianco degli Stati Uniti, che hanno ridotto di oltre un quarto la propria
produzione rispetto agli anni ‘60, compaiono fra i maggiori produttori l’Unione
Sovietica, la Cina, Taiwan, il Brasile, l’India, la Corea del Sud ed il Messico,
cioè in larga parte i paesi verso cui si era orientata l’esplorazione degli imprenditori
italiani sopra richiamata.
Lo sviluppo delle nuove industrie calzaturiere sembra quindi corrispondere
e, per certi versi, conseguire al forte impulso che segna la crescita
del mercato internazionale delle macchine per calzature durante gli anni ’70.
La comparazione fra la prima metà di tale decennio, 1970-’74, e la seconda
metà, 1975-’80, consente di cogliere sia la crescita del settore meccano-calzaturiero
sia le dimensioni che l’affermazione italiana matura nel decennio. In
particolare, a dar ragione dello sviluppo dei nuovi paesi produttori di calzature
rilevato nel 1981 vi è la forte crescita del mercato internazionale delle
macchine per calzature durante gli anni ’70. Le esportazioni dei comparti
meccano-calzaturieri dei paesi Ocse, che coincidono praticamente con quelle
del settore a livello mondiale, passano da un valore medio pari a 107 milioni
di dollari nel periodo 1970-‘74 ad uno significativamente maggiore, pari a 228
milioni di dollari, nel successivo periodo 1975-’8013 .
All’interno della consistente crescita del mercato internazionale risalta
l’ancor più rilevante l’incremento del comparto italiano; se il valore medio
delle esportazioni complessive dei paesi Ocse è raddoppiato nei due periodi,
nel caso del comparto nazionale il dato è più che triplicato, passando da 26
milioni di dollari del primo periodo agli oltre 87 milioni di dollari del periodo
successivo. Le implicazioni delle diverse velocità di crescita sono rese evidenti
dal dato relativo all’incidenza delle esportazioni italiane rispetto a quelle
dell’insieme dei paesi Ocse: da una quota di mercato pari al 24% nel periodo
1970-’74 il comparto nazionale passa ad una pari al 38% nel periodo successivo,
che equivale di fatto alla leadership internazionale.
L’osservazione puntuale delle quote di mercato internazionale detenute
dalla compagine italiana delle imprese meccano-calzaturiere fra il 1975
ed il 1980 rende ancor più tangibile il primato. In ragione di una crescita costante
l’incidenza percentuale delle esportazioni delle imprese nazionali sul
valore complessivo delle esportazioni Ocse passa dal 31% del 1975 ad oltre
44% del 1980 (tabella 4).
La conferma ultima del primato assoluto italiano è offerta dai dati
relativi ai volumi delle esportazioni. Se nella prima parte del decennio le
esportazioni del comparto italiano rappresentano il 31% delle quasi 23mila tonnellate
esportate in media dai paesi Ocse, nel periodo 1975-’80 la quota nazionale
sale al 48% del volume complessivo, pari mediamente a 29mila tonnellate. I
dati annui delle esportazioni nel caso dei volumi infine dimostrano in modo
inconfutabile la leadership italiana: a partire dal 1978 oltre il 50% delle macchine
per calzature esportate dai paesi Ocse è prodotto in Italia.



Alla fine degli anni ’70 le quote delle esportazioni appannaggio del
comparto italiano raggiungono quindi dimensioni tali da rendere il dato
quantitativo una buona approssimazione di quello qualitativo. A questi livelli,
lo scarto mostrato fra le quote di esportazioni espresse in valore e quelle in volume
mostra maggiormente di rispecchiare la scelta delle imprese italiane di competere
sul prezzo piuttosto che testimoniare un eventuale gap tecnologico delle
loro macchine rispetto a quelle statunitensi o tedesche.
La comparazione con le prestazioni del comparto tedesco offrono infine
l’ultima conferma del fatto che le imprese italiane sono riuscite a colmare anche
ogni possibile ritardo tecnologico. Nello specifico due serie di dati possono essere
utilmente impiegati per evidenziare la svolta degli anni ’70, e cioè quelli
riferiti alla provenienza delle importazioni di macchine per calzature nei paesi
Ocse (Tabella 5), e quelli che indicano per i singoli paesi l’incidenza delle
importazioni provenienti dall’Italia sul complesso delle importazioni complessive
provenienti dai paesi Ocse (Tabella 6).




Quando si prendano in considerazione le macchine per calzature importate
dai paesi Ocse, il confronto nel tempo fra i contributi forniti dai comparti
italiano e tedesco offre l’ennesima riprova del sorpasso italiano. Se nel periodo
1970-’74 quasi il 43% delle macchine importate nei paesi Ocse era fabbricato
in Germania mentre quelle prodotte in Italia rappresentavano poco meno
del 26%, nel periodo successivo i ruoli si invertono nettamente: al comparto
italiano competono circa il 37% delle importazioni Ocse ed a quello tedesco il
30%. E’ inoltre utile rilevare come tale trend assumerà nel decennio successivo
dimensioni ancor più macroscopiche. I dati relativi al periodo 1983-’86 mostrano
come la quota di esportazioni riconducibili alle imprese italiane salga
al 44,5% mentre quella del comparto tedesco si riduca ulteriormente e scenda al
24,7% e come, infine, il terzo paese per volume delle esportazioni contribuisca al
totale Ocse con solo il 6,1% e sia la Gran Bretagna.


Infine sul versante delle esportazioni dei paesi Ocse, la crescita del
contributo italiano è costante praticamente in ogni mercato, oltre che consistente.
Se può non impressionare il primato del comparto italiano in Venezuela,
dove le sue esportazioni rappresentano mediamente il 62% di quelle Ocse
nella prima metà degli anni ’70 ed il 77% nella seconda metà, appaiono meno
scontati i contributi per paesi come Giappone, Spagna ed Urss dove l’incidenza
delle macchine italiane passa, rispettivamente, dal 35% al 58%, dal 37% al
58% e dal 23% al 47%. Infine i dati più importanti, seppur meno appariscenti,
sono quelli che mostrano l’incremento della presenza italiana nei paesi dove
l’industria meccano-calzaturiera è nata e per prima si è sviluppata: Stati Uniti,
Germania e Gran Bretagna. La quota delle macchine per calzature esportate dalle
imprese nazionali sui mercati tedesco, britannico e statunitense cresce sino a
prevalere su quella proveniente dagli altri paesi e, nei due periodi considerati,
passa rispettivamente dal 32% al 38%, dal 28% al 37% e dal 20% al 36%.


La specializzazione ha consentito alle imprese meccano-calzaturiere
italiane di colmare ogni gap tecnologico e la loro forma di organizzazione del
tessuto industriale si è dimostrata più efficiente di quella che le imprese statunitensi
e tedesche avevano impiegato per dominare i mercati internazionali
durante tutta la prima metà del secolo. I due decenni che concludono il secolo
vedono la costante conferma del primato del comparto italiano delle macchine
per calzature; alcune sue imprese affinano ulteriormente gli strumenti per
continuare a primeggiare nell’arena internazionale e investono all’estero acquisendo
vecchi concorrenti, come nel caso della Molina e Bianchi che rileva il
marchio della International tedesca, o avviano iniziative produttive nei mercati
più importanti, come la Atom in Cina. Il XX secolo si chiude positivamente per l’industria italiana, nondimeno l’avvio del nuovo secolo vede profilarsi all’orizzonte la sfida lanciata dai paesi che maggiormente hanno investito nell’industria calzaturiera e che proprio dall’esempio italiano traggono gli insegnamenti per tentare di scrivere un nuovo capitolo nella storia dell’industria delle macchine per calzature.

CAPITOLO SESTO

L’ALTERNATIVA ALLA CALZATURA IN CUOIO. MATERIALI NUOVI E NUOVE TECNOLOGIE

Dalla vulcanizzazione all’iniezione

Lo sfruttamento industriale della gomma richiede che le sue caratteristiche
strutturali, dall’elasticità alla impermeabilità all’acqua, permangano nel tempo
ed al variare delle temperature. Charles Goodyear dedicò considerevoli
sforzi e capitali alla ricerca del trattamento a cui sottoporre la gomma per
ottenere tale resistenza agli agenti atmosferici. Nondimeno il processo che
consentì a Goodyear di conseguire risultati soddisfacenti emerse da contingenze
per certi versi casuali. Il brevetto che nel 1844 Charles Goodyear ottiene
per tentare –inutilmente– di proteggere il processo di vulcanizzazione non
renderà ricco l’inventore americano, ma ricoprirà un ruolo importante per lo
sviluppo di interi settori industriali, dagli pneumatici alle telecomunicazioni
ed alle calzature.
Ottenuto il brevetto Charles Goodyear ne concede la licenza d’uso
alla L. Candee Co., un’impresa di New Haven, nel Connecticut, perché produca
vulcanized rubber overshoes, sancendo ufficialmente l’entrata della gomma
nell’industria calzaturiera.
Sebbene l’impiego della gomma compaia nell’industria calzaturiera
verso la metà dell’Ottocento e già a cavallo della fine dello stesso secolo trovi
ampio impiego negli Stati Uniti, i tempi per un suo utilizzo anche in Italia
divengono maturi solo verso la fine degli anni ’20 del Novecento. A Vigevano,
in particolare, gli iniziatori della nuova impresa sono i fratelli Rossanigo che
nel 1929 avviano la produzione di scarpe da tennis, presto imitati da Ursus
Gomma, nel 1931, e più o meno contestualmente da Natale, Gibili, Ilce Gomma,
Dondé, Masera, Mainardi, Eco Gomma ed altri ancora.
La crescita del nuovo comparto è immediata e, nel 1935, la produzione
di calzature in gomma supera i 6 milioni di paia nella sola Vigevano. Il
volume è impressionante se si considera che la produzione tradizionale in
cuoio si attesta nello stesso anno sui 9 milioni di paia di calzature.1
Con lo sviluppo dell’industria della calzatura in gomma si consolida
la domanda interna di tecnologie appropriate e fa la propria comparsa anche
un’offerta nazionale. Pur riproponendo alcuni tratti dello sviluppo dell’industria
meccano-calzaturiera tradizionale –quale ad esempio il processo di spinoff
che caratterizza la nascita di gran parte delle imprese–, il comparto delle
macchine per la gomma ed i materiali sintetici presenta alcuni aspetti peculiari
che segnano la storia delle sue imprese. In primo luogo la materia prima
impiegata, che pone l’obbligo di nuove e diverse competenze, in secondo luogo
la fase storica, che pone le imprese di fronte a mercati già esistenti e, ad essi
associato, l’operato di nuovi attori che possono far valere le specifiche competenze
tecniche o di mercato di cui dispongono.
Il capitolo prende avvio da alcuni cenni storici sulla scoperta delle
materie plastiche che hanno trovato impiego nell’industria calzaturiera e sulle
implicazioni per i relativi processi produttivi. Successivamente, dopo aver
delineato il quadro delle tecnologie del sintetico alla vigilia del secondo conflitto
mondiale, lo sviluppo del comparto viene presentato attraverso le vicende
che segnano l’affermazione delle principali materie prime: la gomma, il
polivinilcloruro (Pvc) ed il poliuretano (Pu). Alcuni cenni sull’organizzazione
del comparto negli anni ’80 concludono il capitolo.

Materia prima e processi

Innanzitutto è utile sottolineare come il riferirsi alla gomma ed alle plastiche
indichi la scelta di un’alternativa –generalmente economica– al cuoio, ancor
prima che la volontà di impiegare una determinata materia prima. Ciò che
può apparire essere un eufemismo costituisce in realtà un aspetto rilevante
per comprendere l’evoluzione del comparto delle macchine per il sintetico.
La nascita e lo sviluppo delle iniziative imprenditoriali non poggia più solamente
sulla meccanizzazione di operazioni svolte manualmente ma anche sulla
possibilità di individuare materie prime che possano essere vantaggiosamente
impiegate in sostituzione del cuoio. La competizione sui costi non viene
più identificata esclusivamente con il miglioramento della produttività della
tecnologia e dell’organizzazione del lavoro, ma viene anche ricondotta alla
possibilità di conseguire risparmi significativi ricorrendo a materie prime alternative
meno costose. Inoltre, i materiali sintetici consentono di modificare
radicalmente il processo produttivo della calzatura nei termini in cui si prestano
all’integrazione automatizzata della suola alla tomaia.
La nascita delle imprese o l’evoluzione della produzione delle imprese
meccano-calzaturiere attive nel sintetico viene influenzata, quando non scandita,
dalle opportunità offerte dall’industria chimica o dalle innovazioni sviluppate
in comparti vicini quali quelli del comparto delle macchine per la
lavorazione dei prodotti tecnici.
Alla disponibilità della gomma da vulcanizzare si affianca quella della
gomma sintetica e, successivamente, quella delle plastiche. Inizialmente si
ha l’impiego del cloruro di polivinile (Pvc), poi quello del poliuretano (Pu),
quindi dell’Eva e così via. Ad ogni materia corrispondono tecniche differenti:
variano gli stampi e cambiano le caratteristiche delle macchine. Anche senza
addentrarsi in una puntuale dissertazione tecnica è possibile cogliere la portata
della scelta di un materiale anziché di un altro. Un materiale plastico che,
a fronte di caratteristiche funzionali comparabili, presenti livelli di densità
minori comporta da un lato un minor peso della calzatura, e quindi può consentire
dimensioni maggiori delle suole o di altri componenti, e dall’altro lato
implica pressioni di lavorazione meno elevate con la conseguente possibilità
di impiegare stampi in materiali che permettono disegni più nitidi.
Il Pvc, scoperto dal francese Regnault nel 1835, viene prodotto industrialmente
solo negli anni ‘30 del secolo successivo, ma bisognerà attendere
gli anni ‘50 perché l’industria calzaturiera lo utilizzi. A sua volta il poliuretano,
scoperto in Germania nel 1937, viene immesso sul mercato della trasformazione
dalla Bayer negli anni immediatamente successivi alla seconda Guerra
mondiale, ma anche in questo caso l’impiego nella calzatura è successivo ed
avviene nei primi anni ‘60.
Per quanto concerne i processi, la vulcanizzazione della gomma prima
e la trasformazione dei preparati chimici poi sono stati oggetto di continui
affinamenti come di innovazioni radicali che hanno condotto dall’autoclave
alle presse e all’iniezione. Il progredire della ricerca chimica, pur non dettando
i tempi dell’innovazione in ambito meccano-calzaturiero, diviene fonte di
opportunità e di scelte strategiche diverse per le imprese nazionali, che consentirà
al comparto italiano di offrire ogni tipologia tecnologica.
Con la dovuta eccezione di Usm e delle sue consociate che per gran
parte del secolo paiono percorrere una strada del tutto autonoma, il comparto
delle macchine per il sintetico prende sostanzialmente forma a partire dalla
fine della seconda guerra mondiale. Da un lato la forte domanda di calzature
economiche, che costituisce una delle tante conseguenze del conflitto bellico,
e, dall’altro lato, il patrimonio di conoscenze scientifiche cumulato dalle grandi
imprese chimiche nella ricerca della gomma sintetica, innescano lo sviluppo
del comparto delle macchine per il sintetico a livello internazionale.
Con la fine del conflitto mondiale a fianco delle imprese meccanocalzaturiere
tradizionali, che hanno esteso o rifocalizzato la propria produzione
a comprendere le applicazioni della gomma, iniziano ad esserne fondate di
nuove che si rivolgono esclusivamente alla trasformazione della gomma. In
Germania, nel 1946, nasce Desma, cioè l’impresa tedesca che per alcuni decenni
viene indicata come leader nella produzione di macchine per il sintetico.
In Italia, negli stessi anni, Ferrari rende sempre più consistente il proprio
coinvolgimento nella produzione di macchine per la vulcanizzazione e, a Padova,
Virgilio Lorenzin con la sua officina inizia a coniugare l’impegno nella
produzione di macchine e di stampi con la manutenzione degli impianti impiegati
nella produzione di suole in gomma.

