OPERE PIE


Storia delle istituzioni assistenziali a Vigevano dal XVI al XX secolo

(Pierluigi Muggiati)

1768: Una data fondamentale nella storia dell'assistenza vigevanese

Il 1768, si è detto, fa da spartiacque fra il "prima" e il "dopo" nel campo delle opere pie cittadine. in quell'anno, infatti, la regia giunta sopra le opere di carità di Torino invia a Vigevano il proprio segretario, Felice Viretti, affinché relazioni sullo stato delle istituzioni caritative operanti in città; nel frattempo viene contattato anche il vescovo di Vigevano, monsignor Giuseppe Maria Scarampi, al fine di ottenere informazioni sulla possibilità di erigere anche in città, come già in molte altre parti del regno, una congregazione di carità che concentri in sé la gestione di tutte le opere pie.

Esistevano infatti in Vigevano più opere pie, ma prive del benché minimo coordinamento fra loro; della maggior parte non era nemmeno possibile stabilire con certezza il reale patrimonio, stante la mancanza di bilanci e scritture, la trascuratezza della contabilità, l'incapacità di recuperare crediti e beni dati a terzi. Valga per tutte la relazione inviata a Torino dal pretore del tribunale di Vigevano, Prevenno, datata 19 luglio 1768, relativa alla confraternita del santissimo sacramento, di certo la più importante in città, che aveva il compito di amministrare l'omonimo ospedale, anch'esso il più importante fra i tre esistenti allora in Vigevano.

Da questa relazione si evince che i membri della confraternita non rispettavano i regolamenti, non tenevano l'obbligatorio bilancio annuo, i priori e i sindaci invece che per un anno restavano in carica fino anche a venti; in definitiva il pretore invoca misure drastiche al fine di "togliere le combricole, ed anco talvolta li tumulti, e contrasti" e affinché "si ripari al troppo avvanzato dispotismo di tali amministratori nel vendere, e trattare le cose di detto ospedale senza ricorrere a chi si conviene".

Il vescovo, perciò, al fine sia di far cessare gli sprechi e le critiche sollevate da più parti, sia per restituire piena credibilità alle opere pie sorte grazie alla carità di molti vigevanesi, si dimostra molto favorevole al progetto avanzato da Torino di concentrare l'amministrazione dei vari istituti in un unico organismo; come questo avviene sarà spiegato in modo più approfondito nel capitolo successivo.

 

Gli antichi ospedali vigevanesi prima del 1768

Le opere pie esistenti a Vigevano prima del 1768 erano i tre ospedali cinquecenteschi, che si occupavano dell'assistenza ai malati, la spezieria della concezione, che distribuiva medicinali ai poveri, la casa della carità, che distribuiva elemosine, il monte di pietà, che concedeva prestiti a basso interesse su pegno, e l'orfanotrofio Riberia che accoglieva ragazze orfane e povere.

si traccerà la storia solo dei tre ospedali; gli altri istituti saranno trattati nell'ultimo capitolo, insieme alle altre opere pie fondate dopo il 1768. il primo ospedale di Vigevano fu quello delle sante Maria e Marta (comunemente detto di santa Marta), istituito per opera del sacerdote Pasino Ferrari.

Già nel 1498 il Ferrari ottenne dal vescovo di Novara, che aveva allora giurisdizione su Vigevano, l'autorizzazione a erigere, all'interno della chiesa di sant'Ambrogio in Vigevano, una cappella con altare dedicata alla visitazione di Maria ad Elisabetta, nonché di fondare una casa, anch'essa intitolata alla vergine Maria, "ad uso pio", cioè per 1'assistenza a poveri malati e invalidi. la casa pia fu fondata pochi anni dopo, all'interno di un caseggiato di proprietà del ferrari; intatti nel testamento del fondatore, datato 3 aprile 1511, dopo un lungo elenco di beni lasciati in eredità alla cappella della visitazione di Maria ad Elisabetta, si nomina quale erede universale la casa pia intitolata alle sante Maria e Marta - quindi non più alla vergine Maria come si leggeva nel documento del 1498. la casa pia risulta essere collocata in un immobile di proprietà del ferrari nell'estimo di Bergonzone, presso la strada pubblica, nella zona più centrale della città, nei pressi della chiesa di sant'Ambrogio.

Quali patroni ed esecutori testamentari Pasino nomina i fratelli Paolo e Luigi Ferrari Fantoni, il cappellano della cappella di santa Maria in sant'Ambrogio, Giovanni Maria Gravellona e Stefano Ferrari Uzardi. questi patroni, e i loro discendenti, hanno il compito di mantenere quattro letti per ospitare e nutrire altrettanti poveri infermi, con fornitura di medicinali, ma per non più di un mese. la casa pia deve inoltre provvedere a distribuzioni elemosiniere annue di vario genere.

