CALZATURIFICI

L’EVOLUZIONE DEL SETTORE CALZATURIERO A VIGEVANO DALL’ARTIGIANATO ALL’INDUSTRIA

di
Sergio Biscossa

Come si è visto nella prima parte di questo articolo, all’inizio del periodo da considerare, varie cause, ma soprattutto l’ampliamento sensibile del mercato suscitarono, a Vigevano, il desiderio di un mutamento radicale nell’organizzazione del lavoro artigianale, praticata, anche se in modo diverso, sia nei laboratori sia nelle manifatture accentrate. Le difficoltà connesse alla distribuzione della materia prima, quelle riguardanti la raccolta dei prodotti, la scarsa razionalizzazione delle lavorazioni, la ridotta produttività del personale e il pericolo di furti da parte dei dipendenti erano le più diffuse ragioni di questo malessere. Alcuni imprenditori, sia tra gli artigiani sia tra i mercanti, cominciarono a ricercare nuove forme aziendali, in cui una diversa organizzazione del lavoro, quella che sarà denominata industriale, potesse eliminare, in modo appropriato, questi dannosi inconvenienti (1).

L’INDUSTRIA.


Secondo la storia economica, la diversificazione dell’organizzazione industriale da quella artigianale non dipese dalla meccanizzazione produttiva, fatto per essa soltanto accelerante, ma dalla concentrazione del lavoro in un edificio separato dall’abitazione; in questo senso, le forme d’impresa individuabili nel tempo, furono, allora, per l’industria, prima, la manifattura accentrata e, poi, la fabbrica. Nelle manifatture accentrate, l’imprenditore gestiva l’amministrazione, eseguiva gli acquisti, dirigeva la produzione e curava le vendite, utilizzando strumenti di sua proprietà, una crescente divisione del lavoro e una sempre più estesa regolamentazione dell’attività. Questa progressiva divisione e regolamentazione del lavoro agevolò l’impiego delle macchine, intese non come strumenti che prolungano l’azione dell’uomo, ma come realtà che la sostituiscono, subordinandola alle loro necessità intrinseche; allora, la manifattura accentrata si trasformò in fabbrica (2).

L’AVVENTO DEGLI INDUSTRIALI.


Dall’inizio del 1800 all’unità d’Italia, a Vigevano, le caratteristiche dell’artigianato calzaturiero, emerse dall’andamento secolare descritto nella prima parte di questo articolo, erano state confermate o si erano accentuate, come traspare dai ruoli di popolazione e tassazione, compilati tra il 1805 e il 1839. Secondo alcune tracce documentarie inequivocabili, rese plausibili dall’affinità con altre zone calzaturiere italiane e straniere, potrebbero essere apparse , in quel periodo, le prime manifatture decentrate, gestite probabilmente più da artigiani che da mercanti. Per consueto sviluppo, in questo tipo d’impresa, i laboratori componenti dovrebbero essere passati, ben presto, dalla costruzione completa della scarpa alla divisione fra loro delle fasi operative, i cui prodotti erano, poi, fatti confluire, per l’assemblaggio, in un altro locale (3).

In seguito a tale plausibile evoluzione, lo sfruttamento del tempo, l’aumento della produttività e il controllo dei lavoranti, furono, tra il 1860 e il 1880, le necessità prevalenti che stimolarono qualcuno a concentrare la produzione in un solo edificio, mantenendo, però, la divisione per fasi di lavorazione. Il primo tentativo, in questo senso, lo avviarono due fratelli, figli di vigevanesi immigrati a Milano, Pietro e Luigi Bocca, che, abbandonato il mestiere declinante del padre, tessitore di seta, fecero, dapprima, i calzolai in alcuni laboratori milanesi. Successivamente, convinti di poter applicare con profitto anche al calzaturiero il lavoro in gruppo e a catena usato dal tessile, nel 1866, costituirono, in via della Beccheria, oggi G. Silva, una manifattura accentrata, con una divisione del lavoro “a giro”, cioè tra gruppi specializzati per fase di produzione (4).

Poco tempo dopo, è incerto, per la discordanza tra le fonti, se nel 1872 o nel 1873, l’opificio dei F.lli Bocca, con l’introduzione di alcune macchine di tipo semplice (probabilmente macchine da cucire Howe o Singer), si trasformò in una manifattura meccanizzata. Questa prima fabbrica di calzature ebbe anche la caratteristica, fieramente avversata dalla manodopera maschile, d’impiegare, in parte, quella femminile, peculiarità di cui si servirono i F.lli Bocca nei loro slogans pubblicitari, trasformandola in una felice invenzione propagandistica. Essi, a conferma di una notevole versatilità nelle principali funzioni aziendali, curarono anche la modellistica, facendo viaggi all’estero, di cui uno famoso a Parigi, nel 1880, per adeguarsi alle aspettative, affinare il gusto e perfezionare le proposte, a scapito dell’insorgente concorrenza (5).

Durante gli ultimi vent’anni del secolo, dopo la nascita delle imprese Ferretti Luigi (1875) e Ferrari Trecate Matteo (1880), nel 1881, i F.lli Bocca si divisero e Pietro rimase nella prima fabbrica, specializzandosi nella produzione di pantofole, mentre Luigi ne impiantò un’altra, in Via del Teatro (oggi G. Merula), realizzando un'ampia gamma di calzature. Nello stesso anno (per certe fonti nel 1877), un loro cognato, il Madonnini, da loro in precedenza assunto per dirigere il negozio annesso allo stabilimento, diede l’avvio a un fabbrica, in Via Principe Umberto (oggi Corso della Repubblica), specializzata nella produzione di calzature a rovescio per bambini. Questa iniziale diffusione si accentuò, in seguito, con le aziende Pellagatta Luigi (1887), Morone Santo (1890), La Nazionale (1890), di rilevanti dimensioni (300 addetti) e modernamente organizzata, ma presto scomparsa (1895), Fassini Luigi, Villa e Compagni(1895), Giulini Pietro (1896), all’origine di molti futuri imprenditori, Sempio-Milanino (1898), Gagliardone Pietro, Gagliardone Celeste e Negrini Giovanni(1900) (6).

A fondare questi nuovi stabilimenti, di cui i più importanti occupavano da 40 a 300 addetti, erano sovente imprenditori di origine strettamente operaia, che, dopo aver acquisito l’essenza del mestiere dai precursori, sentivano il desiderio impellente di tentare, in proprio, l’affascinante avventura di una emancipazione lavorativa, seconda una schietta tradizione vigevanese. Fino alla fine del secolo, queste fabbriche, spesso di piccole dimensioni, facevano un uso molto ridotto di macchine semplici, in maggioranza cucitrici di provenienza tedesca o americana (Howe, Singer e Mak-ay), e la loro lavorazione avveniva prevalentemente a mano, sul tradizionale deschetto o sul banchetto, introdotto in quel tempo. Nel 1900, ancora Luigi Bocca (alcune fonti attribuiscono, invece, questo primato a Pietro Giulini, 1898) fece un viaggio in Germania, a Francoforte, si procurò, presso la ditta Moenus, produttrice di macchine per calzature, un’ampia attrezzatura e la introdusse nel suo stabilimento, utilizzando l’energia elettrica, concessagli dalla filanda dei F.lli Bonacossa (7).