Gli anni ‘30

L’avvio della produzione di calzature in gomma, come ricordato, risale in Italia
agli anni immediatamente precedenti il 1930. La scarpa in gomma si ritaglia
immediatamente uno spazio industriale significativo. La tecnologia impiegata
per la vulcanizzazione è quella che fa ricorso all’autoclave.
La situazione sul versante dell’offerta di tecnologia è diversa da quella
che pochi decenni prima caratterizzava l’industria della calzatura tradizionale.
Le imprese calzaturiere possono rivolgersi sia all’offerta estera, la cui
presenza in Italia è consolidata, sia a quella nazionale che può contare su un
numero consistente di officine e sull’esperienza trentennale di Ferrari ed altri
pionieri.
Il catalogo di Anima del 1938, elencando ben 25 imprese, offre una
testimonianza diretta del come la tecnologia della vulcanizzazione risultasse
diffusa in tutto il settentrione d’Italia (Tabella 1).



Fra le imprese associate ad Anima,
oltre a quelle specializzate in prodotti tecnici
destinati ai settori dell’auto, delle telecomunicazioni,
dei cavi e degli pneumatici,
compaiono anche imprese che si rivolgono
all’industria tessile, come nel caso di
O.M.I.T.A., e quelle che si rivolgono specificamente
all’industria calzaturiera come
la Ferrari Antonio e l’Ornati Angelo di
Vigevano, la Comerio Ercole di Busto
Arsizio e, indirettamente, la Pomini di
Castellanza. Inoltre, come rivela la tabella
alcune delle imprese, fra le quali la Ercole
Comerio, dichiarano la propria competenza
anche nell’offerta di macchine destinate
alla lavorazione delle materie plastiche.
L’allargamento della gamma produttiva
a comprendere le macchine per la
vulcanizzazione della gomma da parte di
Ferrari rispecchia sia l’attenzione all’emergere
di nuove esigenze da parte della domanda
sia gli interessi di natura tecnologica che 
Vulcanizzatrice di Antonio 
Ferrari & F.

contraddistinguono le scelte industriali dell’impresa di Vigevano. Tale orientamento tecnologico si rinsalda durante gli anni che precedono il secondo conflitto mondiale allorché, alla morte di Antonio Ferrari, il figlio Giuseppe assume la direzione dell’impresa.Giuseppe Ferrari laureato in ingegneria si dedica personalmente alla progettazione e firma nel tempo diversi brevetti.
Sempre negli anni ’30 prende avvio la tradizione degli stampi in Italia. A
Vigevano la prima esperienza –da cui prenderanno avvio diverse delle iniziative
successive, artigiane e non– la si deve a Paolo Corrini, un ingegnere proveniente
da Genova dove lavorava presso l’Ansaldo. A Vigevano quest’ultimo inizia un’attività
di incisione e realizzazione di cilindri, che ne fa il naturale fornitore degli
stampi richiesti dai calzaturifici impegnati nella lavorazione della gomma
vulcanizzata, da Ursus Gomma a Rossanigo. Più o meno contemporaneamente
nascono altri specialisti quali Martignoni, Mov, Portaluppi e i fratelli Medoni.
Infine a testimonianza del dinamismo che caratterizza le attese di
impiego della gomma, nel 1937, per iniziativa di Iri e Pirelli, vengono fondati
l’Istituto per lo Studio della Gomma Sintetica e la Società Italiana per la Produzione
della Gomma Sintetica.
Nel complesso lo scenario che fa da sfondo alla nascita dell’industria
nazionale delle macchine per la gomma e per il sintetico appare migliore di
quello da cui solo qualche decennio prima ha preso avvio il comparto delle
macchine per calzature tradizionali. Le competenze richieste dai futuri sviluppi
si può dire siano in parte già disponibili come dimostrano le produzioni
di presse ad iniezione ad opera di Marco Giani nel 1940, e dei fratelli Canziani
nel 1937. Pur destinate ad altri impieghi le presse prodotte contribuiscono a
diffondere la tecnologia dell’iniezione. Nello specifico della Presma dei fratelli
Canziani, l’impresa prima di giungere al mercato calzaturiero negli anni
’50, costruisce dapprima presse manuali per l’iniezione dei termoplastici e, in
seguito, introduce diversi modelli di presse per la produzione di pettini e particolari
per occhiali.2

Il dopoguerra ed il consolidamento della gomma vulcanizzata

Gli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale
sono ancora dominati dalla gomma vulcanizzata. Nel 1946, in Germania, ad
Achim, viene fondata la Desma, cioè la Deutsche Schuhmaschinen Werke
GMBH, che diviene in breve tempo un punto di riferimento nella produzione
di macchine per il sintetico. In Italia, sempre negli anni che precedono il 1950,
la Ferrari continua il proprio impegno nel migliorare l’impiego della gomma
nella produzione di calzature e, dapprima, riesce a ridurre i tempi del processo
di vulcanizzazione intervenendo sul bilanciamento fra temperatura e pressione
e, successivamente, progetta e costruisce per prima una macchina per la
pressatura diretta della gomma vulcanizzata sulla tomaia. A riguardo nella
storia dell’impresa si legge: “E’ un successo senza uguali [..] Oltre 4mila macchine
prodotte e vendute in ogni angolo della terra lo testimoniano.” La diffusione internazionale trova conferma anche in un articolo comparso sull’Eco del 1957 che
segnala come in Rhodesia la Footwear and Rubber Industries impieghi solo
macchinari della Ferrari per la propria produzione di calzature vulcanizzate
con tomaie in cuoio.3

La scelta della Ferrari viene
seguita da altri imprenditori nazionali;
Pinto, fondata a Milano nel
1942 l’omonima impresa, si dedica alla produzione di vulcanizzatrici e nel volgere di pochi anni riesce ad
esportarle con successo, raggiungendo mercati competitivi quale quello nipponico. La competitività
della soluzione proposta dall’imprenditore milanese rispetto
all’impiego dell’autoclave è palese: “dove
con il sistema tradizionale di vulcanizzazione con autoclave erano necessari 
Pubblicità della Gusbi quando ancora si chiamava
Gusberti & Bianchi

oltre 15 operai [..]con le moderne macchine vulcanizzatrici interamente automatiche della ditta Pinto è sufficiente l’impiego di solo due operai.”4 A Vigevano, Terenzio Bianchi ed Emilio Gusberti, dopo aver maturato diversi anni di esperienza in imprese
storiche quali la Duer di Rolando Rolandi e la Simacc, fondano nel 1946 la
Gusbi che, dopo l’iniziale produzione di macchine per la preparazione di
sottopiedi del tipo goodyear, si converte alla gomma e successivamente al sintetico.
La rispondenza di tale scelta ai mutamenti delle condizioni ambientali
è del resto testimoniata dalla crescita dell’impresa; l’organico iniziale rappresentato
da Bianchi, Gusberti e un tornitore raggiunge a metà degli anni ’50 la
ventina di unità, in corrispondenza dell’affermazione delle vulcanizzatrici a
pressione oleodinamica da essa proposte. Il percorso seguito dalla Gusbi assume
inoltre un rilievo particolare nei termini in cui si presta a rappresentazione
emblematica di gran parte delle dinamiche che governano l’evoluzione
e lo sviluppo del meccano-calzaturiero italiano. Innanzitutto l’origine, Bianchi
e Gusberti fondano la propria iniziativa imprenditoriale sulle competenze
tacite acquisite attraverso l’apprendistato e sull’opportunità offerta dalla possibilità
di riprodurre una macchina prestata da un calzaturiere vigevanese. In
secondo luogo, l’attenzione rivolta dai due soci alle esigenze del mercato è
resa manifesta dalla ricerca della macchina da riprodurre –che può essere
autonoma, come in questo caso, o guidata dal rivenditore– che si esplicita nel
passaggio alla gomma. Infine, il successivo confronto con gli altri produttori
attraverso la proposta di nuove macchine o l’introduzione di soluzioni originali
che ne migliorano le prestazioni, che per la Gusbi sono identificabili nelle macchine
per Pvc ed in quelle per il poliuretano. Evoluzione che Terenzio Bianchi
sintetizza in modo esemplare relazionando l’originalità delle tecnologie proposte
alle caratteristiche del mercato da fronteggiare: “negli anni ’50 con le
vulcanizzatrici ci siamo confrontati prevalentemente con il mercato locale, negli anni ‘60
con le macchine ad iniezione per il Pvc con quello nazionale, e negli anni ’70 con le
macchine per il Poliuretano con quello internazionale”.
Sempre a Vigevano altre imprese, prima di identificare i segmenti ove
meglio sfruttare le proprie competenze tecnologiche, rivolgono inizialmente
la loro attenzione alla gomma. Esempi significativi sono offerti dalla Atom,
fondata nel 1946 per produrre vulcanizzatrici e, successivamente, divenuta
una delle più importanti produttrici di trance; e da Omav –cioè l’Officina
Meccanica Artigiana Vigevanese di Pietro Rognoni, Teclo Risso e Giovanni
Pisani– che dall’iniziale produzione di granulatrici passa alla realizzazione di
montafianchi e incollatrici nel 1954.
A Padova l’officina di Virgilio Lorenzin, che dal 1930 ripara macchinario
industriale –da quello per la lavorazione degli occhiali alle cineprese ai
proiettori cinematografici–, con la fine della guerra inizia a rivolgere la propria
attenzione al settore calzaturiero. L’occasione è fornita da un’impresa di
suole in gomma, la Patons di Guido Canale, che impiega presse provenienti
dall’estero e da Vigevano e la cui manutenzione è affidata alla Lorenzin. Dalla
manutenzione a macchine e stampi alla produzione della prima vulcanizzatrice
il passo è breve e nel 1948 la Lorenzin riproduce la sua prima macchina per lo
stesso Canale. Nel caso del comparto gomma, a Padova, a quasi trent’anni di
distanza, si vedono riproposte le stesse condizioni che avevano caratterizzato
il comparto cuoio vigevanese. Un comparto calzaturiero relativamente nuovo
che impiega macchine provenienti da altre zone e che richiedono una manutenzione
tempestiva. E Lorenzin si avvia lungo un sentiero al contempo nuovo
e tradizionale, ove all’iniziale “saper come fare” della fase della riproduzione
degli anni del dopoguerra succede negli anni ’60 il “saper cosa fare”
della fase progettuale, finalizzata al miglioramento dei prodotti esistenti. Per
connotare le fasi iniziali dell’impresa, Lorenzo Lorenzin, ricorda come il padre
Virgilio –che cumulava all’iniziale esperienza giovanile di falegname i
quattro anni trascorsi sulla nave da guerra Duilio nel reparto manutenzione–
realizzasse i prototipi delle proprie macchine in legno dopo averle disegnate
su un pacchetto di sigarette. Lo
schizzo era sufficiente in quanto gli
operai lavoravano i pezzi a memoria
ed ogni attività, dalla produzione
dei pezzi al loro montaggio, era
svolto all’interno dell’impresa.
Gli stampisti per i quali il
carattere prevalente delle competenze
è quello tacito –come nella
maggior parte delle attività artigianali–
iniziano la propria riproduzione
per gemmazione. Le esperienze
cumulate presso l’ingegner Corrini portano Pugno e Montagna a cercare 