Il primo ospedale vigevanese nasce dunque con l'obbligo di mantenere solo quattro infermi per volta, provvedendo a quelle poche cure che la medicina dell'epoca prevedeva, che si possono riassumere essenzialmente nell'attività di nutrire e rifocillare persone deboli e denutrite al fine di facilitarne la guarigione. nel corso degli anni il numero dei ricoverati sale prima a sei, poi, nel corso del XVIII secolo, fino a sette, a volte anche otto o nove; si tratta sempre comunque di piccoli numeri, propri di una casa privata trasformata in un'opera pia a metà fra un ospedale e un ricovero temporaneo per anziani malati.

 

Il secondo ospedale vigevanese, in ordine cronologico, è quello dedicato alla beata vergine immacolata, detto anche della concezione, fondato nel 1574 da Gerolamo del Pozzo15. dopo una lunga serie di legati, nel suo testamento il del pozzo ordina che venga eretto un ospedale, dedicato appunto alla concezione di Maria vergine, nella sua casa di proprietà posta al di fuori della porta di san Martino, nel sobborgo costiera, situato lungo l'attuale corso Novara, fra la chiesa di san Bernardo e l'incrocio con via valle san Martino.

In questo ospedale, nominato suo erede universale, Gerolamo ordina che vengano assistiti gli infermi, secondo le modalità stabilite per quello delle sante Maria e Marta; che le medicine occorrenti siano acquistate dalla farmacia della concezione di Cristoforo del Pozzo; che medico dell'ospedale sia il "fisico" Gerolamo Bossi. qui basti dire che almeno fino al 1588 l'ospedale della concezione non inizia effettivamente a svolgere le proprie funzioni. infatti, nel 1581 muore Luchina Bosio, vedova del fondatore Gerolamo del Pozzo; alla sua morte l'amministrazione passa a quattro patroni: Francesco Scipione del Pozzo, Francesco Pozzo, Cristoforo Pozzo e Giovanni Francesco Bosio, i quali, nel 1588, chiedono al vescovo di Vigevano di fondare l'ospedale, che quindi fino a quella data non esisteva ancora. la documentazione archivistica relativa all'ospedale della concezione, all'interno dell'archivio storico dell'ospedale, consiste di registri delle varie eredità e legati dal 1521 al 1732, registri di contabilità di vario genere dal 1580 al 1801, verbali delle sedute del consiglio di amministrazione dal 1621 al 176817.

di particolare interesse risulta una descrizione, datata 1588, del nostro ospedale, che risulta essere costituito da una grande sala a piano terra, alle cui estremità troviamo da una parte la cappella, dall'altra le cucine.

 

Il terzo ospedale, intitolato al santissimo sacramento, è il più importante, tanto da meritare spesso l'appellativo di ospedale "maggiore" di Vigevano. si tratta senz'altro anche dell'opera pia dall'origine più travagliata.

L'inizio della sua storia risale al 1575, quando Camillo Aliprandi nomina suo erede universale la confraternita del santissimo corpo di Gesù, stabilita presso la cattedrale di sant'Ambrogio in Vigevano". il lascito è subordinato al vincolo di destinare tutti i ricavati dai beni alla distribuzione di elemosina ai poveri della città, nonché alla costruzione di un ospedale per i poveri infermi; non viene specificato il numero dei ricoverati, si dice solo che dovranno essere quanti lo consentiranno le risorse. la sede viene individuata nella contrada di porta episcopale, la zona di città fra l'attuale piazza sant'Ambrogio e la rocca vecchia, nella casa di residenza del fondatore. qualora la confraternita del santissimo sacramento non voglia accettare l'eredità, Aliprandi nomina erede universale, con gli stessi obblighi, la confraternita della santa croce, istituita nella chiesa di san Pietro martire. nel 1583 anche la vedova dall'Aliprandi, Caterina de Bastici, lascia tutti i suoi beni alla confraternita del santissimo corpo, ma in realtà l'ospedale non viene costruito fino alla fine del secolo, quando nel 1599 il canonico della cattedrale,Vincenzo Podessio, dona alla confraternita un terreno con case nella contrada Predalate, dove ora si trova il palazzo municipale, proprio allo scopo di erigere l'ospedale voluto dall'Aliprandi.