Questo primo sviluppo industriale del settore calzaturiero vigevanese, di cui, in gran parte, si sono perse le tracce, fu accompagnato dalla contemporanea vertiginosa diffusione della produzione artigianale, in un modo già sperimentato, nella storia economica della città, in altri settori, come quello tessile. La manodopera impiegata in questo ambito produttivo, fu sensibilmente superiore a quella industriale e distribuita in numerosi laboratori, che continuavano la tradizionale lavorazione a mano, nel più puro spirito artigianale, con l’orientamento prevalente alla qualità. Esisteva, infine, un più esteso numero di lavoranti, di tipo manuale, a domicilio, per conto sia delle imprese industriali sia di quelle artigianali, secondo lo schema classico, nelle sue grandi linee, della manifattura decentrata; il ritiro delle materie prime e la riconsegna dei prodotti avveniva, di norma, a cura degli stessi lavoranti, nelle sedi dei committenti (8).

L’ESPANSIONE DEI CALZATURIERI.


Una progressione stupefacente ebbe, nei primi dieci anni del Novecento, lo sviluppo del settore calzaturiero, che riuscì a diventare la nuova manifestazione monoproduttiva di Vigevano, superando ampiamente il comparto tessile, per la manodopera impiegata, sia diretta sia indotta (nel 1907, esistevano 36 calzaturifici, con 1.470 addetti, a cui se ne affiancavano altri 8.000, tra artigiani in senso stretto e lavoranti a domicilio; la produzione giornaliera era di 1.100 paia). Seguiamo la singolare successione di nuove ditte, con i relativi addetti: Ghisio Andrea, Beolchi Vincenzo (1903; 55; 7), Martinelli Antonio (1904; 15), Migliavacca Pietro. Martinelli Secondo, Dondè Olderico, Cipollini Pietro, Ferretti Angelo (1905; 8; 51; 19; 14; 30), Re Ettore, Ferrari Trecate Matteo, Negrini e Compagni, Dell’Acqua Gaetano, Viglio Pasquale (1906; 15; 125; 20; 8; 12), Pelati Vitale, F.lli Ardito, Sartorio Amedeo, Sartorio Alberto (1907; 35; 8; 6;), Morselli-Bonomi, Pezzoli Domenico, Garberini Sebastiano, Martinenghi Luigi, Bertolini Pietro (1908; 53; 15; 18; 45; 4), Gavuglio Giuseppe, Forzinetti Mario, Dulio Giuseppe (1909; 30; 100; 8), F.lli Mainardi (1914) e F.lli Rossanigo (1915) (9).

Questo dilagante impegno industriale, accompagnato da una ramificazione minuziosa di tipo artigianale, in laboratori e manifatture decentrate, spesso con esso collegata, ricevette un ulteriore impulso diffusivo dallo scoppio della prima guerra mondiale, che accrebbe molto le normali commesse (intorno al 1920, esistevano 260 calzaturifici, di cui 65 industriali, con 8.000 addetti interni; i lavoranti a domicilio erano 7.000; la produzione giornaliera ammontava a 15.000

paia). L’attuazione, nelle fabbriche prevalentemente manuali, del lavoro “a giro” (divisione dell’attività tra gruppi) o di quello “a squadre” (divisione dell’attività fra addetti) dovrebbe aver favorito, fin da quegli anni, manifestazioni embrionali di specializzazione e di decentramento nel ciclo produttivo. Un’altra caratteristica saliente, per l’intero periodo, fu l’accentuarsi relativo, perché la predisposizione artigianale si mantenne ancora consistente, della meccanizzazione, che prevalse nell’ambito industriale, rendendo infine minoritarie le imprese a produzione prevalentemente manuale (10).

Dalla cresciuta meccanizzazione aziendale venne lo stimolo impellente di impiantare officine locali per la costruzione di macchine calzaturiere e la prima impresa italiana di tale tipo, la Ferrari Antonio, fu avviata, a Vigevano, nel 1901, sollecitando ben presto una rapida imitazione. E’, infatti, riscontrabile una loro pur modesta diffusione, durante e dopo il primo conflitto mondiale, dimostratasi subito capace di fronteggiare, con successo, la soverchiante concorrenza straniera, arginandola spesso con il frutto di una fervida fantasia inventiva. Bisogna afferrare in tutta la sua estensione il coraggio di questi pionieri posti di fronte alla potenza di ditte, quali la Soc. Americana, la Moenos e la Atlas Werche, il cui monopolio era così sicuro da giungere al punto di non vendere più le macchine, ma di darle solo in affitto, con il pagamento del canone, di una somma forfettaria e di una a tempo (11).

Ad eccezione di un breve periodo recessivo, durante la grave crisi mondiale del 1929, la produzione calzaturiera continuò a svilupparsi, raggiungendo, nel 1937, le 873 imprese (203 industriali), con 13.475 addetti interni, innumerevoli lavoranti a domicilio e una capacità produttiva di 90.000 paia giornalieri. Vigevano fu, poi, anche la prima località italiana a cominciare, nel 1929, la produzione di calzature di gomma, con la ditta F.lli Rossanigo (Smart), attività così rapidamente affermatesi da raggiungere, nel 1935, le 7 imprese e una capacità produttiva giornaliera di 60.000 paia; ormai la città era la capitale italiana della scarpa. Vediamo le principali ditte di quel periodo, alcune con i relativi addetti: per le calzature di cuoio, Ursus Cuoio (500), F.lli Mainardi, Argo, Bastico, Bonomi, Dafarra, Conti, Curione, Dall’Aglio, Locatelli, Mairano, Maldifassi, Previde Massara, Merlo, Pertusi, Pizzocaro, Pisani; per quelle di gomma: Ursus Gomma (1.400), Rossanigo (1.000), Gibili (850), Ilce Gomma, Eco Gomma, Gea, Aquila, Enne Mi, Vega Gomma (12).

Da questo momento in poi, parlare di attività minori, per Vigevano, significa riferirsi prevalentemente a tutta quella gamma di iniziative che, più o meno strettamente, avranno, come punto di riferimento, il settore calzaturiero, formando con esso un sistema di imprese sempre più complesso, pur nel rispetto di un autonomo peso crescente. Infatti, in quel periodo, le aziende meccaniche per la costruzione delle macchine calzaturiere andarono aumentando e ricevettero una forte accelerazione, dopo il 1930, con le vaste possibilità loro offerte dalle industrie di scarpe in gomma, sia per le attrezzature sia per gli stampi (ditte più importanti: Ferrari Antonio, Fenini, Macchi, Ornati Angelo, Piccolo Tommaso, Ubezio). Riguardo a quegli anni, è rimasta famosa nell’anedottica cittadina l’intensa collaborazione tra i calzaturieri e i meccanici, che, alla fine del lavoro pomeridiano, arrivavano a smontare le macchine straniere, ne studiavano la composizione e le rimontavano, durante la notte, al fine di permettere la ripresa del lavoro al mattino (13).

Contemporaneamente, cominciarono ad apparire in città le prime manifestazioni di subfornitura o di produzioni affini, come si denominavano allora; questo tipo di produzione si espresse, innanzitutto, con la specializzazione, per la comparsa delle prime imprese di componenti (tacchifici, suolifici, tomaifici, formifici, scatolifici, cassifici, ecc.); si ampliò, inoltre, con il decentramento, per la fornitura di fasi da parte di alcune piccole aziende e soprattutto di numerosi lavoranti a domicilio (taglio, orlatura, foderatura, ecc.); fu, infine, completata dalla prestazione dei servizi (modellisti, commercialisti, mediatori, commercianti, trasportatori, agenti di vendita, ecc.), le cui consistenti propaggini erano già riscontrabili nel primo ventennio del secolo (ecco alcune ditte importanti: Bellazzi Luigi, Battaglia G., Grossi, Lagomarsini Giulio, Marinoni –Freggio, Mono Luigi, Portalupi Luigi, Resto, Rocca Luigi, Rossi Borghesano G. e Sartorio Antonio (14).