Un tornio di legno - la prima macchina
 utensile dell’officina Lorenzin

nell’immediato dopo guerra nuovi percorsi; così mentre il primo sceglie di avviare
immediatamente una propria officina, il secondo opta per un sentiero
più lungo. Riccardo Montagna dapprima passa alla Mov poi, quando questa
cesserà le attività, lavora per un breve periodo presso l’officina Albani da cui,
infine, esce con De Grandi e Donato per fondare nel 1952 la Gran.mon.do.
Per quanto concerne Pugno, la sua iniziativa consente a due suoi dipendenti,
Angelo Montagna e Giovanni Massara, di acquisire l’esperienza
necessaria a dar vita il primo gennaio del 1956 ad una nuova esperienza: la
Montagna-Massara, poi divenuta Apego. Nello stesso periodo nascono le officine
di Piero Remotti e di Mario Bazzigaluppi. Nel padovano Gastone Sandi
uscito dalla Lorenzin nel 1951 dà vita ad un’impresa che porta il suo nome e la
stessa Apego con un terzo socio, Strada, danno vita alla Momast, che cesserà
l’attività nel 1966. Nondimeno durante gli anni ’50 il numero complessivo
degli stampisti rimane contenuto e bisognerà attendere l’affermazione della
tecnica dell’iniezione, cioè gli anni ’60, per assistere ad un’impennata nello
sviluppo del comparto ed anche alla nascita dell’Associazione Nazionale Produttori
Stampi Italiani (Anpsi) la cui vita sarà però breve.
L’avvento del Pvc
Con la seconda metà degli anni ’50 un nuovo binomio materia prima e tecnica
–Pvc ed iniezione– diviene oggetto di sperimentazione anche in ambito calzaturiero. Del Pvc, la cui polimerizzazione ne rende possibile lo sfruttamento
industriale sin dagli anni ’30, si è detto. Per quanto concerne la tecnica dell’iniezione,
il primo brevetto statunitense per una macchina a iniezione viene
fatto risalire alla seconda metà dell’Ottocento. In Europa, la costruzione delle
presse per iniezione inizia nel 1923 in Germania con modelli manuali. Sempre
in Germania, nel 1926, viene introdotta una macchina pneumatica di limitata
capacità, circa 30 grammi, in cui il pistone iniettore è comandato da un cilindro
ad aria compressa, mentre la chiusura della stampo rimane ancora manuale5 .
In Italia la prima pressa per iniezione viene costruita da Marco Giani
nel 1940. Nel 1954 Presma, l’impresa fondata a Torba nel 1937 dai fratelli
Canziani, inizia la costruzione su scala industriale di presse verticali per la
produzione di tacchi e, successivamente, per prima in Europa sviluppa una
pressa a tavola rotante sulla quale trovavano posto diversi stampi.
Per l’industria nazionale l’avvento del Pvc segna anche l’inizio dello
sviluppo di Padova quale nuovo polo meccano-calzaturiero. Favorito dalla
presenza e dalla nascita di imprese quali Nordica, Dolomite, Tecnica, Lotto,
Diadora e Simod –in altri termini il distretto della calzatura sportiva e per il
tempo libero di Montebelluna– il comparto di Padova si focalizza sulla produzione
di macchine per la lavorazione del sintetico destinate all’industria
calzaturiera sino a divenire il più importante polo produttivo internazionale.
Negli anni ’60, è proprio la Nordica di Vaccari che finanzia la Lorenzin per
sviluppare una macchina per la produzione di scarponi da sci. Fedele alle
proprie tradizioni, anche in questo caso Virgilio Lorenzin presenta a Vaccari
un modellino in legno della macchina, oltre agli usuali disegni tecnici.
Nondimeno, grazie alla Ferrari, è ancora Vigevano il luogo ove inizia
la ricerca di soluzioni tecnologiche che consentano lo sfruttamento del Pvc in
ambito calzaturiero.
Acquistato in Francia un brevetto per la trasformazione del Pvc, la
Ferrari presenta nel 1957 la prima macchina ad iniezione diretta su tomaia e
nel 1960 immette sul mercato le prime presse a carosello per la produzione
totalmente stampata di calzature in Pvc. Antonio Ferrari, rispettivamente figlio
e nipote di Giuseppe e del fondatore Antonio, ricorda come inizialmente
il fabbisogno dei componenti impiegati per ottenere il Pvc fosse stato ampiamente
sottostimato dall’impresa che forniva loro le sostanze chimiche, la tedesca
Hüls, e che, fra le altre, aveva segnalato loro il brevetto francese. In tal
senso, Antonio Ferrari ricorda come inizialmente Hüls disponesse di prodotti
chimici sufficienti ad alimentare la giostra per un solo giorno e come il porre
rimedio a tale situazione richiese oltre un mese di attesa. La giostra proposta
dalla Ferrari è per i tempi una novità assoluta che consolida la dimensione
internazionale dell’impresa e le consente di esportare circa l’80% della propria
produzione. L’importanza delle giostre è duplice. Da un lato, costituiscono
un successo considerevole, al punto che, secondo Antonio Ferrari, “negli
anni ‘60 la richiesta di queste ultime era divenuta tale che i tempi di consegna raggiunsero
anche i due anni”. Dall’altro lato, per la Ferrari rappresentano simbolicamente
l’abbandono delle macchine per calzature tradizionali e la definitiva
trasformazione in produttori di macchine per il sintetico. In quegli anni la
Ferrari occupa 130 addetti e la realizzazione della macchina per il Pvc assume
per essa un rilievo particolare nei termini che conferma l’importanza della
scelta strategica dell’innovazione tecnologica tanto che la porta ad affermare
nei suoi opuscoli che con la nuova tecnologia “[n]asce il principio veramente
diverso di concepire e di fare le calzature.”6
La comparsa del Pvc rende ancor più manifesto il ruolo di protagonista
internazionale assunto dal comparto nazionale del sintetico ed il confronto
con l’evoluzione del comparto del cuoio rende palese l’importanza rivestita
dalla presenza o meno di una domanda e di un’offerta consolidata. Le imprese
del sintetico, a differenza di quanto rilevato per quelle del cuoio, non
devono inseguire una concorrenza internazionale consolidatasi nel tempo, ma
si presentano in mercati che non sono più locali ma immediatamente nazionali,
quando non già internazionali. Un rapido sguardo al quadro internazionale
consente di rilevare come la Clark, la famosa impresa calzaturiera inglese,
annunci di aver sviluppato alla fine degli anni ’50 un proprio sistema per
l’iniezione diretta della suola in Pvc sulla tomaia, e come la tedesca Desma
avvii agli inizi degli anni ’60 la produzione di macchine ad iniezione diretta
del Pvc sulla suola ed immetta sul mercato le proprie rotative con 10 stazioni
per la produzione di suole in gomma.
Altrettanto evidente è la risposta dell’industria italiana che risulta ricca
ed articolata a prescindere dal ruolo indiscusso di Ferrari.
A Vigevano la Gusbi introduce le proprie rotative sul mercato e nell’area
di Varese all’iniziale esperienza di Presma si aggiunge quella di Plastak
Engineering. Ma è Padova il luogo dove le iniziative avranno le ripercussioni
maggiori per l’evoluzione del comparto.
Nel 1964, una diversa valutazione sulle prospettive del Pvc e delle
rotative porta Tarcisio Ottogalli ad uscire dalla Lorenzin per dare vita insieme
ai fratelli ad un’impresa propria che si focalizzi sulla produzione delle grandi
macchine ad iniezione per il Pvc. A sostenere la nascita della Ottogalli, e non
solo finanziariamente, è anche in questo caso un impresa calzaturiera, il
Calzaturificio Monterocca. La tecnologia di riferimento è in questo caso rappresentata
da un impianto della Ferrari acquistato dal medesimo calzaturificio.
Pochi mesi sono necessari a Tarcisio Ottogalli per migliorare la macchina e,
soprattutto, per studiare ed installare un nuovo e più efficiente iniettore per il
Pvc. Nel 1966, la prima rotativa “ri-progettata” e prodotta in Ottogalli viene
ceduta al calzaturificio Pezzol di Barletta. Nel volgere di pochi anni la Ottogalli
diviene il più importante produttore di grandi impianti ad iniezione per Pvc
d’Italia arrivando ad impiegare nel 1980 ben 220 addetti.
Nel 1974, rispettando un canovaccio consolidato nel comparto meccano-
calzaturiero, Ferniani, un funzionario della Ottogalli, lascia l’impresa per
fondarne una propria: la Union. La novità introdotta da Ferniani va ricercata
non tanto nelle soluzioni tecnologiche introdotte nelle proprie macchine, quanto
nel modello produttivo adottato. L’impresa di Ferniani si contrappone al
modello dell’impresa integrata verticalmente della Lorenzin e della Ottogalli
optando per una soluzione decentrata, in cui la Union circoscrive la propria
attività alla progettazione, al montaggio ed alla commercializzazione delle macchine,
ed affida tutte le altre lavorazioni ad officine specializzate autonome.
Anche la Lorenzin dopo l’esclusiva focalizzazione sulla gomma estende
il proprio portafoglio prodotti alle presse ad iniezione per il Pvc. Rispetto al quasi
generalizzato orientamento verso la produzione di grandi rotative, la Lorenzin
opta per la produzione di piccole macchine ad iniezione “statiche”. La scelta
dell’impresa padovana poggia sulla convinzione che: (i) le statiche consentano
una maggior flessibilità d’impiego e, quindi, meglio si adattino alle esigenze di
segmenti di mercato più ampi; (ii) sia possibile attivare, quando non favorire,
politiche di collaborazione con produttori complementari per tecnologia o attività
svolta, (iii) la produzione degli stampi costituisca lo strumento per eccellenza
per interagire con il calzaturificio e personalizzare l’offerta tecnologica.
Per quanto concerne la strategia degli accordi il primo esempio è offerto
dalla proposta fatta da Lorenzo Lorenzin proprio alla Ferrari. A metà
degli anni ’60 Lorenzo Lorenzin propone all’ingegner Giuseppe Ferrari un
accordo secondo il quale la Ferrari avrebbe dovuto fornire alla Lorenzin i gruppi
di iniezione, mentre quest’ultima avrebbe fornito alla prima i portastampi oltre
ad impegnarsi a sostenere la vendita delle macchine con la propria rete
commerciale. La proposta non fu valutata interessante da Ferrari anche in
ragione del fatto che in quel periodo l’impresa di Vigevano disponeva di
un’adeguata rete commerciale e, come citato nel seguito, era impegnata nella
ricerca sulle applicazioni del poliuretano.
Per quanto riguarda gli stampi, una vera e propria moltiplicazione
delle officine prende corpo in concomitanza con l’affermazione delle macchine
a iniezione e l’utilizzo diffuso dei nuovi materiali sintetici. Gli stampi in
acciaio impiegati nella lavorazione della gomma vulcanizzata vengono sostituiti
da quelli in alluminio ottenuti tramite fusione. Portaluppi è la prima azienda,
e per diversi anni l’unica, a produrre stampi per l’iniezione diretta su tomaia.
In questa fase sono gli stessi stampisti che stimolano i dipendenti o collaboratori
a mettersi in proprio, creando una rete di terzisti che consente loro
di far fronte agli ordini. Come nel caso delle macchine per calzature, la domanda
crescente e l’intraprendenza dei singoli trasformerà i terzisti in imprenditori
autonomi. L’elenco sarebbe lungo, ci si limita a richiamare alcuni
degli esempi che meglio testimoniano il processo di continuo spin off che caratterizza
il comparto degli stampi negli anni ’60 e ‘70.
Dall’officina di Bazzigaluppi escono Soresina, che creerà Eurostampi,
Sacchi e Perotto, e Mazzini. L’attività di Soresina si distingue da quella delle
altre officine del comparto anche perché rappresenta uno dei pochissimi casi
di stampista che si dedica anche alla produzione di macchine, che realizza per
oltre un decennio. Nella Gran.mon.do hanno imparato il mestiere Oreste Gatti
e Vittorio Piccolo, che nel 1972 danno vita a Gatti & Piccolo, nonché Donato
che fonda la Incis. Quando Remotti si ritira nasce la Mobel di Motta e Laveroni,
che a propria volta aveva in precedenza lavorato alla Ilga Gomma.
Nel padovano, ove gli stampi sono considerati strategici dai costruttori
di macchine, la produzione è in prevalenza internalizzata con alcune eccezioni
di rilievo quale la Santi.
La fine degli anni ’50 vede nascere un’iniziativa nel comparto degli
stampi anche nelle Marche. Nel 1959, stimolato dal calzaturificio Botticelli,
Vittorio Saccutelli, un giovane modellista, coadiuvato dai famigliari, inizia la
produzione di stampi per suole con la Tecnometal. A questa prima iniziativa i
Saccutelli faranno poi seguire l’avvio della Tecnomec e della Nuova Tecnomec,
da cui trarranno vita una serie di nuove officine specializzate nella produzione
di stampi per suole, ma anche di stampi per l’iniezione diretta su tomaia
destinati ai calzaturifici barlettani.

L’avvento del poliuretano

La ricerca di nuovi materiali che siano al contempo più economici e fonte di
maggiori opportunità d’impiego prosegue in modo incessante, anche perché
sostenuta dalle imprese chimiche interessate a nuovi sbocchi.
La fine degli anni ’60 vede concretizzarsi i tentativi di impiegare il Pu
che, a fronte di una maggior difficoltà di lavorazione, consente prodotti finali
in grado di offrire nuove opportunità agli stilisti. E’ di questi anni la comparsa
a livello internazionale delle prime soluzioni tecnologiche che impiegano il
Pu. Le imprese italiane, a conferma del dinamismo già mostrato dal comparto
nazionale nello sviluppo delle macchine per il Pvc, sono fra le prime ad immettere
sul mercato le macchine per il Pu.
A scandire i tempi dell’innovazione è ancora una volta la Ferrari, che
nella seconda metà degli anni ’60 conclude gli studi avviati nel 1965. Anche in
questo caso la diffusione internazionale è ampia ed immediata. Sull’Eco, in
un articolo a firma di Piero Novelli si menziona attraverso un aneddoto l’installazione
fatta a Cuba da dove “di tanto in tanto arrivano anche telefonate all’alba.
Talvolta, al telefono è lo stesso Castro, il quale si informa personalmente di certi
problemi, di sistemi di lavoro, di tecniche produttive. Il poliuretano ha galvanizzato
Fidel. La fabbrica che produrrà questo tipo di scarpe dipende direttamente da Castro.
Si può dire che il direttore generale “effettivo” è Lui.”7 Alla Ferrari si affianca poco
dopo anche la Gusbi che alla vigilia degli anni ’70 presenta una macchina per
il Pu e conferma la propria proiezione in senso internazionale. All’impiego
del Pu la Ferrari giunge dopo lunghe e difficili esperienze. La messa a punto
della nuova tecnologia non solo ha richiesto una più raffinata e sofisticata
tecnica costruttiva, ma ha esatto altresì materiali con una precisa e specifica
formulazione la qual cosa ha creato, inizialmente, anche dei problemi alle
imprese chimiche produttrici della materia prima. La formulazione del Pu
per l’industria calzaturiera è pertanto il risultato di una stretta collaborazione
fra il chimico ed il meccanico. A tal proposito è utile ricordare come il Pu
possa derivare sia dall’impiego del polietere sia da quello del poliestere. In
particolare, mentre in Germania e Gran Bretagna viene impiegato prevalentemente
il polietere, in Italia e Francia si diffonde maggiormente il ricorso al
poliestere.
Le caratteristiche strutturali del Pu, in particolare la sua bassa densità
che consente al prodotto trasformato di essere molto leggero e di assumere
vesti difficilmente realizzabili con altri materiali, attirano l’attenzione anche
di chi produce le scarpe o i suoi componenti. Il Pu consente di riprodurre
praticamente qualsiasi superficie. Lo spazio per la creatività degli stilisti si
espande notevolmente, il Pu trasformato può infatti riprodurre il disegno (e,
quindi, apparire come) del marmo, del sughero, di una foglia, ecc. Continuando
i propri sforzi di ricerca di nuovi prodotti in Gran Bretagna, all’inizio degli
anni ’70, a compimento delle ricerche condotte nel decennio precedente, la
Clarks annuncia l’impiego del Pu quale materiale per le suole. In Italia, Eugenio
Pagani, un produttore vigevanese di suole in microporosa, intuitene le
potenzialità avvia a cavallo della fine degli anni ’60 una serie di iniziative
volte a sfruttare il Pu nell’ambito dell’industria calzaturiera.
Al di là dell’iniziale rapido successo, l’avventura imprenditoriale di
Pagani è in questa sede interessante per almeno due motivi. In primo luogo
perché rappresenta un momento della storia della produzione di macchine
per il sintetico in Italia e, in secondo luogo, perché rivela il filo rosso che lega
al territorio la nascita e lo sviluppo delle diverse iniziative imprenditoriali,
sottolineando il carattere locale delle competenze che le hanno rese possibili.
La strategia approntata da Eugenio Pagani per sfruttare le potenzialità
del Pu ruota attorno a due punti: (i) lo sviluppo di un sistema tecnologico,
inteso come materiale plastico e macchine per trasformarlo, non riproducibile;
e (ii) la creazione di una rete di imprese integrate, tale cioè da consentire la
crescita attraverso l’aggiunta di nuovi nodi e, quindi, costituire al contempo
un mercato captive per le imprese destinate a fornire le diverse componenti
del sistema tecnologico. La competitività di quest’ultimo è legata allo sviluppo
ed alla produzione autonoma del catalizzatore, la cosiddetta “madre”, alla
produzione di stampi specifici tramite la Pama, ed alla progettazione e costruzione
attraverso la Pavi delle macchine ad iniezione per il Pu. Lo sviluppo
del gruppo attraverso il coinvolgimento di nuovi soci per la gemmazione de
gli impianti produttivi è impressionante, fra il 1970 ed il 1977 esso passa da 4
a 22 imprese.
La Pavi, cioè la Pagani Vigevano, nasce nel 1970 con la missione di sviluppare
e produrre macchine ad iniezione per il Pu destinate unicamente alle
imprese che al gruppo Pagani fanno riferimento. Pavi, analogamente alla maggioranza
delle imprese che compongono la rete, vede a fianco di Pagani la presenza
di un socio, Pierluigi Scavini, il cui coinvolgimento ancor prima che al
contributo in capitale tangibile è prioritariamente legato a quello in capitale intangibile
che, sotto forma di competenze tecnologiche, quest’ultimo è in grado
di apportare all’impresa. Quando viene coinvolto nella creazione della Pavi
Pierluigi Scavini vanta già un decennio di esperienza sulle macchine ad iniezione,
pur non essendo ancora trentenne.
Il percorso professionale ed imprenditoriale di Scavini offre un’ennesima
testimonianza dell’interdipendenza fra tecnologia disponibile e scelte imprenditoriali
che caratterizza ed orienta lo sviluppo di un comparto industriale.
In tal senso, Scavini, ottenuto il diploma, nel 1960 inizia il proprio apprendistato
da progettista alla Ferrari da cui verso la metà del decennio esce per passare alle
dipendenze della Gusbi. Se può apparire forse inutile rilevare che presso le due
imprese vigevanesi ha la possibilità di acquisire e sviluppare le proprie competenze
sulle macchine ad iniezione per il sintetico, più interessante è rivelare come
la conoscenza “professionale” con Eugenio Pagani prenda avvio quando quest’ultimo
interagisce con la Gusbi per vagliare possibili linee di sviluppo delle
macchine ad iniezione. Dopo l’esperienza con la Pavi, Scavini avvia nella seconda
metà degli anni ’70 una nuova iniziativa con la Spm.
Ulteriori esempi della leadership tecnologica di Vigevano e, al contempo,
del carattere localizzato delle competenze poste alla base dell’impiego del Pu
sono offerte dalla nascita di diverse imprese nella Lomellina e, viceversa, dalle
scelte produttive delle imprese padovane e, nello specifico, dalla Lorenzin.
Con lo scopo di costruire impianti per il Pu, nasce nel 1972 la Niagara,
seguita nel 1974 dalla Sit (Società Industriale Tecnica) e ancora nel 1981 dalla
Bgm; tutte e tre le imprese hanno sede a Vigevano. Franco Losio, dopo aver
lavorato alla Ferrari ed alla Pavi, fonda la Niagara; alla Gusbi ha invece acquisito
le proprie competenze Roberto Moretti che con Ugo Bricchetti ed Egidio
Guaita fonda la Bgm col fine di realizzare inizialmente macchine statiche per
il Pu e successivamente le rotative per il Pu.
A Padova dove Ottogalli, Lorenzin e Union si sono focalizzate sul
Pvc, la scelta del Pu data la metà degli anni ’70. La Ottogalli dopo aver costruito
alcune macchine preferisce rinunciarvi per i problemi posti dalla trasformazione
del Pu. La Lorenzin si avvicina al Pu in modo progressivo percorrendo
la via degli accordi. Dapprima raggiunge un accordo con Niagara per distribuire
le macchine per il Pu di quest’ultima8, e nel 1977 presenta una rotativa
quale primo risultato di un altro accordo, questa volta con la Union che Lorenzo
Lorenzin definisce una “collaborazione principalmente tecnica con certi
aspetti commerciali”9. Nondimeno anche per quest’ultima l’esperienza nel
Pu si conclude rapidamente. Bisognerà attendere il 1987 e la nascita del Main
Group per avere anche nel padovano un’organizzazione capace di coprire
tutta la gamma delle macchine per il sintetico.

Gli anni ’80

A cinquant’anni dall’affermazione in Italia della produzione di scarpe in gomma,
la pur breve storia del comparto nazionale delle macchine per il sintetico
può già annoverare la nascita, lo sviluppo e, in alcuni casi, anche il declino sia
di progetti imprenditoriali sia di forme di organizzazione industriale.
Fra le esperienze che esauriscono il proprio ciclo di vita, il caso più
rilevante è quello della Antonio Ferrari. L’impresa di Vigevano che per prima
aveva avviato in Italia la produzione di macchine per le calzature, all’inizio
degli anni ’80 è costretta alla chiusura. Come per gran parte delle imprese che
scompaiono, anche nel caso dell’impresa di Vigevano la ragione ufficiale è
rappresentata da un dissesto finanziario. Una crisi di liquidità agli inizi degli
anni ‘80 induce l’impresa a dilazionare i versamenti dei contributi, il permanere
della crisi di liquidità porterà quindi all’amministrazione controllata e
successivamente al fallimento. Se questa può essere assunta a causa tecnica
della chiusura di una delle più importanti esperienze del comparto meccano
calzaturiero italiano, le ragioni industriali della sua fine possono essere
ricondotte alle valutazioni ed alle successive scelte del management. In tal
senso, la “scelta tecnologica” rende evidenti come tale strategia sia tutt’altro
che facilmente definibile e perseguibile in termini generici, al punto che tutti
gli aspetti ambigui o non chiaramente definiti possono tradursi in fonte di
svantaggi consistenti. In primo luogo, la scelta della tecnologia presuppone o
la possibilità di rendere l’innovazione “non riproducibile” o quella di operare
in contesti in cui l’obsolescenza tecnologica sia rilevante, tale cioè da indurre
le imprese che la adottano ad un continuo aggiornamento e, quindi, premiare
chi è in grado di innovare costantemente. In secondo luogo, la tecnologia è un
prodotto che, non diversamente dagli altri, richiede di essere proposto per
poter essere venduto. Inoltre, l’importanza del mezzo impiegato per proporre/
vendere la tecnologia risulta tanto maggiore quanto maggiore appaiono
essere i margini di riproducibilità della tecnologia.
Durante gli anni ’70, la disponibilità delle imprese calzaturiere ad accettare
anche lunghi periodi di attesa per le consegne indusse nel management
della Ferrari la convinzione che la tecnologia sviluppata potesse vendersi
da sola. Ciò equivalse da un lato alla scelta di incrementare la capacità
produttiva investendo in un nuovo e più grande stabilimento a Mortara e,
dall’altro lato, a sottostimare le capacità dei concorrenti, in particolare di quelli
italiani, ed a considerare la rete commerciale un inutile costo economico e,
in quanto tale, da smantellare. Negli anni ‘80, quando maggiore è il peso delle
scelte di espansione, terminano le code, ma cessano anche gli ordini.
Gli anni ’80 sono anche testimoni di iniziative che contribuiscono allo
sviluppo ed al consolidamento del comparto nazionale. A Vigevano nascono
nuove imprese, quale la Nuova Zarine che vede uno stampista estendere la
propria attività alla produzione della macchina.
Per quanto concerne Padova, diventata capitale internazionale delle
macchine per il sintetico, la Lorenzin, la Ottogalli e la Union si fondono nel
1987 in un unico gruppo. L’obiettivo è duplice: da un lato creare un’organizzazione
capace di offrire l’intera gamma delle macchine per il sintetico, dall’altro
lato recuperare margini di profittabilità attraverso la razionalizzazione
dell’attività produttiva. Quest’ultima scelta rappresenta il definitivo tramonto
anche nel comparto del sintetico dell’impresa integrata e l’affermazione
della specializzazione delle fasi all’interno del processo produttivo e della loro
esternalizzazione. Lorenzo Lorenzin riconosce a tal proposito che “[l]a meccanica
non ha più valore strategico, occupa una parte tanto marginale da poter essere
confinata all’esterno, affidata a terzisti. Il valore aggiunto è la tecnologia, è l’innovazione, è il processo. Il costruttore opera soprattutto nel campo dell’elettronica, dell’idraulica, della robotica. In particolare si studiano i materiali e non è raro trovare un
laboratorio chimico nel reparto ricerca e sviluppo dell’officina.”10 Il modello della
Union viene fatto proprio dal Main Group, che giunge a promuovere e sostenere
la creazione da parte di propri ex-dipendenti di officine specializzate
cedendo loro i propri macchinari.
Il Main Group si propone da subito come il leader degli anni a seguire.
La previsione, puntualmente verificata, non è però sufficiente ad integrare
personalità e filosofie imprenditoriali differenti, quali quelle mostrate dai vari
Ferniani, Ottogalli e Lorenzin. Nel volgere di pochissimi mesi, sia i fratelli
Ottogalli, sia Ferniani escono dalla Main Group e optano per nuove avventure
imprenditoriali autonome, pur continuando ad operare nella produzione
delle macchine per calzature in sintetico. La ricostituzione di una pluralità di
soggetti anche nell’area padovana non muterà comunque il trend di sviluppo
del comparto nazionale delle macchine per il plastico, che confermerà anche
negli ultimi decenni del secolo la sua leadership internazionale. Fra il 1981 ed il
1999 la produzione italiana passa da 89 a 230 miliardi di lire, mentre l’incidenza
delle esportazioni passa dal 71% al 83%.11