IL CONTRIBUTO ALLO SVILUPPO.


Dopo la triste parentesi della seconda guerra mondiale, caratterizzata da un forte regresso produttivo, per il settore calzaturiero si verificò un nuovo sviluppo straordinario, negli anni compresi tra il 1947 e il 1960, come appare dalla documentazione, ufficiale e ufficiosa, disponibile. Secondo i dati dei censimenti, riferentesi alla Provincia, ma tranquillamente attribuibili, come tendenza, a Vigevano, per la sua preminenza nel settore, si ebbe, tra il 1951 e il 1961, un incremento dei calzaturifici in unità produttive (+ 67,5%) e in addetti (+ 93,2%), mentre calarono i laboratori per la lavorazione a mano (- 47,8%) e la loro occupazione (- 46,6%). Ciò significava lo spostamento massiccio dall’artigianato all’industria, intendendo tali categorie nel senso storico, come diverse tipologie produttive, mentre se le si considera nel significato contemporaneo, come differenti dimensioni aziendali, la piccola impresa artigianale si mantenne prevalente per le unità produttive (nel 1951, il 79,4%; nel 1961, il 75,3%), come la piccola impresa industriale, per l’occupazione (nel 1951, il 38,4%; nel 1961, il 31,8) (15).

Vale la pena di aggiungere che, secondo valutazioni non di censimento, ma attendibili e particolarmente illuminanti, il settore calzaturiero vigevanese, dal 1954 al 1960, passò come numero d’aziende, da 730 a 870 unità e, nella produzione annua, da 15 a 21 milioni di paia; fu un’espansione prevalentemente estensiva, con una manodopera in gran parte immigrata (dalla Lomellina, dal Veneto e dal Meridione) e giunta, per l’intero sistema calzaturiero, a 27.500 occupati, di cui 12.000 pendolari. In questo eccezionale sviluppo ebbe una notevole parte, oltre all’ampliamento del mercato nazionale, anche la crescita dell’esportazione, che, cominciata timidamente prima del conflitto, fu continuata, dopo di esso, con rapida progressione, passando, intorno al 1950, dall’estemporaneità alla sistematicità e coprendo, in seguito, una sempre più vasta gamma di mercati stranieri. Secondo una tipologia essenziale, le imprese di quel periodo si articolavano in quelle che utilizzavano , in modo continuativo, una manodopera meno qualificata per realizzare scarpe usuali, quelle che si avvalevano, in modo stabile, di una manodopera più qualificata per produrre calzature pregiate e quelle che si servivano, in modo variabile, di una manodopera poco qualificata, di artigiani e di lavoranti a domicilio per commesse mutevoli (16).

Così, quelli furono anni in cui, per l’espansione vertiginosa della domanda interna ed estera, la sostanziale insignificanza della concorrenza italiana e straniera, Vigevano vide un pullulare stupefacente di laboratori artigianali e di imprese industriali sicuramente eccezionale nella sua storia produttiva. In città, si producevano tutti i tipi di calzature, di qualsiasi qualità e per ogni categoria, con un soddisfacimento veramente impressionante delle innumerevoli esigenze, come se esistesse un monopolio produttivo tale da non temere minimamente l’inserimento minaccioso di altre zone calzaturiere. La scarsità di spazio impedisce di ricordare tutti gli innumerevoli artefici di quella singolare componente del miracolo economico nazionale; basti elencarne le aziende più note, con i rispettivi addetti: Ursus (379), Ital Nord (321), Carbe (230), Enne Mi (220), Salamander (195), Maci (171), Faro (169), Sultanino (150), Novus (145), Elvezia (130), Rosi (120), Ardea (109), Pegabo (100) (17).

Molto importante fu la progressione con cui si perfezionarono e diffusero, in quel periodo, le aziende subfornitrici di ogni tipo (particolarmente quelle per i tacchi, le forme, le fustelle e le scatole), generando un tessuto di sostegno completamente soddisfacente le necessità dei calzaturifici, sempre più integrati con esse e con le aziende meccaniche, in un sistema di imprese dalla complessità crescente. Non si era ancora giunti, certo, a quell’espansione straordinaria, in questa categoria, che sarà riscontrabile in seguito, ma si stavano ponendo serie premesse per un suo prossimo avvento, sia nell’estensione quantitativa sia nell’approfondimento qualitativo, conformemente ai tempi. Si possono menzionare, al riguardo, due ditte famose: la F.lli Alava, il più importante fustellificio italiano dell’epoca, con vaste possibilità esportatrici, e la cartografica Angelo Crespi, assai rinomata per la sua raffinata e accurata produzione (18).

In quegli anni, si ebbe anche l’aumento notevole di officine meccaniche per la produzione di macchine calzaturiere, che riuscirono a coprire l’intera gamma delle esigenze settoriali, con tali progressi qualitativi da imporsi anche sui mercati esteri, notoriamente sofisticati. Questa impegnativa attività trovava un valido supporto in severi studi, compiuti in due scuole tecniche cittadine, gli Istituti Roncalli e Negrone, e maturava, nell’esperienza pratica, agevolata dai calzaturieri, l’elasticità necessaria a risolvere, con singolare competenza, i molteplici problemi esistenti. Ecco un elenco di ditte importanti: Allevi-Belloni, F.lli Alava, Bertolaia-Bariani, Bruggi Salgemma e C, Coldesina-Valsecchi, Colli Francesco, Falzone Angelo, Ferrari Antonio, Grassi e figli, Gaggianesi-Parzini, Minola Felice, Officine Ornati Angelo, Rossi-Minola, Sturino Paolo e Piccolo Tommaso (19).

Una struttura produttiva così importante doveva necessariamente ricercare un suo riflesso professionale e lo trovò nella “Settimana Vigevanese”, che, nata nel 1931, diventata, nel 1939, “Mostra Mercato Nazionale”, esposizione merceologica generica, ma con netta prevalenza delle calzature, per nove anni costituì anche un importante avvenimento riguardo al costume cittadino. Basta scorrere, in parte, gli elenchi delle aziende partecipanti alle varie edizioni, per rendersi conto della prosperosa articolazione economica raggiunta, allora, da Vigevano; a esse fecero degno contorno altre ditte italiane ed estere, tra cui alcune americane e tedesche, a dimostrazione del l prestigio internazionale raggiunto dalla città. Cessata a causa della seconda guerra mondiale, ma riaperta, nel 1948, diventata, nel 1950, dichiaratamente internazionale e trasformatasi, nel 1952, in esposizione esclusiva per le calzature, a dimostrazione del primato assoluto raggiunto dal settore, questa esposizione svolse una considerevole funzione incentivante (20).

LA RESISTENZA ALLA CRISI.