1 Salvatore Bianchi Martina, cit., p. 10.
2 Giovanni Baucia, “1935-1995. Alle origini dello stampaggio”, Materie Plastiche ed Elastomeri,
www.ovest.it/mpe/documenti/storia1.htm.
3 “Footwear and Rubber Industries di Bulawajo (Rhodesia)”, Eco, 2 dicembre 1957.
4 P.M.P., “Grandi progressi italiani nel campo della vulcanizzazione”, La calzatura italiana, a. II, n. 1, 1956.
5 Giovanni Baucia, cit.
6 A. Ferrari, cit., p. 12.
7 Piero Novelli, “Ferrari ha portato quel magico poliuretano a Fidel”, Eco, 28 settembre 1970.
8 “Le macchine Niagara in tutto il mondo”, Fotoshoe, a. II, n. 7, 1976.
9 “Il nuovo binomio Lorenzin-Union”, Fotoshoe, a. II, n. 10, 1976.
10 Odoacre Mercatanti “Un uomo di 60 anni che festeggia 70 anni di lavoro”, Il mondo, n. 1, marzo, 2000
11 Si vedano in Appendice A le Tabelle A.9 e A.10


CAPITOLO SETTIMO

DAL MARCHIO DI FABBRICA AL MADE IN ITALY

Ruolo e strumenti dell’associazionismo nel comparto meccano-calzaturiero

I capitoli precedenti hanno messo in luce come l’acquisita competitività delle
imprese meccano-calzaturiere italiane poggi sulla trasformazione dei saperi e
sul corrispondente processo di specializzazione. Il ricorso a nuove modalità
di organizzazione dell’attività del comparto ha alimentato le attese di crescita
delle imprese meccano-calzaturiere, le ha rese più autonome, maggiormente
identificabili dall’esterno e le ha proiettate sul mercato, ma parallelamente ha
indebolito le capacità di coordinamento della “mano visibile” del rivenditore.
Il ruolo di stimolo e governo di quest’ultimo, in altri termini di organizzatore
del mercato, viene progressivamente ridefinito dallo sviluppo degli spazi di
incontro fra domanda di macchine per calzature e loro offerta. Le manifestazioni
fieristiche e la loro proliferazione moltiplicano i momenti in cui
calzaturifici ed imprese meccano-calzaturiere possono incontrarsi e teoricamente
offrono vantaggi ad entrambe le parti, in ragione del contatto diretto
fra loro instaurato.
D’altro canto, il proliferare delle fiere mostra anche i limiti impliciti dell’assimilazione
fra mercato e cliente. Le fiere nascono laddove nascono i
calzaturifici e le imprese meccano-calzaturiere scoprono che essere presenti in
ogni fiera è condizione necessaria ma non sufficiente per acquisire un cliente,
inoltre il tentare di vendere è di per sé già sufficiente a generare costi. L’autonomia
acquisita con la specializzazione si traduce in un aumento dell’incertezza
sulle decisioni da prendere. Ogni impresa è chiamata a dover decidere se partecipare
a tutte le mostre o ad una parte di esse, se astenersi o parteciparvi in relazione
alla scelta delle altre imprese, ecc., deve bilanciare la certezza dei costi
organizzativi ed economici del partecipare con l’incertezza delle vendite, e la
sicura assenza di costi del non partecipare con il proprio eventuale mancato guadagno
e, in questo caso, col possibile guadagno di chi decide di partecipare.
Il passaggio dal “saper come fare” al “saper cosa fare” mostra ancora
una volta un effetto inatteso per lo sviluppo del tessuto delle imprese italiane
di macchine per calzature. Il passaggio dalla riproduzione alla produzione
porta l’impresa ad assumere un ruolo attivo ed a rendersi autonoma, e nel
caso della specializzazione tali effetti appaiono ancor più accentuati. Il
superamento della condizione di passività si traduce nell’emancipazione dalla
mano visibile del rivenditore, di chi cioè operava da tramite con il
calzaturificio. L’autonomia diviene a questo punto rapporto di mercato, relazione
diretta con il calzaturificio, e disvela le asimmetrie che maggiormente
influenzano e condizionano la negoziazione con il cliente. Inseguire il cliente,
per affermare l’autonomia, significa paradossalmente rendere manifesta la
propria debolezza, oltre che comprenderla, e scoprire che la dispersione di
energie e lo svantaggio del negoziare da tale posizione aumenta con la
frammentazione in più mercati.
Il bisogno di darsi regole e di definire norme all’interno delle quali
confrontarsi con clienti, ma anche con fornitori, manodopera, istituzioni di
vario ordine e livello, diviene vieppiù impellente con il crescere dell’autonomia
della singola impresa e rende espliciti difficoltà e limiti del suo agire individuale.
L’esigenza di un contenitore virtuale che armonizzi le iniziative delle
imprese meccano-calzaturiere finisce per spingere verso soluzioni associative.
L’associazione, nei termini in cui riesce a non essere espressione di singole
imprese, ma tramite per conseguire vantaggi condivisi, viene assunta a sorta
di “mano burocratica” che può prestarsi alla necessità di governare, od al tentativo
di disciplinare, le relazioni con le controparti economiche e sociali.
Nel capitolo della storia dell’industria delle macchine per calzature
scritto dalle imprese italiane, l’associazionismo riveste un ruolo di primo piano
non tanto per aver favorito l’affermazione di un nuovo modello industriale,
quanto per averne supportato il consolidamento. L’aver costruito norme
che potessero fungere da riferimento per l’attività individuale degli associati
e al contempo limitassero l’autolesionismo della ricerca degli eccessi della
competizione senza regole, è divenuto il veicolo per contenere dapprima le
spinte ad inseguire una frammentazione insostenibile del mercato e, successivamente,
per ridefinire gli spazi ed i tempi dell’incontro con la domanda.
Assomac, l’odierna associazione dei produttori italiani di macchine
per calzature, conceria e pelletteria, rappresenta il risultato del processo culturale che ha teso a governare tali iniziative “istituzionali” e, analogamente a
quanto avvenuto nella trasformazione dell’officina meccanica in impresa meccano-
calzaturiera, ha accompagnato le singole imprese italiane nella comprensione
dei vantaggi dell’agire coordinato, oltre che condiviso. La strada percorsa
dall’associazionismo nel settore è lunga, le sue prime manifestazioni possono
essere fatte risalire alle origini stesse del comparto nazionale, nondimeno
per rilevare il riscontro di una scelta consapevole e motivata occorre attendere
gli anni ’60 quando ha inizio il confronto fra le diverse anime del tessuto
industriale nazionale.
L’eterogeneità dei soggetti coinvolti rende complessa la definizione
di linee comuni. Solo nel 1982 il confronto fra le due organizzazioni che aggregavano
le imprese italiane trova una soluzione con la fusione di queste ultime
e la nascita di Assomac. Ciò che alla fine prevale è la consapevolezza che la
competitività internazionale della singola impresa molto può trarre dalla reputazione
del comparto nazionale che, a propria volta, molto deve alla capacità
di coordinare l’azione di un numero sempre più grande di associati.
Il dettaglio di tutto ciò costituisce il contenuto delle pagine che seguono.
Nello specifico vengono inizialmente ricordati i primi passi dell’associazionismo
fra le imprese meccano-calzaturiere negli anni che precedono la seconda guerra
mondiale. Quindi, si percorrono i tre decenni che seguono il dopoguerra, quando
emerge in forma più evidente il passaggio da imprese a tessuto di imprese,
nonché cresce la percezione che il successo del comparto nazionale risulti sempre
più interrelato con l’immagine di sé e quindi con l’esigenza di una riflessione
ampia sulle manifestazioni fieristiche quali momenti di interazione con
il mercato. E’ questa la fase in cui inizia a maturare la consapevolezza che i
vantaggi dell’impresa possano essere aumentati e che, comunque, dipendano
dalla complementarità delle iniziative individuali; che, in altri termini, i limiti
individuali possano essere tradotti in potenziali vantaggi attraverso lo sviluppo
di una propria associazione. Il riferimento alle fiere rimanda al contenuto
della sezione successiva che ripercorre la storia del Simac, cioè del Salone
Internazionale delle Macchine degli Accessori e della Conceria, e delle
manifestazioni che l’hanno preceduto. Le vicende richamate mostrano come
l’acquisizione e la gestione del Simac si svolga parallelamente ed accompagni
la maturazione della cultura associativa delle imprese meccano-calzaturiere
nazionali. Da ultimo, i fatti salienti della vita di Assomac conducono al quesito finale relativo alla capacità delle imprese italiane di aprire nuovi paragrafi
nel loro capitolo della storia dell’industria delle macchine per calzature.
L’associazionismo in attesa dell’identità associativa
Come tutte le organizzazioni volontaristiche un’associazione industriale nasce e
si sviluppa a partire dalla percezione di un’identità comune e condivisa da parte
delle imprese che ad essa daranno vita. Lo sviluppo di un mercato, e l’implicita
condivisione del prodotto che in esso si scambia, precede quindi generalmente
la nascita dell’eventuale associazione industriale. L’industria delle macchine per
calzature non fa eccezione e, nel tentativo di costruire una propria identità associativa,
le imprese del comparto nazionale aderiranno e si faranno promotrici
nel tempo di iniziative fra loro diverse e, talvolta, persino conflittuali.
L’associazionismo all’interno del comparto inizia ad essere oggetto di
discussione quale scelta consapevole e motivata negli anni ’50, sebbene sin dagli
albori nazionali esistano sia una rappresentanza istituzionale, che raggruppa l’insieme
delle industrie meccaniche, sia dei pionieri meccano-calzaturieri
dell’associazionismo.
L’associazione che raccoglie le prime adesioni delle imprese meccano-calzaturiere
è Anima, cioè l’Associazione Nazionale delle Industrie Meccaniche
e Affini. I pionieri del comparto sono rappresentati dalle 4 imprese che compaiono
nel primo annuario dell’Associazione, nel 1919, e dalle 8 che compongono la
sezione delle “Macchine ed apparecchi per calzaturifici, loro parti ed accessori”
in quello successivo del 1925 (Tabella 1). Per una maggiore consistenza del comparto
occorre attendere l’annuario del 1938, quando le imprese che aderiscono
ad Anima divengono 20.
La spinta all’associazionismo è però più apparente che reale e risente
fortemente delle leggi del 1934 sull’organizzazione corporativa dello Stato fascista
che obbliga le aziende ad aderire alle associazioni territoriali e settoriali. Nondimeno
l’elenco degli associati ad Anima si allunga significativamente e ad imprese
ormai affermate, quali la Antonio Ferrari e la Secondo Mona, si aggiungono
gran parte delle officine vigevanesi più antiche quali la Svim di Felice Minola,
la Fimac di Francesco Colli e la Bertolaja & Bariani. Inoltre, fra le aziende associate
ad Anima, compare la United Shoe Machinery Co d’Italia, in quanto
l’azienda americana dispone anche di un’officina di produzione a Milano e di



un deposito a Vigevano. Alla fine della seconda guerra mondiale Confindustria
opta per mantenere il doppio inquadramento e, quindi, per l’organizzazione
su base territoriale e settoriale, ma reintroduce la volontarietà dell’atto
associativo.
La volontarietà della scelta associativa ha sul tessuto di piccole e piccolissime
imprese del comparto nazionale effetti comprensibili. La spinta all’azione,
alla conquista di uno spazio individuale si sostituisce, almeno in parte,
alla scelta associativa. Sul versante territoriale ciò traspare in particolare dall’osservazione
del distretto vigevanese, ove la delegazione territoriale rappresentata
dall’Avi –Associazione Vigevanese Industriali– registra nell’immediato
dopoguerra la presenza di sole sei imprese, vale a dire Bertolaja, Besser,
Falan, Ferrari, Percivaldi e Simacc, nonostante l’area presenti la concentrazione
di imprese meccano-calzaturiere di gran lunga maggiore,.
Nel caso del raggruppamento su base industriale il ridimensionamento
dello spirito associativo appare forse ancor più manifesto. All’interno di Anima,
dove i produttori meccano-calzaturieri hanno nel frattempo dato vita al “Gruppo
Costruttori Macchine per la Lavorazione del Cuoio e delle Calzature”, le imprese
associate nel 1951 sono solo undici e la componente vigevanese è ancor più
circoscritta, pari a quattro unità.
Negli anni in cui il comparto meccano-calzaturiero nazionale si arricchisce
di sempre nuove iniziative imprenditoriali, la contrazione nel numero
delle imprese che aderiscono alle diverse istanze associative denuncia di fatto
l’assenza delle precondizioni su cui si basa la scelta stessa dell’associazionismo.
Il superamento della dimensione artigianale associato alla contestuale
proliferazione di nuovi soggetti imprenditoriali ha finito per rendere complessa
l’identificazione di interessi comuni e quindi la definizione ed adesione
ad istituzioni in grado di rappresentare e tutelare gli interessi di tutti.
Su ciò fa agio il concorrere di due fattori difficilmente quantificabili:
da un lato, la difficoltà di percepire la portata dell’agire collegiale in un momento
in cui l’iniziativa individuale sembra consentire qualsiasi traguardo
“raggiungibile”; dall’altro lato, il perdurare di asimmetrie informative sul funzionamento
dei mercati.
Il contenuto del verbale di una riunione del neonato “Gruppo
costruttori macchine per la lavorazione del cuoio e calzature” di Anima, che
relaziona quanto discusso durante un incontro con il Sottosegretario al Commercio Estero svoltosi alla fine del 1949, è per certi versi esemplare delle difficoltà
che incontra la costruzione dell’identità settoriale, ancor prima che di
quella associativa.1
Il verbale, oltre ai tradizionali riferimenti all’esigenza di provvedimenti
volti ad una “maggior difesa dell’industria” ed alla definizione di nuove
tariffe doganali, riporta i termini di una discussione che investe la possibilità
di sovrintendere al commercio con alcuni Paesi esteri. La rilevanza del
problema posto è immediatamente comprensibile quando si consideri che il
confronto investe la necessità di “dar luogo ad una selezione delle ditte che sono in
grado di esportare senza danneggiare il buon nome dell’industria italiana”. Le difese
delle imprese italiane sono assunte da Giuseppe Ferrari che, dopo aver reso
nota l’esistenza di un’indagine dell’Istituto Nazionale del Commercio Estero
“per l’accertamento delle ditte esportatrici che diano garanzia di qualità dei loro prodotti”,
sostiene la necessità di un intervento da parte di Anima e propone alcune
iniziative volte a coinvolgere i produttori italiani. Nello specifico, l’imprenditore
propone che “siano chiamati i principali fabbricanti vigevanesi ad una riunione
da tenersi a Vigevano presso la locale Associazione Industriale, con l’intervento
dell’Anima.” L’accordo sulla proposta di Ferrari comporta che venga rinviata
“ad altra riunione la discussione sull’ampliamento organizzativo del Gruppo e sulla
nomina delle cariche del Gruppo stesso.”
Il gap di influenza politica dell’Associazione è reso ancor più evidente
dall’ultimo punto riportato dal verbale che ne rileva i limiti laddove comunica
i risultati del tentativo di condizionare le importazioni delle macchine per
calzature provenienti dagli Stati Uniti nel quadro delle iniziative E.R.P. La
relazione del Gruppo delle imprese meccano-calzaturiere di Anima riporta
che, malgrado la vivissima opposizione dell’Associazione, il “Ministero ha deciso
delle concessioni nell’ambito dei suoi poteri discrezionali, pur limitando sensibilmente
il quantitativo delle macchine richieste.”
Per tutti gli anni ’50 e gran parte dei ’60 la cultura dell’associazionismo
fatica a diffondersi nel tessuto meccano-calzaturiero nazionale. Tale difficoltà
trova puntuale riscontro negli annuari di Anima di quel periodo. A dispetto
delle attese di rappresentatività che nei primi anni ’50 inducono la trasformazione
da “Gruppo” ad “Unione” dei costruttori di macchine per la lavorazione
del cuoio e calzature, gli iscritti nel 1951 e nel 1954 sono 12, nel 1957 sono 11
e nel 1963 l’elenco preparato in collaborazione con l’Ice registra solo sette imprese meccano-calzaturiere, di cui le vigevanesi rimaste sono la Falzone e la
Ferrari (si veda Tabella 1).
Nei quasi due decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale,
la dimensione distrettuale che caratterizza l’affermazione della produzione
italiana di macchine per calzature paga i suoi debiti nei confronti di una tradizione
industriale ancora nella sua fase di sviluppo. Paradossalmente la dimensione
distrettuale sembra ostacolare lo sviluppo di uno spirito associativo a favore di
soluzioni più pragmatiche, che teoricamente dovrebbero migliorare le performance
delle imprese meccano-calzaturiere nel breve periodo. In questa fase prendono
avvio alcune iniziative cooperative che possono essere collocate a metà
strada fra l’associazione industriale e l’attività imprenditoriale del rivenditore.
Esemplare di quest’ultimo aspetto è la nascita negli anni ‘50 della Orvi –Officine
Riunite Vigevanesi– che, voluta da un gruppo di imprenditori guidati da Terenzio
Bianchi, si propone di sostenere la commercializzazione e la distribuzione delle
macchine da essi prodotte.
Con finalità simili, anche se con una maggiore attenzione agli aspetti
promozionali, si forma negli anni ’60 il nucleo originario dell’Unione
Costruttori Italiani Macchine ed Accessori per Calzaturifici –Ucimac–, che oltre
ad alcune imprese storiche come la Fimac o la Biffignandi, raccoglie principalmente
imprese nate nel secondo dopoguerra, quali la Omav, la Molina e
Bianchi o la Colli F.G.B. L’attenzione alla promozione si traduce di fatto nel
riconoscimento del ruolo competitivo dell’informazione e quindi nell’esigenza
di dotarsi di uno strumento capace di veicolare le informazioni sulle macchine
per calzature prodotte. In termini attivi tutto ciò si concretizza nel pubblicizzare
e promuovere la produzione degli associati; esemplari di tale orientamento
sono le modalità di partecipazione della Fimac Export alla prima
edizione della Fenac di Novo Amburgo. L’impresa partecipa a titolo individuale
alla mostra brasiliana, ma espone all’interno del proprio stand anche
l’insegna di Ucimac. Sul versante delle attività passive, Ucimac si dota di una
sede ove un’impiegata, oltre alle normali incombenze amministrative, ha il
compito primario di evadere le richieste di informazioni provenienti dai
paesi esteri.
L’obiettivo di perseguire vantaggi a breve, quali quelli derivanti dalla
riduzione dei costi organizzativi di negoziazione e di accesso al mercato, trova
il plauso di un numero crescente di imprese meccano-calzaturiere. L’esperienza di Ucimac ottiene così la sua consacrazione il 9 febbraio del 1968 con la
formale costituzione del Consorzio omonimo. L’Unione Costruttori Italiani
Macchine ed Accessori per Calzaturifici2 , alla cui presidenza viene chiamato
Alberto Bocca, raccoglie ben 86 officine meccaniche costruttrici di macchine
ed accessori per calzaturifici che danno impiego a 1.337 dipendenti. Le modalità
attraverso cui il Consorzio sostiene l’attività degli associati viene ribadito
e si incentra sul promuovere la “partecipazione collettiva a Mostre, Fiere, Esposizioni
sia in Italia che all’estero.” Uno delle prime iniziative del consorzio Ucimac
è la partecipazione alla IMS di Pirmasens, ove con il contributo dell’Ice viene
allestito uno stand di 500 metri quadrati in rappresentanza di circa novanta
imprese del comparto meccano-calzaturiero italiano.
L’azione di Ucimac, che per molti aspetti ricalca l’operato di un’associazione
industriale, ha il pregio di stimolare una nuova riflessione
sull’associazionismo e, in particolare, sul ruolo da attribuire sia all’Avi sia all’Anima.
La componente confindustriale, forte anche della presidenza dell’Avi
ricoperta da Giuseppe Ferrari dal 1961 al 1969, rilancia l’impegno nella
costruzione di una rappresentanza istituzionale che, in virtù del proprio inquadramento
nell’organizzazione nazionale degli industriali, possa farsi portavoce
delle istanze indotte dalle nuove realtà del settore.
Per l’Unione Costruttori Macchine per la lavorazione del Cuoio e delle
Calzature (in seguito Unione) lo stimolo fornito dalla presenza e dall’operato
di Ucimac si traduce in un nuovo attivismo che, almeno nella sua fase iniziale,
va a tutto vantaggio dell’intero tessuto meccano-calzaturiero nazionale,
nei termini in cui riesce a stimolare ed a promuovere interventi a sostegno
della sua crescita internazionale. La prima conferma della maturazione della
dimensione associativa è offerta dalla crescita stessa della delegazione industriale
in Anima che a partire dalla fine degli anni ’60 si amplia rapidamente; la
sola componente vigevanese giunge a comprendere oltre 30 imprese3 .
Dopo un’assenza che datava al 1950, l’”Industria Meccanica”, la rivista
che funge da organo ufficiale di Anima, nel 1971 torna a fornire informazioni
sull’attività dell’Unione. La comunicazione, oltre che per la significativa
interruzione di un silenzio ventennale, assume un rilievo particolare anche
per i contenuti. Tramite essa Anima rende nota l’accettazione della domanda
del consorzio Ucimac di entrare a far parte dell’Unione. In deroga allo statuto
di Anima, il consorzio viene accettato all’interno dell’Unione, ma assimilato
ad una singola impresa e, conseguentemente, con la facoltà di esprimere un
solo voto.
Nella rubrica “vita dell’associazione” tornano a comparire informazioni
sull’attività dell’Unione. Così sempre nel 1971 viene data notizia del dibattito
acceso all’interno dell’Unione sui problemi incontrati dalle imprese italiane nell’attività
di esportazione e delle iniziative volte a identificare i mercati di maggior
interesse, nonché, ad essa collegata, della nomina di Francesco Boffino a far
parte della Commissione Anima per lo sviluppo delle esportazioni. Nello stesso
anno la rivista informa sull’accordo raggiunto fra Avi ed Anima che definisce i
termini per lo svolgimento di una fiera specializzata di settore durante la primavera
del 1972. L’accordo prevede inoltre “la separazione dell’esposizione del settore
macchine ed accessori per calzaturifici e concerie dal Micam”.4
La dialettica fra cooperazione e competizione che caratterizza il rapporto
fra Ucimac e Unione traspare anche dalle note pubblicate da Industria Meccanica
durante tutti gli anni ’70. Nel 1972 la rivista comunica che l’Unione ha definito
i “dettagli della partecipazione collettiva delle aziende aderenti alla edizione 1973
della mostra IMS di Pirmasens”. Inoltre, come testimonianza del tentativo di definire
una politica espositiva per il comparto, la nota informa che “l’Unione deciderà,
a breve scadenza, la fissazione di un calendario di manifestazioni al fine di limitare la
partecipazione delle aziende a quelle fiere ed esposizioni di effettivo interesse del settore”.5
Con il 1973 giunge a compimento un’altra fase della maturazione dello
spirito associativo avviatasi negli anni ‘60. Giuseppe Ferrari dopo 22 anni di
Presidenza dell’Unione passa le consegne ad Antonio Capuano. I cambiamenti
non investono solo la figura del Presidente, ma si estendono a tutta la struttura
direttiva ad indicare l’avvento di una nuova generazione di imprenditori ed a
confermare la progressiva affermazione di una cultura industriale più conscia
delle interdipendenze del tessuto socio-economico. A supportare la Presidenza
di Capuano vengono eletti vicepresidenti Foresto Mostardini, dell’omonima
impresa meccano-conciaria di Empoli, e Alessandro Zorzolo, della vigevanese
Comelz, nonché in qualità di consiglieri: Renzo Gaia della Atom, Luigi Legnazzi
della Ellegi, Osvaldo Brustia della B.L. e Luigi Legnaro della Cerim.6
Mentre Ucimac abbandona Anima e, optando per una diversa
legittimazione istituzionale, aderisce all’Associazione delle Piccole e Medie
Imprese (Api), l’Unione continua a perseguire la leadership del comparto italiano.
Con tale obiettivo nel 1978 l’Unione, pur continuando a far parte di
Anima, si trasforma in Associazione dei costruttori italiani di macchine per
calzature e cuoio –Assomacc–. Alessandro Zorzolo, divenuto presidente dell’Unione
nel 1976 7 , coglie l’occasione del Simac per presentare una monografia
sulle macchine per calzature e per il cuoio realizzata da Assomacc, e ribadire
che l’associazione, cui aderiscono 41 imprese, si pone l’obiettivo di costituire
un’autentica guida per le 200 aziende del comparto.8
Stante le aspirazioni dei due raggruppamenti ad assumere la leadership
del comparto meccano-calzaturiero nazionale, Assomacc e Ucimac finiscono
inevitabilmente per misurarsi con la capacità di supportare l’attività delle singole
imprese. Fra gli aspetti che possono influenzare le performance dell’impresa
un ruolo particolare è attribuito agli strumenti che favoriscono lo sviluppo
delle conoscenze relative ai mercati ed al loro funzionamento. Da un
lato, la capacità di accedere a finanziamenti per svolgere studi di mercato,
partecipare a mostre internazionali o, ancora, promuovere missioni esplorative
al fine di comprendere le potenzialità di nuove aree, e dall’altro, la possibilità
di governare le scadenze fieristiche più importanti, divengono il terreno
su cui si sviluppa il confronto fra le due soluzioni associative. Con il crescere
della competizione fra le iniziative di Assomacc ed Ucimac si sviluppa parallelamente,
ed in forma ancor più consistente, anche la cultura dell’associazionismo,
la cui maturazione ultima porterà alla fusione delle due associazioni nel 1983.
E’ necessario rilevare come nel frattempo la componente delle imprese meccano-
conciarie si sia distaccata da Assomacc per dar vita all’Unione costruttori
di macchine per concerie, Cimaco, che si configura come uno dei gruppi di
specialità della meccanica inquadrati in Anima.9
Prima di rappresentare l’ultima fase del percorso che ha portato il
comparto ad identificarsi in un’unica associazione, l’Associazione Nazionale
dei Costruttori Italiani di Macchine ed Accessori per Calzature e Pelletteria, è
utile richiamare, seppur brevemente, l’evoluzione di uno “strumento” che ha
accompagnato e, per certi versi, sostenuto l’affermazione del tessuto meccano-
calzaturiero italiano: le fiere di settore, di cui il Simac costituisce l’espressione
più significativa.