Lo slancio prodigioso del calzaturiero, secondo attendibili fonti ufficiose, continuò sino al 1963 (970 ditte esistenti; 27,5 milioni di paia prodotte all’anno, di cui 14 milioni esportate), ma già nel 1965 apparve evidente una fase calante (920 aziende esistenti; 22 milioni di paia prodotte all’anno; soltanto l’esportazione aumentò a 17 milioni di paia; però, nel 1968, denuncerà una netta flessione). I dati dei censimenti, pur fondati su criteri diversi dai precedenti, registrano anche loro, tra il 1961 e il 1971, un calo di unità produttive da 838 a 593, e di occupati, da 14.045 a 8.469; del resto, una rilevazione del1968, simile a quella dei censimenti, aveva già dimostrato la sensibile accelerazione della crisi: 760 ditte esistenti, con 8.999 occupati. Fu la prima crisi post-bellica, per la congiuntura nazionale sfavorevole, l’aumentata concorrenza italiana e straniera, la lievitazione dei costi, soprattutto del lavoro, e la difficoltà nelle vendite. Si tentò di reagire ad essa con l’incremento della meccanizzazione, l’innovazione tecnologica, la subfornitura diffusa e il decentramento comprensoriale, mirando a uno sviluppo intensivo, ma esteso ad alcuni comuni limitrofi: si andava, così, formando il distretto calzaturiero di Vigevano (21).

Questa prima ristrutturazione non raggiunse gli effetti sperati e intervennero a peggiorare la situazione alcuni avvenimenti nazionali ed esteri, come l’autunno caldo del 1969, lo statuto dei lavoratori, la stretta creditizia, il crollo del sistema monetario mondiale, l’aumento del costo del lavoro, del prezzo del petrolio e delle materie prime; così, nel 1973, si ebbe un altro periodo difficile. A un nuovo consistente calo di imprese e di occupati si tentò di porre rimedio attraverso aggiornati indirizzi di ristrutturazione, quali l’orientamento verso la produzione di calzature qualitativamente superiori, l’accentuazione della specializzazione e la crescita del decentramento, con l’ulteriore trasferimento fuori fabbrica dell’esecuzione di fasi e della lavorazione di componenti. Da una rilevazione comunale del 1976/77, risultò che tali provvedimenti avevano rallentato, ma non completamente eliminato la caduta (562 ditte esistenti, 7.188 occupati, con una perdita di 36 imprese, pari al 6%, e un calo occupazionale di 1.606 addetti, corrispondente al 18,3%) (22).

Soltanto nel 1978/79 si ebbe un sensibile recupero, sia in unità produttive sia in occupati, ma fu un sollievo di breve durata, perché, già nel 1980, le difficoltà ricominciarono, con la chiusura di fabbriche meno flessibili per la loro dimensione media. In un anno, l’occupazione diminuì di 600 unità, le ore di Cassa Integrazione Guadagni raddoppiarono (960.000), le esportazioni diminuirono del 20% e l’andamento delle fiere, nazionali ed estere, non lasciò molte speranze di una celere ripresa. Le cause furono ancora prevalentemente esterne: le alterne vicende della domanda, i rincari delle materie prime, la concorrenza internazionale, il protezionismo e la stretta creditizia; lo stesso tentativo di un miglioramento, attraverso la specializzazione, si rivelò, in parte, illusorio; tuttavia, il censimento del 1981 registrò una relativa ripresa delle unità produttive (665) e degli addetti (7.780), ridando plausibilità allo sviluppo intensivo del distretto vigevanese (23).

Invece, un aumento consistente manifestò, in quegli anni, il comparto delle subfornitura calzaturiera, estendendosi a tutti gli ambiti di articolazione possibili (concerie, fustellifici, aziende chimiche, tomaifici, giunterie, solettifici, trancerie, tacchifici, scatolifici, ecc.), con una produzione di componenti, una fornitura di fasi e una prestazione di servizi sempre più sofisticate (circa 200 aziende in prevalenza piccolissime, con un migliaio di occupati interni e innumerevoli lavoratori a domicilio). Si andò, così, accentuando la distinzione, nel ciclo produttivo calzaturiero, tra ciò che era opportuno mantenere all’interno del calzaturificio e ciò che era necessario trasferire al suo esterno, in altre aziende specifiche, su cui si fonda, con l’integrazione delle imprese meccaniche, la complessa struttura funzionale del sistema calzaturiero. Purtroppo non esistono dati precisi su questo sfaccettato settore, in cui pure si espresse l’esclusività vigevanese, a livello nazionale, con la produzione, ad esempio, di sottopiedi in materiali sintetici imbottiti o del rigenerato di cuoio, a testimonianza di una costante ricerca del primato (24).

Il metalmeccanico continuò, in tale periodo, la sua prodigiosa progressione, raggiungendo, in percentuale di imprese, il 20% e, passando in quella occupazionale, dal 12,8%, del 1961, al 20,3%, del 1971, al 25,9%, del 1976/77 e al 26,2%, del 1981; in esso le imprese di macchine calzaturiere aumentarono dall’11,9%, del 1971, al 16,1%, del 1976/77 e al 18,6%, del 1981. Queste ultime, secondo l’indagine comunale del 1976/77, sarebbero passate, dopo un sensibile calo, durante la crisi del 1974, dalle 157, con 2.044 occupati, del 1971, alle 186, con 2.465 occupati, del 1976/77. Successivamente, il censimento del 1981, ne rilevò 233, con 2.779 addetti (si trattava in prevalenza di piccole imprese). Anche in questo settore la città raggiunse il primo posto, a livello italiano, sia per il numero di aziende in essa presenti (il 90% del totale nazionale) sia per il suo contributo all’esportazione ( anch’essa intorno al 90% di quella italiana), vantando una tecnologia d’avanguardia, che anticipava, persino, le esigenze potenziali del calzaturiero (25).

Negli ultimi vent’anni, dal 1981 al 1991, il calzaturiero del distretto vigevanese, secondo i dati censuari, perse circa un quinto delle imprese, diminuite da 898 a 572, e metà degli addetti, calati da 10.498 a 5.204; questa tendenza negativa venne confermata anche dal censimento intermedio del 1996, quando si giunse a 458 aziende, con 4.798 dipendenti, e da quello del 2001, pur essendo le sue elaborazioni ancora provvisorie. Quantunque i dati statistici non permettano valutazioni altrettanto precise a causa della complessa articolazione del comparto, un analogo andamento riguardo alle imprese e agli addetti, ma di entità meno consistente, dovrebbe aver subito, negli stessi anni, la subfornitura, che solo recentemente è stata oggetto di analisi più approfondite, come avrebbe meritato da tempo. Sino al 1991, l’unico comparto in crescita nelle imprese, ma in calo negli addetti, pur avendo incontrato difficoltà nella seconda metà del decennio, fu il meccanico, che giunse a superare il calzaturiero, passando, come numero d’aziende, da 1017 a 1067, e per consistenza di addetti, da 7.500 a 7.193; il censimento intermedio del 1996, già definitivo, e quello del 2001, ancora incompleto, dimostrano, però, un suo calo nel numero di imprese e degli addetti (26).
L’ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO.