Dalla Settimana Vigevanese al Simac. Una storia parallela

Anche a causa delle vicissitudini del mercato statunitense, gli anni ’50 e, soprattutto,
quelli ’60 registrano, il progressivo spostamento dell’epicentro dell’industria
meccano-calzaturiera dal nord-America all’Europa. In Germania
la Internationale Messe für Shuhfabrikation (Ims) di Pirmasens, sorta nel 1950
come mostra dell’industria calzaturiera, nel 1967 alla sua ottava edizione viene
celebrata come “la fiera” delle macchine per calzature “perché in effetti in
essa dominano le macchine, poi vi è una buona rappresentanza di case di pellami ed
accessori ed infine assai modesta è la presenza di rappresentanti di calzature”.
L’XI edizione dell’Ims, nel 1976, ospita 460 espositori, di questi 142
sono italiani. Negli anni ‘80 la quota di mercato detenuta dal comparto tedesco
risulta già inferiore a quella del comparto italiano, nondimeno l’industria
tedesca continua a godere di un prestigio tecnologico ancora superiore a quello
nazionale. Per certi versi ciò appare paradossale se si considera che non
infrequentemente per talune macchine le imprese tedesche si limitano ad apporre
il proprio marchio a macchine costruite in Italia da imprese italiane.
Uno dei fattori che contribuiscono a perpetrare la reputazione tecnologica
dell’industria tedesca è probabilmente individuabile nell’Ims di Pirmasens e
nel suo essere identificata con la vetrina internazionale dell’innovazione per
l’industria meccano-calzaturiera. La capacità di eleggere una fiera italiana,
cioè il Salone Internazionale delle Macchine degli Accessori e della Conceria –
Simac–, a nuova vetrina internazionale della tecnologia meccano-calzaturiera
rappresenta quindi per il comparto nazionale l’ultimo passo verso la definitiva
investitura a leader mondiale di nome, oltre che di fatto. Con la fine degli
anni ’80 il Simac diviene il luogo a cui l’intera industria calzaturiera mondiale
guarda per rilevare l’evoluzione tecnologica dell’industria delle macchine per
calzature; la sfida vittoriosa portata all’Ism rappresenta anche l’ultimo di una
serie di eventi fieristici ed espostivi che hanno accompagnato il comparto quasi
sin dalle sue origini.
Anche volendo escludere le partecipazioni delle imprese meccanocalzaturiere
alla Fiera Campionaria di Milano, che datano al 1907 per le imprese
statunitensi e tedesche, ed al 1920 per quelle italiane, il primo tentativo
nazionale di organizzare una mostra rivolta al mondo della calzatura può
essere datato al 1928, quando viene annunciato lo svolgimento della “Settimana Vigevanese” che, nello spazio del mercato coperto, avrebbe ospitato
522 espositori di cui 214 calzaturifici.

Se il 1928 è l’anno del progetto rimasto sulla carta, il 1931 registra la
prima edizione della Settimana Vigevanese, che viene ospitata nella scuola
Regina Margherita e si configura come un’esposizione “universale” in cui
predominano le calzature. A partire dall’anno successivo la fiera viene trasferita
nella nuova sede del Palazzo delle Esposizioni di Vigevano ed assume la
denominazione di “Mostra Mercato Nazionale”. La nuova dizione viene mantenuta
sino al 1939 e ripresa negli anni 1948 e 1949, dopo la pausa bellica.
Successivamente, in assonanza con il crescente sviluppo dell’industria
calzaturiera italiana, si trasforma nel 1950 in Mostra Mercato Internazionale
delle Calzature e quindi nel 1957, a sottolineare le dimensioni assunte, in Salone
Internazionale delle Calzature.
Nel frattempo, a conferma della vitalità del tessuto calzaturiero nazionale,
nel 1948 viene organizzata a Bologna la prima edizione della “Presentazione
Nazionale della Moda della Calzatura”, cui aderiscono 50 espositori
La sede della Settimana Vigevanese e che costituisce il nucleo originario della futura Modacalzature. Nel 1950 viene inaugurata la Mostra della Calzatura di Civitanova Marche, ove sino al 1976 con cadenza annuale verranno esposte sia la produzione calzaturiera sia quella della componentistica e della tecnologia.
Nel 1961, infine, esordisce a Firenze la Campionaria Internazionale di
Calzature, Pelletterie e Cuoio a cui nel volgere di alcuni anni si affiancano le
“Preselezioni italiane della moda”, riservate ai produttori a monte dei
calzaturifici da svolgersi due volte all’anno per la presentazione della produzione
conciaria, di accessori e componentistica e, soprattutto, del frutto dell’attività
degli stilisti.
L’articolazione delle iniziative in essere all’inizio degli anni ’60 testimonia
la rilevanza delle trasformazioni che investono il tessuto industriale che
ruota intorno al cuoio, alla pelle ed ai suoi manufatti. In particolare, i cambiamenti
nell’organizzazione delle relazioni che governano quest’ultimo
evidenziano un’evoluzione orientata alla costruzione di momenti di mercato,
ove le peculiarità della produzione distrettuale possano coniugarsi con soluzioni
espositive più mirate ed efficienti, oltre che più ricche. Alla tendenza a proporre
esposizioni universali, ove veniva premiata la capacità di raccogliere un’offerta
esaustiva, inizia a contrapporsi un modello di manifestazione maggiormente
orientato alla definizione e soddisfazione dei singoli settori industriali.
L’obiettivo è quello di focalizzare maggiormente l’incontro fra domanda ed offerta,
operando sul rispetto della sequenza che caratterizza il ciclo di vita del
prodotto, dalla lavorazione della pelle alla fabbricazione della calzatura, e sulla
conseguente netta separazione del ruolo dell’espositore da quello del visitatore/
acquirente.
In attesa di portare la sfida alle maggiori fiere internazionali, il confronto
fra le manifestazioni italiane si traduce nella progressiva razionalizzazione
dei momenti fieristici. Il processo si sviluppa lungo l’arco di due decenni ed il
suo risultato è l’affermazione delle mostre che meglio rispecchiano l’evoluzione
del sistema pelle. Fra i vari momenti che segnano tale evoluzione quello
probabilmente più significativo è rappresentato dall’ultima trasformazione della
Settimana Vigevanese. In ragione di varie cause, non ultima la competizione
portata dalla Campionaria di Firenze, nel 1969 la Settimana viene praticamente
rifondata, nei termini in cui viene trasferita a Milano, nei padiglioni della Fiera,
e assume la nuova denominazione di Micam-Salone Internazionale di Vigevano.
Dietro la nascita del Micam, oltre all’evoluzione del quadro
competitivo nazionale ed internazionale, vi è l’attivismo di alcuni imprenditori
calzaturieri, capeggiati dal vigevanese Ottorino Bossi. Quest’ultimo, su
mandato di un gruppo di industriali calzaturieri italiani e della Pro-loco di
Vigevano, organizza il trasferimento da Vigevano a Milano dell’esposizione e
ne assume la presidenza. La specificità del Micam è già evidente nella composizione
dei suoi organismi direttivi. Ottorino Bossi è supportato da due Vice-
Presidenti, Giuliano Saibene, imprenditore calzaturiero, e Cesare Bertolaja,
produttore di forme, e da quattro consiglieri che completano la rappresentanza
delle diverse anime del Micam. In particolare: Arturo Ballini è direttore di
una conceria, Isaia Galli è un imprenditore calzaturiero, Pietro Torielli Jr. è
l’imprenditore meccano-calzaturiero e, infine, Giampiero Muggiani è il titolare
di riviste specializzate del settore.
Il riscontro della correttezza della scelta di Milano è offerta ai numeri:
fra il 1969 ed il 1972 il numero degli espositori passa da 538 a 1.354, e la superficie
da quasi 15mila metri quadrati sale ad oltre 30mila. La crescita del Micam,
oltre al suo successo, ripropone con maggior urgenza l’esigenza di superare i
limiti delle fiere universali al fine di meglio rispondere alla tempistica imposta
dal ciclo del prodotto. I risultati del sondaggio condotto fra 600 espositori
del Micam del 1971 non lasciano molti dubbi. Invitati ad indicare la preferenza
fra mantenere i diversi comparti settoriali all’interno di un’unica mostra o,
viceversa, dividere il Micam in due manifestazioni separate rivolte all’industria
calzaturiera l’una, ed alle industrie a monte l’altra, ben 400 espositori si
dicono favorevoli alla soluzione che prevede mostre separate10 .
Per l’industria meccano-calzaturiera il rilievo che la “coabitazione con
il prodotto finito non funzioni più” 11 rappresenta il naturale portato della crescita
del comparto industriale e del contestuale sviluppo dello spirito associativo
sopra richiamato.
Nel 1972 il dibattito sull’assetto fieristico per le industrie della filiera
calzaturiera raggiunge uno dei suoi punti più alti. Il tentativo di razionalizzare
il quadro delle esposizioni deve infatti armonizzare interessi diversi e, per
certi versi, antitetici. Da un lato, fra le imprese dei settori industriali più consolidati
cresce la spinta a favore di manifestazioni mirate e la contestuale
opposizione alle fiere generaliste che comportano la dispersione delle risorse.
Dall’altro lato le organizzazioni fieristiche temono che la ridistribuzione 
delle manifestazioni possa danneggiare l’attrattività e quindi la competitività
della singola esibizione.
La soluzione ai vincoli imposti dalla coabitazione nel caso delle macchine
per calzature coinvolge un numero consistente di operatori. Come la
ricostruzione del mondo fieristico ha evidenziato, tutte le fiere di maggior
rilievo, il Micam, la Moda della Calzatura di Bologna e la Campionaria di
Firenze, ospitano i settori a monte della calzatura, e qualsiasi iniziativa volta a
concentrare l’offerta espositiva può avere ripercussioni negative per le altre
manifestazioni. E’ in questo quadro che, almeno inizialmente, le Associazioni
industriali possono svolgere un ruolo di governo nell’organizzare l’accesso ai
mercati rappresentati dalle fiere. La condizione necessaria è che le Associazioni
rappresentino realmente un settore industriale, in altri termini che siano il
portato dello sviluppo di uno spirito associativo cosciente e condiviso. L’esempio
di Anci in questa fase è emblematico. In attesa che il Micam passi sotto il
proprio controllo, l’Associazione industriale dei calzaturieri si adopera per
conciliare gli interessi della manifestazione con quelli della Campionaria di
Firenze ed ottiene che si tengano due sole edizioni della Preselezione italiana
della moda: una a Milano, quella primaverile, ed una a Montecatini, quella
autunnale.12
La nascita del Salone Internazionale delle Macchine degli Accessori e
della Conceria –Simac–mostra un iter analogo. In questo caso le attese da coniugare
sono quelle delle imprese meccano-calzaturiere, che scontano le dimensioni
del proprio comparto e forse la presenza di associazioni di natura
diversa, quelle delle fiere e, ovviamente, quelle degli altri settori. Le riunioni
tenute dai soli produttori di macchine si esprimono per una mostra dedicata
alle macchine e forniscono un’indicazione forte per il confronto con i vari Enti
e le diverse rappresentanze.13 Agli incontri, tenuti nell’estate del 1972, partecipano
in rappresentanza delle organizzazioni fieristiche Bossi e Liguori per il
Micam, Volpini e Giannozzi per la Campionaria di Firenze e Alberghini e Cesari
per la Fiera di Bologna, mentre le associazioni industriali sono rappresentate
da Camagna per l’Anci, da Bellini per quella degli stilisti, da Pedretti per la
componente meccanica inquadrata nell’Avi e da Bocca per l’Ucimac.14
Il nuovo equilibrio raggiunto fra Enti ed Associazioni si concretizza
nella nascita di Simac, destinata ad accogliere la produzione dei settori riguardanti
le Macchine per Calzaturifici e Concerie, per prodotti sintetici e per
la fabbricazione di accessori. La mostra realizzata in stretta comunione dal
Micam e dall’Ente Autonomo Fiere di Bologna apre i suoi battenti a Milano
nel giugno del 1973 e, nell’ipotesi originaria, deve essere tenuta ad anni alterni
a Bologna e nello stesso capoluogo lombardo. A sancire la cooperazione
operativa fra Micam e Fiera di Bologna, il Comitato Organizzatore è composto
da un egual numero di membri rappresentanti dei due Enti ed i Procuratori
Generali sono Giulio Cesare Alberghini per la Fiera di Bologna e Toni Liguori
per il Micam. La legittimazione settoriale della manifestazione è garantita dalla
reputazione del Presidente Antonio Capuano e da quella del Comitato Tecnico
Consultivo che, oltre allo stesso Capuano, comprende Alberto Bocca della
Sagitta, Mario Bruggi della Bruggi, Antonio Capuano della Sigma, Lorenzo
Lorenzin della Lorenzin, Gaetano Pedretti della Cerim ed Alessandro Malverdi.
Il ruolo delle associazioni industriali nel razionalizzare e rendere più
efficienti le fiere quali luoghi per facilitare l’incontro fra domanda ed offerta
acquista in questi anni un rilievo sempre maggiore. Aggiornata rispetto al
passato, l’idea di offrire all’imprenditore calzaturiero uno spazio in cui poter
trovare tutti gli input necessari al funzionamento della azienda, si concretizza
nel 1977 quando il Simac e la Campionaria di Firenze raggiungono un accordo
per dar vita al Simac-Preselezione Moda Italiana, cioè un’esposizione in
cui convergono tutti i settori a monte del prodotto finito, dalle macchine alle
pelli conciate ai componenti ed agli accessori per calzature.
Negli anni ’70, forte della propria storia e, per certi versi, dei ritardi nello
sviluppo delle rispettive associazioni da parte degli altri comparti, l’Anci tende
ad egemonizzare l’organizzazione dei momenti espositivi. Con gli anni ’80 la
maturazione ed il consolidamento anche delle realtà associative degli altri
comparti settoriali porta questi ultimi a rivendicare la gestione e quindi il governo
delle rispettive manifestazioni fieristiche. Il primo strappo è quello voluto
dall’Unic, l’Associazione delle imprese conciarie, che porta all’emancipazione
dall’influenza del Micam attraverso la separazione dal Simac-Preselezione Moda.
Nel 1981 le imprese conciarie e quelle di accessori danno vita ad una nuova
mostra, “Lineapelle”, mentre il Simac riprende la sua denominazione e funzione
originaria di manifestazione dedicata alle macchine per calzature, pelletteria e
conceria. A propria volta, nell’ottobre 1982, anche il Simac modifica la propria
natura e diviene ufficialmente un Ente Fieristico e nel 1983 l’Anci e l’Ente Autonomo
Fiere di Bologna cedono il suo controllo alla neonata Assomac.