Sino alla fine dell’Ottocento, nel settore calzaturiero, i lavoratori sedentari svolgevano generalmente la loro attività in un solo locale, fornito di tutta l’attrezzatura necessaria alle fasi di lavorazione e distinguibile in laboratorio o bottega, se privo o dotato di vetrina per l’esposizione dei prodotti. Quelli ambulanti, invece, quando rimanevano in città, operavano nella loro abitazione o all’aperto, in vie o piazze diverse, occupando i luoghi più adatti per esercitare, senza disturbo, il loro folcloristico lavoro, accompagnato da discussioni, declamazioni e canti, secondo le occasioni o gli interlocutori. Invece, durante l’emigrazione stagionale, dopo aver accuratamente evitato di acquisire come nuovi clienti quelli già serviti dai loro colleghi, praticavano il mestiere nella casa o nella stalla del committente, usufruendo, come parziale ricompensa, del suo vitto e alloggio (27).

Il complesso procedimento produttivo, articolato in misurazione, costruzione di forme, realizzazione di modelli, taglio, orlatura, montaggio e finissaggio, era svolto interamente a mano dal mastro artigiano, coadiuvato dai lavoranti, costituiti da famigliari ed estranei. L’attrezzatura era costituita dal tradizionale deschetto (quando era utilizzabile), con gli arnesi essenziali da misura, taglio, foratura, cucitura, battitura, estrazione, raspatura, limatura, finitura e gli altri integrativi, dalla mutevole varietà. I metodi lavorativi, secondo il riferimento tradizionale alla fase di montaggio, erano diversi ma facilmente riconducibili ai tre fondamentali: il cucito, l’inchiodato e il rovesciato, nella loro comune accezione, riguardante la diversa tecnica adottata nell’unione tra la tomaia e il fondo (28).

L’avvento dell’industria calzaturiera, nel 1866, con le sue nuove esigenze dimensionali, spinse, dapprima, all’ampliamento di vecchi laboratori o all’utilizzo di locali aventi, in precedenza, una diversa destinazione, favorendo numerose ristrutturazioni. Successivamente, dall’inizio del Novecento, furono costruiti i primi edifici specifici per le fabbriche calzaturiere, seguiti, nel tempo, da una loro ampia diffusione, secondo stili diversi, con la frequente combinazione tra lo stabilimento e l’abitazione del proprietario. Un impulso decisivo verso l’attuazione di moderne costruzioni industriali, i cui criteri furono progressivamente adottati fino ai nostri giorni, venne impresso dall’avvio delle prime aziende per la produzione di calzature in gomma, con edifici dalla dimensioni consistenti (29).

Sino all’inizio del Novecento, nelle fabbriche parzialmente meccanizzate, a cominciare dalla fase di montaggio, erano applicate due diverse organizzazioni dell’attività produttiva: quella “a squadre” (divisione del lavoro, per più mansioni, tra individui) e quella “a giro” (divisione del lavoro, per una sola mansione, tra individui o gruppi). Le piccole aziende adottavano, in prevalenza, la lavorazione “a squadre”, composte generalmente da un uomo e due donne; l’uomo curava il montaggio, con l’eventuale aggiunta delle operazioni più pesanti, una donna eseguiva le chiodature e l’altra le operazioni di finissaggio. In quelle grandi, era preferita la lavorazione “a giro”, soprattutto quella tra gruppi, in cui il lavoro era ormai talmente parcellizzato da corrispondere perfettamente alle elementari funzioni svolte, già a quel tempo, dalle macchine, in altre ditte più avanzate (30).

Nelle aziende totalmente meccanizzate veniva eseguito, come nelle precedenti, il taglio a mano, per il pellame e le fodere, e quello con fustelle, per il cuoio, seguendo criteri di stretta economicità nell’uso del materiale, mentre l’orlatura era attuata interamente a macchina. A partire dalla fase del montaggio, la loro produzione si sviluppava in modo completamente meccanizzato, eccetto per alcune operazioni di finissaggio, seguendo una successione logica per reparti, rimasta inalterata sino alla fine degli anni quaranta. Da allora, con l’avviamento del lavoro a catena, attraverso l’adozione della manovia e l’utilizzo di macchine sempre più perfezionate, incluso quelle cibernetiche, le fabbriche calzaturiere si avviarono rapidamente verso la struttura attuale (31).

Nel lungo processo di trasformazione appena descritto, l’innovazione organizzativa più importante fu probabilmente la divisione del lavoro, prima, a squadre e, poi, a giro, che seguì, sin dall’inizio, questa successione obbligata per la differente capacità di rendimento dei due metodi. La lavorazione a giro, dotata di maggiore produttività, dopo aver opposto, con pregevoli caratteristiche di accelerazione, un’efficace resistenza al mutamento, dovrebbe aver favorito per la l’avanzata parcelizzazione da essa raggiunta, il ricorso alla maggiore meccanizzazione. Questa, attraverso la progressiva innovazione tecnologica stimolata dalla divisione del lavoro, si è alfine imposta, rendendo possibile, in aggiunta a quelli classici, già ricordati, nuovi sistemi di montaggio, come il Blake, il Good-year, il misto, il tubolare, l’Ideal e l’incollato (32).

LA DIFFUSIONE DELLA SUBFORNITURA.


Numerosi motivi, prevalentemente connessi al costo del lavoro e alle economie di scala, agevolarono nel tempo il passaggio dalla divisione del lavoro nella fabbrica a quella tra le fabbriche, generando nel settore un insieme organico di imprese, tra le committenti e le fornitrici. Il decentramento (realizzazioni di fasi), la specializzazione (costruzione di componenti), il controterzismo (offerta di capacità) e l’assistenza (erogazione di servizi) favorirono l’insorgere di numerose aziende costituenti la subfornitura calzaturiera. Per la sua crescente complessità, essa può essere descritta soltanto esaminandone, in successione, le categorie di imprese che la costituiscono, suddivise rispettivamente, secondo le finalità produttive, in subfornitura di fasi, di componenti, di capacità e di servizi (33).

Le aziende subfornitrici di fasi (tomaifici e aggiunterie) nacquero per contenere il costo del lavoro, poco tempo dopo l’avvio dell’industria, prima, con il lavoro a domicilio, e, in seguito, con piccole imprese, utilizzando rispettivamente le abitazioni e i locali di limitate dimensioni. Generalmente subordinate al committente (spesso unico), per il materiale, il macchinario, l’amministrazione e il locale, esse hanno sempre privilegiato la produttività del lavoro rispetto all’innovazione tecnologica, pur non disdegnandola per timore della facile concorrenza. In queste aziende, simili a reparti staccati del calzaturificio, il pagamento a cottimo ha spesso imposto ritmi di lavoro molto elevati a una manodopera relativamente specializzata, ottenendo perciò bassi costi di produzione (34).

L’introduzione di macchine favorì l’insorgere, per le economie di scala, delle aziende subfornitrici di componenti (guardolifici, solettifici, trancerie e tacchifici), generalmente più ampie di quelle della categoria precedente e in locali a esse proporzionati. Di solito, indipendenti dai committenti (sovente numerosi) per il materiale, i macchinari, l’amministrazione e il locale, queste aziende hanno sempre preferito, nel confronto concorrenziale, l’innovazione tecnologica alla produttività del lavoro, pur non ignorandola. Esse hanno spesso raggiunto, con personale qualificato, alti ritmi di lavorazione, seguendo i classici principi della produzione di massa: meccanizzazione, standardizzazione e specializzazione dell’attività con cicli lavorativi continui (35).

Tali considerazioni tecnico-organizzative sul lavoro valgono anche per gli scatolifici, relativamente distinti dalle precedenti aziende perché produttori di un articolo completo e capaci di soddisfare altri comparti o settori industriali. Tra essi, le imprese di prefabbricati (scatole fustellate e cordonate), sorte da pochi anni, raggiungono le dimensioni maggiori (30-40 addetti), hanno un mercato nazionale e una produzione diversificata, anche per altri settori. Le rimanenti, dall’origine più lontana e trasformate dall’innovazione, sono di dimensione inferiore (7-15 addetti), riguardano il mercato locale e producono esclusivamente per il calzaturiero, con un processo di elevato rendimento, composto, secondo i prodotti, da cinque a sette fasi operative, ampiamente meccanizzate (36).

Come risulta in precedenza, la subfornitura calzaturiera, maturata nel tempo, è in prevalenza di specialità, con imprese aventi un’attrezzatura complementare rispetto a quella del committente, fonte di autonomia e di resistenza sul mercato. Si è manifestata, però, sin dall’inizio, anche una subfornitura di capacità, con aziende attrezzate in modo totalmente o parzialmente analogo a quello del committente e, quindi, esposte alla subordinazione e alla precarietà. Sono le imprese controterziste, disponibili ad accogliere ordini loro trasmessi saltuariamente da ditte incapaci di soddisfarli per guasti tecnici, insufficiente produttività o eccesso del costo di lavoro (37).

Una categoria di subfornitura in senso lato, comprensiva di numerose attività, è quella emersa, nel tempo, attraverso i servizi, purtroppo indescrivibile, per i limiti della presente disanima, ma di essa si devono ricordare due figure significative. La prima è quella del modellista, la cui azione progettuale, sotto la spinta della moda, come elemento concorrenziale, è cresciuta d’importanza nel tempo, divenendo sempre più determinante nell’organizzazione del calzaturificio. La seconda è quella del commercialista, la cui assistenza economico-finanziaria, per l’incremento continuo di una normativa complessa, è risultata sempre più indispensabile a una proficua amministrazione aziendale (38).

LA CRESCITA DEI MECCANICI.


I primi calzaturifici avevano al loro interno una piccola officina per la manutenzione o si facevano assistere da altre analoghe, ma esterne, tradizionalmente adibite a soddisfare varie esigenze costruttive o di recupero, provenienti da campi disparati. Dall’inizio del Novecento, la crescita vertiginosa del calzaturiero le spinse alla specializzazione o ne fece nascere altre, orientandole soprattutto verso la riparazione e la costruzione di macchine per calzaturifici, in cui, ben presto, eguagliarono e superarono la concorrenza interna ed estera. Fino ai nostri giorni, la loro progressiva diffusione le ha portate al predominio italiano e mondiale del settore, con una variegata gamma di stabilimenti, spesso consistenti; strettamente legati ai calzaturifici e alle subfornitrici, esse hanno con loro costruito, nel tempo, il sistema calzaturiero vigevanese (39).

Come per la subfornitura, la struttura complessa di questo comparto impone un’analisi storica articolata, con la distinzione fondamentale, innanzitutto, tra le aziende produttrici di macchine per la lavorazione della pelle o del cuoio e quelle di materiali sintetici. Le prime nate sin dall’inizio della meccanizzazione per applicarla progressivamente alle fasi del ciclo calzaturiero, possono essere suddivise, secondo tale ciclo in costruttrici di macchine per la modelleria, la tranciatura, l’orlatura, il fondo, il montaggio e il finissaggio. Le altre, avviate, in genere, dopo il 1950, sono articolabili in due categorie: quelle produttrici di macchine per la lavorazione del P.V.C. e di altre resine non espanse (presse a iniezione) e quelle costruttrici di macchine per la trasformazione del poliuretano (apparato mescolatore-iniettatore) (40).

Generalmente, la disposizione delle attrezzature all’interno di questi stabilimenti non è stata realizzata per fase, ma per tipo di lavorazione, con la collocazione di macchinari aventi funzioni comuni nella stessa area. In alcuni comparti di tale settore, resi più confacenti dal tipo di trasformazione perseguito, si è preferita la disposizione per fase di produzione a quella per tipo di lavorazione, nell’intento di aumentare la produttività e diminuire i costi. Tuttavia, questa scelta organizzativa è rimasta talmente minoritaria in confronto alla precedente da doverla considerare un’eccezione rispetto alla regola; il tipo di domanda peculiare a tali imprese non permette di ipotizzare una prossima inversione di tendenza (41).

Il ciclo di produzione di queste aziende è sempre stato quello classico dei produttori di beni strumentali: costruzione di componenti, montaggio e collaudo, di vario genere; è aumentato, nel tempo, il loro ricorso alla subfornitura. Anche i sistemi di lavorazione sono sempre stati quelli tipici dei metalli: la trasformazione senza asportazione di trucioli (laminatura, trafilatura, estrusione, fucinatura, stampaggio e fusione) e la fabbricazione con asportazione di trucioli, per mezzo di strumenti o di macchine. Essendo soggette al susseguirsi di ordini limitati e variabili, queste imprese hanno perseguito raramente la produzione di massa; in genere hanno adottato la costruzione per lotti e serie di piccola e media consistenza (42).

L’organizzazione produttiva per piccoli o medi lotti ha mantenuto, nel tempo, tali caratteristiche: variabilità del processo, ampiezza di competenze, sensibile autonomia lavorativa, scarsità di controlli, mutabilità delle procedure e alta incidenza della professionalità. Quella per piccole e medie serie, invece, ha manifestata queste peculiarità: ripetitività del processo, determinazione delle mansioni, scarsa autonomia lavorativa, sistematicità dei controlli, rigidità delle procedure e bassa incidenza della professionalità. Nelle piccole aziende (con meno di 20 addetti) è sempre stata preminente la produzione per piccoli e medi lotti, mentre quella per piccole e medie serie è stata, da tempo, predominante nelle medie e grandi imprese (con più di 20 addetti) (43).

La crescente importanza della subfornitura, accennata in precedenza, ha indotto la proliferazione di imprese omonime, operanti soprattutto nell’ambito della micro-fusione e della produzione di parti prelavorate o di componenti. Esse possono essere distinte in tre categorie variabili secondo l’attrezzatura posseduta, l’organizzazione aziendale, la qualità del prodotto e l’autonomia del committente, tra loro in combinazione crescente. Attualmente, nella realtà vigevanese, quella più diffusa è l’intermedia, con avanzata attrezzatura, apprezzabile organizzazione, bontà del prodotto e limitata subordinazione; ma esiste una rilevante propensione verso il predominio futuro del tipo superiore (44).

L’APPORTO DEGLI IMPIEGATI.


Un contributo rilevante al lavoro vigevanese, spesso dimenticato, è stato fornito dagli impiegati, già riscontrabili, all’inizio dell’industrializzazione, ma cresciuti progressivamente, in seguito, fino a raggiungere una presenza consistente. L’ampliamento delle imprese, la divisione del lavoro, l’articolazione delle mansioni e la meccanizzazione della produzione generarono, in modo vario, la necessità di una maggiore diffusione. In questo andamento si possono rilevare alcune fasi fondamentali, corrispondenti a diverse forme organizzative delle aziende, tuttora rappresentate nella realtà cittadina, dopo il loro secolare sviluppo (45).