A partire da quell’anno inizia la rincorsa al primato nella competizione
fra le manifestazioni del settore. Fra la seconda metà degli anni ’80 e l’inizio
dei ’90 il Simac soppianta per numero di espositori e visitatori sia la Semain
de Cuir di Parigi sia la Ims di Pirmasens, che da alcuni decenni rappresentava
la vetrina della tecnologia tedesca e di quella internazionale. Il Simac, che nel
frattempo si è trasferito a Bologna, diviene in tal modo il nuovo riferimento
dell’evoluzione tecnologica nell’industria-calzaturiera, nonché dei calzaturifici
di tutto il mondo.

L’associazione quale riferimento e strumento di politica industriale

Nel 1983 nasce Assomac, l’Associazione che riunisce le imprese meccanocalzaturiere
italiane e, in particolare, quelle che aderivano ad Assomacc15 e
quelle consorziate in Ucimac. Ad Alessandro Zorzolo ed a Mario Bruggi, quali
Presidenti dei due raggruppamenti, va ascritto il merito di aver guidato
l’integrazione di questi ultimi in una nuova associazione, nonché di avere
delineato i passi che le avrebbero consentito di rafforzare la propria autono-
Il Simac nel 1989
mia e, conseguentemente, il proprio ruolo politico-industriale.
La prima assemblea generale di Assomac viene tenuta il 25 novembre
del 1983. Nel suo intervento, Mario Bruggi, primo Presidente dell’Associazione,
ricorda lo spirito che ha reso possibile la costituzione di Assomac e ribadisce
come l’associazione derivi la sua utilità per la singola impresa proprio
dalla capacità di rappresentare realmente un intero settore e non gli interessi
di singole parti, per importanti che possano essere.
L’Associazione, la cui direzione viene affidata ad Amilcare Baccini,
registra sin dall’inizio l’adesione di 111 imprese. Gli eventi che caratterizzano
i primissimi anni rappresentano altrettante evidenze della maturità raggiunta
dallo spirito associativo fra le imprese meccano-calzaturiere. Dapprima
Assomac si emancipa da Anima e, successivamente, entra a far parte come
socio di diritto di Confindustria (1986), nel frattempo acquisisce il controllo
del Simac (1984) ed entra a far parte del Comitato Fiere e Industria.
Se tutto ciò legittima la nuova Associazione rispetto al tessuto economico-
industriale, ben più rilevante è la legittimazione che le viene dall’adesione
dei suoi associati. La cultura associativa fra i produttori di macchine per calzature
raggiunge in questi anni la maturazione definitiva. Assomac diviene il
luogo del dibattito e, conseguentemente, lo strumento per intraprendere iniziative
politiche a vantaggio dell’intero comparto. Le relazioni annuali dei Presidenti
che si succedono alla guida dell’Associazione appaiono importanti forse
più per il dibattito interno che rivelano che per le iniziative di politica industriale,
pur rilevanti, che propongono. La mutata consapevolezza con cui gli imprenditori
meccano-calzaturieri italiani fronteggiano i cambiamenti del contesto
competitivo traspare così negli orientamenti strategici di cui, nel tempo, si
fanno portavoce i vari Presidenti. Da Mario Bruggi a Giuseppe Barrera le scelte
strategiche fatte mostrano di rispecchiare sia le contingenze del periodo sia
l’obiettivo di consolidare quanto sino allora costruito.
Scorrendo rapidamente gli anni intercorsi dal 1983 è possibile
evidenziare come durante il mandato di Mario Bruggi (1984 -1987) l’Associazione
abbia acquisito il controllo di Simac e l’abbia trasformata in uno dei
principali strumenti di promozione della produzione nazionale contribuendo
a legittimare in modo definitivo l’Italia quale leader nella produzione di macchine
per calzature. Conscio dell’importanza strategica che la gestione autonoma
di una Fiera industriale può assumere, Mario Bruggi nella sua relazione
all’assemblea generale del 1984 esplicita il riconoscimento dell’Associazione
ad Anci, Ente Autonomo Fiera di Bologna e Cimaco per l’”interpretazione
illuminata” offerta nel trasferire ad Assomac la gestione del Simac. Oltre al
già ricordato ingresso ufficiale in Confindustria e, quindi, in Intermeccanica,
durante la presidenza di Mario Bruggi vengono avviati i colloqui in ambito
europeo per costruire un’associazione continentale dei produttori di macchine
per calzature; sul versante commerciale vengono stipulati accordi con l’Ice
per lo sviluppo di iniziative di promozione internazionale, e su quello
intersettoriale con Anci per la creazione di Citec, un centro congiunto dedicato
alla ricerca tecnologica.
Il mandato attribuito a Lorenzo Lorenzin cade fra il 1988 ed il 1991,
anni in cui la sfida tecnologica appare sempre più pressante. L’imperativo per il
comparto meccano-calzaturiero nazionale è rappresentato dal consolidamento
della propria reputazione tecnologica quale presupposto per ambire a divenire
la controparte tecnica per l’istituzione europea. L’evoluzione tecnologica viene
posta al centro del dibattito interno. Al fine di stimolare iniziative tecnologiche,
oltre che il dibattito, nel 1988 Assomac organizza un convegno su la “Tecnologia
degli anni '90” e, successivamente, organizza momenti di confronto
fra i tecnici dei propri associati. In ambito europeo, l’Italia ottiene nel 1989 la
Segreteria del Comitato Tecnico 201, costituito per formulare le norme europee
di sicurezza per le macchine del comparto meccano-calzaturiero, la cui
Presidenza viene affidata a Pietro Torielli. L’impegno tecnologico non distrae
comunque Assomac dall’obiettivo di consolidare il sistema della pelle nazionale
come testimonia il suo ingresso in Federpelle, la federazione italiana che
raggruppa le associazioni del settore pelle-cuoio e calzatura. Nel 1991 all’associazione
italiana viene attribuita la Presidenza della neonata Federazione
Europea del settore macchine per calzatura, pelletteria e conceria Cemcc che
raccoglie oltre ad Assomac, Ameca, Cimaco, Umctm, Vdma. In qualità di presidente
viene nominato Lorenzo Lorenzin e la segreteria viene affidata al direttore
di Assomac, Amilcare Baccini.
Nel 1992 Riccardo Besser succede a Lorenzo Lorenzin in un periodo
di crisi internazionale che vede il crollo delle industrie calzaturiere di Taiwan
e della Corea del Sud e la messa in discussione dei modelli produttivi da questi
seguiti. Il costo dei fattori produttivi, primo fra tutti quello del lavoro, arma
competitiva di Taiwan e Corea del Sud si trasforma nella principale causa
Un momento della vita associativa di Assomac

della loro perdita di competitività quando sullo scenario internazionale compaiono
paesi più competitivi. Emblematico è il caso di Taiwan dove, con l’apertura
della Cina Popolare, nel volgere di pochi mesi vengono fermate e smontate
diverse centinaia di linee di produzione per essere riallestite in territorio
cinese. Analoghe operazioni avvengono in Corea, ove ciò che cambia è talvolta
la destinazione: le Filippine o l’Indonesia. Le contingenze di quel periodo
guidano la riflessione sui cambiamenti che investono l’industria calzaturiera
e sulla riscoperta del rilievo che le interazioni a livello della filiera hanno per
la stessa evoluzione delle tecnologie. La stessa formazione dei tecnici
calzaturieri viene colta come uno strumento versatile utile sia a veicolare i
prodotti italiani sia a rappresentare un sistema di imprese capace di offrire
macchine, ma anche tutte le competenze che un’impresa calzaturiera richiede.
In tale ottica Assomac acquisisce nel 1995 il controllo totale del Pisie, un
istituto che dall’inizio degli anni ‘70 si occupa della formazione professionale
di tecnici calzaturieri e pellettieri.
Il primo comitato direttivo della Federazione Europea delle macchine per calzature -
 Lorenzo Lorenzin ne è il Presidente e Amilcare Baccini il Segretario Generale


La presidenza di Pietro Torielli inizia con il 1996. Durante il suo mandato presidenziale si ricompone la frattura che aveva separato alla fine degli
anni ’70 i produttori di macchine per calzature da quelle destinate alla lavorazione
della pelle e del cuoio. Ad Assomac aderiscono anche i produttori di
macchine per la concia e l’Associazione, che acquisisce anche il controllo e la
gestione di Tanning Tech cioè la mostra del comparto delle macchine per
conceria originariamente creata da Cimaco, può a questo punto presentarsi
come l’interlocutore unico per le tecnologie meccaniche impiegate nella filiera
della pelle e del cuoio. Grazie a quest’ultimo passo, i diversi organismi dell’Associazione
sono in grado di proporsi come main contractor per qualsiasi
progetto abbia come oggetto la creazione o lo sviluppo di aree sistema per la
calzatura e la pelletteria, come quelle avviate in Egitto ed in Marocco.
Il mandato a Giuseppe Barrera inizia con il 2000. Il paragrafo che l’Associazione
si appresta a scrivere è del tutto nuovo, lo scenario competitivo
internazionale che si prospetta all’industria meccano calzaturiera italiana appare
radicalmente mutato. L’inizio del secolo da un lato vede ridursi in termini
assoluti la produzione di calzature nei paesi industrializzati, compresa l’Italia,
e dall’altro vede concentrarsi circa il 50% della produzione mondiale nella
sola Cina ove, al contempo, va anche sviluppandosi un comparto meccanocalzaturiero
locale. La novità per le imprese italiane è notevole; esse hanno
saputo vincere la loro sfida con i “giganti” statunitensi e tedeschi trasformando
il loro “sapere come fare” nel “sapere cosa fare” a tempo debito, cioè nella
fase storica in cui le grandi imprese meccano-calzaturiere estere, puntando
sull’efficienza della specializzazione funzionale, iniziavano a perdere i contatti
con i calzaturifici e, parallelamente, a perdere di vista il saper cosa fare. Il
quadro è ora diverso, in estremo oriente nascono sempre più imprese che sanno
“come fare”. Sapranno le imprese italiane continuare a saper “cosa fare”?
Il capitolo della storia dell’industria meccano-calzaturiera scritto dal comparto
italiano non è comunque ancora concluso, il contenuto ed il numero dei paragrafi
da scrivere dipende ancora in gran parte dalle sue imprese e dalla loro
capacità di riproporsi continuamente, come nel passato.

1 “Gruppo costruttori macchine per la lavorazione del cuoio e calzature”, Industria Meccanica(d’ora in poi IM), a. II, n. 3, p. 67, 1950.
2 Il Comitato promotore era composto da Alberto Bocca, G.B. Colli Franzone, Giuseppe Ferrari, Giuseppe Lunghi, Riccardo Montagna, Giovanni Pisani, Giuseppe Pugno ed Alessandro Zorzolo. Successivamente la direzione del Consorzio verrà affidata a Cesare De Marchi.
3 Nello specifico le imprese vigevanesi associate all’Unione sono 32. L’elenco include: Apego, Atom, Besser, B-L di Brustia, Cerim, Comelz, Ellegi, Euron Stampi, Fasta, Gaber, Granmondo, Incis, Ormac, Sagitta, Saspol, Sigma, Silva, Zarine, Banf, Chiesa Artorige, Ci Vi Effe, Comber, Mec-Val, Or.Va, Portalupi, Pugno, Spilotti, Viges, Olimpia, Omnia Stampi, Pavi e Torielli.
4 IM, “Vita dell’associazione” a XXIII, n. 245, pp. 445-446, 1971
5 IM, “Vita dell’associazione” a. XXIV, n. 254, p. 321, 1972.
6 IM, “Vita dell’associazione” a. XXV, n. 269, p. 604, 1973.
7 Il rinnovo delle cariche avvenuto nel 1976, oltre al presidente Alessandro Zorzolo, ha indicato in Cesare Vallero il vice presidente ed in Franco Aletti, Osvaldo Brustia, Renzo Gaia, Luigi Legnazzi e Alberto Vaccaro i consiglieri. IM, “Vita dell’associazione” a. XXVII, n. 293, p. 67, 1976.
8 IM, “Vita dell’associazione” a. XXX, n. 320, p. 477, 1978
9 IM, “Vita dell’associazione” a. XXXII, n. 357, p. 739, 1981
10 Toni Liguori, “Si svolgerà alla Fiera Campionaria di Milano il salone Internazionale delle macchine, degli accessori, delle concerie”, Micam-Flash, n. 11, 1972.
11 “Parla Antonio Capuano uno dei ‘padri’ del Simac - Quando è finito il matrimonio fra calzature e le macchine”, L’Informatore Vigevanese, 24 novembre 1988
12 “I termini dell’accordo”, Il Nuovo Corriere della Calzatura, 25 agosto 1972
13 “Parla Antonio Capuano...” cit..
14 “I termini dell’accordo” cit.
15 Come riportato nelle pagine precedenti, Assomacc rappresenta l’evoluzione del gruppo dei produttori di macchine per calzature e cuoio inquadrati in Anima. A tal proposito si ricorda che la doppia “c” indica in origine la presenza anche delle imprese meccano-conciarie che, viceversa, avendo dato vita a Cimaco, anch’esso inquadrata in Anima, non aderiscono allneonata Assomac. Da ciò deriva l’elisione della seconda “C



Appendice A

DATI STATISTICI








I

RIVISTE SPECIALIZZATE NELL’INDUSTRIA
DEL CUOIO E DELLE CALZATURE NEL 1905
Appendice B




I

LE IMPRESE MECCANO CALZATURIERE ITALIANE
DALLE ORIGINI ALLA NASCITA DI ASSOMAC
Appendice C






Impaginazione e grafica
STUDIO F. MOLINARI - Vigevano (PV)
Stampato da
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Prima edizione - Giugno 2002
Ċ
Giovanni Paolo Rabai,
26 apr 2011, 13:31
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