All’inizio, l’imprenditore riservò completamente a se stesso l’esercizio delle tipiche funzioni aziendali (amministrativa, produttiva e commerciale), proseguendo nell’attività svolta dal mastro artigiano. In questa situazione, non aveva certo possibilità d’emergere il lavoro impiegatizio, salvo nelle circostanze straordinarie, provocate dall’assenza dell’imprenditore, quando s’imponeva almeno una delega temporanea. Durante questi eventi sporadici, le funzioni venivano provvisoriamente demandate a parenti o a lavoranti di fiducia, nell’attesa di un loro ritorno al titolare, non appena fosse svanita la causa della sua incapacità (46).

Tali comportamenti occasionali divennero continuativi quando, per le necessità imposte dallo sviluppo aziendale, l’imprenditore riconobbe l’opportunità di decentrare alcune funzioni ormai insostenibili. Da quel momento cominciò ad apparire l’impiegato, sia amministrativo sia tecnico, scelto di preferenza nell’ambito familiare, ma qualche volta pure in quello dei lavoranti. Si trattò di una trasformazione prudente avviata, secondo la terminologia dell’epoca, nelle funzioni esecutive, produzione e vendita, mentre l’imprenditore mantenne ancora quelle direttive, finanza e amministrazione, ritenendole determinanti (47).

L’ulteriore progresso aziendale vanificò queste rimanenti riserve, spingendo il datore di lavoro a nominare alcuni suoi assistenti, sia nell’ambito direttivo sia in quello esecutivo, al fine di essere sollevato da ogni impegno eccessivo. Questi nuovi impiegati svolsero le mansioni di portaordini dell’imprenditore, divenendo un prolungamento della sua personalità, senza autonomia decisionale nella loro competenza, ma con un potere riflesso nei confronti dei loro subordinati. La struttura aziendale divenne, allora, di tipo lineare, con, al vertice, l’imprenditore, in posizione intermedia, gli assistenti e, alla base, i capi preposti alle funzioni direttive ed esecutive (48).

I difetti riscontrabili nella precedente struttura portarono a un suo superamento, attraverso l’abbandono della gerarchia per grado, in essa determinante, e la scelta di quella per funzione. Ne derivò una struttura alternativa, denominata funzionale, con, in successione discendente, l’imprenditore o un suo delegato, i direttori, distinti per mansioni essenziali, i dirigenti, i funzionari, i capi e gli esecutivi. Ai direttori, derivati dal perfezionamento dei ruoli di assistente, furono assegnate le tre attività fondamentali di ogni impresa: l’amministrativa, la produttiva e la commerciale, da cui dipendevano le rispettive ramificazioni (49).

Poiché anche questa scelta non soddisfece completamente, si cercarono altre soluzioni, mirando, in tempi più recenti, all’adozione di forme miste tra le due appena descritte, al fine di contemperare i difetti e combinarne i pregi. Questa lunga evoluzione esaminata per tappe essenziali, ha manifestato, nelle singole aziende, anche variazioni intermedie alle fasi esposte e loro concretizzazioni originali che rendono il quadro complessivo assai più variegato. Tuttavia l’organizzazione del lavoro impiegatizio, nel suo complesso sviluppo, può essere compreso, in modo soddisfacente, attraverso lo schema essenziale appena tracciato, che ne attesta il rilevante progresso (50).

Nel periodo considerato, quindi, l’originalità di Vigevano fu questo sistema calzaturiero costruito lungamente nel tempo, in cui distributori di materie prime, fabbricatori di scarpe, fornitori di componenti, elaboratori di fasi, prestatori di servizi e produttori di macchine divennero elementi così interdipendenti da formare, tra loro, un insieme organico, con caratteristiche economicamente avanzate, a livello nazionale e internazionale. In corrispondenza a questo sviluppo, si era venuta anche formando una cultura calzaturiera altrettanto esclusiva, maturata sul lavoro, approfondita con il museo della calzatura, custodita nell’archivio storico cittadino, arricchita con le biblioteche locali, tramandata nella formazione e diffusa con le mostre. Almeno dal 1980, purtroppo, ragioni interne e internazionali, hanno provocato la crisi di questo sofisticato sistema, con riflessi alquanto preoccupanti per il lavoro vigevanese; si è andata, perciò diffondendo l’impressione di un lento ma inarrestabile declino, pur con temporanei recuperi, del sistema calzaturiero (51).

Se, oltre ogni ragionevole dubbio, il futuro ci prospetterà tale involuzione, dovremo affrontarlo con un sano realismo, cercando di preparare, nel modo migliore possibile, un nuovo periodo di transizione. Il passato della città ci inviterà a trovare, nel suo tradizionale fermento manifatturiero, la produzione alternativa da affiancare, in crescita e con la consueta tenacia, al declino calzaturiero, per rendere meno traumatico il passaggio. Saremo, forse, una generazione sofferente, a cui è stata negata la gioia dello sviluppo, ma che potrà esprimere la sua dignità nel preparare coraggiosamente un futuro migliore, secondo la vocazione riservatale dal suo difficile tempo (52).

N O T E


1. S. Biscossa, L’evoluzione del settore calzaturiero a Vigevano. Dall’artigianato all’industria, in Viglevanum, n.XII, Vigevano 2002, pp. 26-27; S.Biscossa, Storia dell’industrializzazione a Vigevano (1743-1985),Parte seconda, I dipendenti, Pavia 1986, p. VII; S.Biscossa, I documenti raccontano gli esordi dell’industria calzaturiera, in Viglevanum, n. 7, Vigevano 1977, pp. 38-47; per un utile sfondo all’articolo si vedano in Cariplo, Pavia e il suo territorio, Milano 2000, i capitoli G. Vigo, Una provincia, tre economie. La produzione urbana tra la metà del Settecento e la metà dell’Ottocento, pp. 299-339; C.Besana, Le realtà agricole della provincia pavese tra Settecento ed Ottocento, pp.341-367; P.Lombardi, Il riso, l’uva e le ciminiere. Lo sviluppo economico dall’Unità al secondo conflitto mondiale, pp. 369-413, P.Galea, Pavia nel secondo dopoguerra, pp. 414-447 .

2. M.Mauss, Manuale di etnografia, Milano 1969, pp. 28-32; P.Mantoux, La rivoluzione industriale, Roma 1971, pp. 55-76; M.Weber, Storia economica, Roma 1993, pp. 111-116; G.Hurd, Lo studio della società, Milano 1977, pp. 314-321, L.Dal Pane, Storia del lavoro in Italia dagli inizi del secolo XVIII al 1815, Milano 1944, pp.45-71.

3. S.Biscossa, L’evoluzione…, cit., pp. 24-27; S.Biscossa, Storia dell’industrializzazione a Vigevano, Parte prima, Gli imprenditori, Pavia 1985, p. 28.

4. Ibidem; Archivio Storico dell’AVI, Lettera autografa di Domenica Ferrari Bardile, vedova di Luigi Bocca, senza data, fotocopia, G.L.Gronda, L’industria calzaturiera vigevanese. Nascita e affermazione (1866-1918), Pavia 1989, tesi di laurea, pp. 147-201.

5. Ibidem.

6. Idem; Elenco delle principali imprese industriali a Vigevano nel 1909-10, in Viglevanum, 1(1910), pp. 68-69. G.L.Gronda, L’industria…, cit., pp. 210-266.

7. S.Bianchi Martina, Appunti per una storia dell’industria a Vigevano-Industria Calzaturiera, in Vigevano illustrata nelle sue industrie e nei suoi industriali, Vigevano 1935, pp. 8-10; ASAVI, Lettera…, cit.; G.L.Gronda, L’industria…, cit., pp. 147-276;

8. Ibidem; S.Bianchi Martina, Appunti…, cit., pp. 8.10.

9. Elenco…,cit.; Guida Pianta Città di Vigevano, Vigevano 1913-1914.

10. R. Savelli, L’industria delle calzature a Vigevano, in Ministero Agricoltura Industria e Commercio, Bollettino Ufficio del Lavoro, Vol. III, N. 3, Settembre 1907, pp. 736-742; Guida Pianta …, cit.

11. Ibidem; A. Ferrari, Breve studio sull’andamento dell’industria delle calzature prima dell’assedio economico e sul suo centro naturale:Vigevano, Vigevano 1936, pp. 13-17; G.C. Cainarca, Dal sapere come fare al sapere cosa fare, Vigevano 2002, pp. 63-99.

12. A. Ferrari, Breve…,cit.,pp. 2-9; S. Bianchi Martina, Appunti …,cit., pp. 10-15; P. Landini, Lo sviluppo demografico e industriale di Vigevano, in Bollettino della R. Società Geografica Italiana, Serie VII, Vol. III, N. 2-3, Roma 1938, pp. 38-40.

13. Guida generale dei Calzaturifici ed Affini, Vigevano 1923; Vigevano nel 1924, Vigevano 1924; Guida illustrata di Vigevano, Vigevano 1929; Il Libro d’oro della Lomellina, Vigevano 1930; La calzatura vigevanese, Anno 1, n. 1 e 2, Vigevano 1929; Vigevano. Cenno storico artistico, Vigevano 1932; Rivista di Vigevano, Anno 1, n. 1 e 2, Vigevano 1935; Vigevano sforzesca industriale, Vigevano 1936; Vigevano illustrata nell’industria scarpara, Anno II, n. 3, 4, 6, Vigevano 1936 e Anno III, N. 1, Vigevano 1937; C. De Marchi, Memoria storica. Managerialità e prospettive dell’imprenditoria vigevanese, Vigevano 1992, pp. 20-22.

14. Ibidem.

15. R. Parea, Prospettive di sviluppo dell’industria calzaturiera vigevanese, in Simposio sui problemi calzaturieri, Pavia 1965, pp. 93-109; P. Carrera, Vigevano: la recente evoluzione di una città industriale, Pavia 1983, tesi di laurea, pp. 6-26; M.L. Faravelli, Il sistema calzaturiero vigevanese, in Industrializzazione diffusa in Lombardia, Milano 1983, pp. 201-219; G. Garofoli, L’industria in Lomellina: tendeze e prospettive, Pavia 1985, pp.23-32; G. Garofoli, L’industria pavese e lo scenario regionale e nazionale, in Economia pavese: aspetti strutturali, Pavia 1986, pp. 43-69; G. Garofoli, Ristrutturazione industriale e innovazione in provincia di Pavia: alcune linee orientative per il piano di sviluppo socio-economico, in Economia pavese: scenario evolutivo e politiche d’intervento, Pavia 1986, pp. 15-23; Rassegna…, cit.; G.C. Cainarca, Dal saper…, cit., pp. 101-123, R. Frigeni -W. Tousijn, L’industria delle calzature in Italia, Bologna 1976; G. Bravo – E. Merlo, Sviluppo e crisi del distretto di Vigevano, in Le istituzioni dello sviluppo. I distretti industriali tra storia, sociologia ed economia, Roma 2002, pp. 44-98.

16. Ibidem.

17. Idem

18. Idem.

19. Idem.

20. Idem.

21. R. Parea, Prospettive…, cit., pp. 93.109; P. Carrera, Vigevano…,cit., pp.38-58, M.L. Faravelli, Il sistema…, cit., 219-226; G. Garofoli, L’industria…, cit, pp. 32-47; G. Garofoli, L’industria pavese …, cit., pp. 43-69; G. Garofoli, Ristrutturazione…, cit., pp. 15-23; Associazione dei Comuni - USSL n. 78 – Vigevano – Lomellina, Indagine sulla situazione ambientale dell’industria calzaturiera della Zona di Vigevano e della Lomellina, I Parte, 1979/1981, Vigevano 1981, pp. 1-30; in Provincia di Pavia, L’industria della calzatura: problemi e prospettive, Pavia 1983, i capitoli D. Velo, Caratteristiche essenziali dell’industria delle macchine per calzature, pp.9-27; T. Gerla, L’industria calzaturiera: caratteri generali, pp. 31-53; C. Zocchi, L’industria calzaturiera a Vigevano, pp. 54-83; S. Alessandrini, L’industria delle calzature della Provincia di Pavia e i canali di penetrazione sui mercati esteri, pp. 84-103; G. Bravo – E. Merlo, Sviluppo e crisi…, cit., pp. 44-98; Centro Servizi alle Imprese, La valorizzazione dell’economia vigevanese e della Lomellina attraverso azioni di marketing territoriale, Vigevano 2002.

22. Ibidem.

23. Idem.

24. Idem.

25. Idem.

26. Idem.

27. L. Barni, Vigesimum, Vigevano 1951, pp. 257-259.

28. R. Pareto, Enciclopedia delle arti e industrie, Volume secondo, Voce Calzolaio, Zoccolaio, Torino 1880, pp. 152-159; G. Borroni, L’arte del calzolaio e la calzoleria meccanica, Milano 1923, pp. 3-303.

29. R. Pareto, Enciclopedia…, cit., pp. 159-170; G. Borroni, L’arte…, cit., pp. 35-42.

30. R. Savelli, L’industria…, cit., pp. 736-742.

31. Ibidem; E. Lodi, La calzatura. Elementi di tecnologia, Vol. I, Bergamo 1965 e Vol. II, Bergamo 1964.

32. Idem.

33. C. Zocchi, L’industria…, cit, pp.76-83; Centro Servizi alle Imprese, La subfornitura calzaturiera nel distretto vigevanese, Vigevano 2001; S. Biscossa, Storia…, Parte seconda, cit., pp. XXIX-XXX (testo derivato anche da testimonianze).

34. Ibidem.

35. Idem.

36. Idem.

37. Idem.

38. Idem.

39. G.C. Cainarca, Dal saper…, cit, pp. 63-170; S. Biscossa, Storia …, Parte seconda, cit., pp. XXX-XXXI ( testo derivato anche da testimonianze).

40. Ibidem.

41. Idem.

42. Idem.

43. Idem.

44. Idem.

45. G. Forlaj, Manuale di direzione aziendale, Roma 1978, pp. 21-163; S. Biscossa, Storia…, Parte seconda, cit., pp. XXXIV-XXXV (testo derivato anche da testimonianze)

46. Ibidem.

47. Idem.

48. Idem.

49. Idem

50. Idem

51. M. L. Faravelli, Il sistema…, cit.; G. Garofoli, L’industria…, cit.; S. Biscossa, Il processo d’industrializzazione a Vigevano (1743-1985), in Aspetti e problemi di storia economica e sociale a Vigevano tra ‘500 e ‘900, Vigevano 1992 ( ma il testo era già stato reso pubblico nel 1985), pp. 156-162; G. Bravo – E. Merlo, Sviluppo e crisi…, cit., pp. 44-98; Centro Servizi alle Imprese, La valorizzazione…, cit.

52. Ibidem.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

             

 

 

 

 

 

 

 

 

 


IL "CIABATTINO"OGGI




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