Il nuovo istituto, per il quale sono probabilmente riutilizzate o riattate case già esistenti, prende il nome dalla confraternita che lo amministra, e inizia a operare all'inizio del seicento. nel corso degli anni l'ospedale del santissimo sacramento incrementa le proprie ricchezze grazie a molti lasciti di benefattori, fra i quali merita menzione l'ultimo in ordine cronologico, il legato Cattaneo del 1763, di particolare rilevanza vista la notevole somma devoluta, che contribuirà molto alle spese per la concentrazione dei tre ospedali in uno solo che fra i tre ricoveri esistenti a Vigevano quello del santissimo sacramento sia stato di gran lunga il più dotato e ricco si ricava da una relazione sulle opere pie vigevanesi eseguita da una giunta straordinaria costituita nel 1832, presieduta dal vescovo di Vigevano monsignor Accusani. dalla relazione si ricava che, al momento dell'unificazione degli ospedali nel 1768, quello del santissimo sacramento godeva di un patrimonio di più di 600.000 lire di Piemonte, mentre quello dell'ospedale delle sante Maria e Marta era di circa 63.000 lire e quello dell'ospedale della concezione non arrivava a 57.000 lire25. se la proprietà era cospicua, la gestione dell'ospedale del santissimo sacramento non era però cristallina, come si è già anticipato nel capitolo introduttivo, visto che i rettori, che avrebbero dovuto avere incarichi annui, spesso restavano in carica per più di venti, senza alcuna rendicontazione del loro operato.

Anche la documentazione conservata relativa all'ospedale del santissimo sacramento supera di gran lunga quella degli altri due: troviamo registri di tesoreria, libri di cassa, mastri dal 1591 al 1783, registri delle varie eredità e legati dal 1647 al 1776, verbali del consiglio di amministrazione del 1735 al 1768.

 

La congregazione di carità dal 1768 al 1838

 

Nel capitolo precedente si è tratteggiata la variegata, e spesso disorganizzata, situazione dell'assistenza ospedaliera vigevanese dalla fine del XV secolo al 1768. in particolare risulta assolutamente inadeguato il numero di posti letto offerto dai tre ospedali cittadini, in tutto ventitre; al massimo, in casi di estrema necessità, essi potevano salire a trenta.

I dati sono desunti da un documento del 1767, che consiste in un'indagine svolta dagli amministratori dell'ospedale del santissimo sacramento, che pongono dei quesiti ai parroci e ai medici della città per conoscere il fabbisogno di Vigevano in fatto di assistenza, e dalle relative risposte. i parroci riferiscono che sono almeno sette o ottomila coloro che a Vigevano e dintorni porrebbero aver bisogno di assistenza, e che la maggior parte di essi non solo non possiede i mezzi per curarsi, ma nemmeno per coprirsi e ripararsi dal freddo. i medici, invece, rispondono che la città avrebbe bisogno di almeno cento posti-letto. quindi il quadruplo della disponibilità offerta.

Sulla base di queste analisi si fonda l'iniziativa del governo sabaudo di inviare a Vigevano nel luglio del 1768 il segretario della regia giunta sopra le opere di carità di Torino, Felice Viretti, già sottosegretario della (.congregazione primaria generalissima di carità di Torino, al fine di organizzare l'istituzione di una nuova congregazione di carità che, sull'esempio di simili istituzioni sparse nello stato, concentri e gestisca tutte le opere pie. monsignor Scarampi, vescovo di Vigevano, coinvolto quale futuro direttore della congregazione, propone una soluzione che verrà completamente accolta solo sessant'anni dopo. considerata l'eterogeneità dei servizi offerti e la conseguente necessità di dare la formazione più idonea agli amministratori, il vescovo indica quale soluzione la creazione in Vigevano di due distinte congregazioni:la prima destinata alla gestione dei tre ospedali e della farmacia (con funzioni quindi di assistenza medica), la seconda ad assistere la "mendicità sbandita-, cioè gli anziani poveri inabili al lavoro, gli orfani. le ragazze nubili povere, gli esposti, radunando le rendite e le competenze elemosiniere sparse fino a quel momento fra vari istituti pii".

Forse per le difficoltà oggettive, vista la notevole frammentazione delle opere pie da riunire, la soluzione della doppia congregazione proposta dallo Scarampi viene respinta da parte del presidente del supremo consiglio di Sardegna, Niger, e del segretario della congregazione primaria generalissima di carità di Trino. Cotti di Brusasco; si preferisce invece istituire un'unica congregazione di carità clic concentri in sé tutti i pii istituti esistenti.

Sentito il parere del segretario Viretti e del vescovo Scarampi, il re di Sardegna Carlo Emanuele III il 22 luglio 1768 emana le regie patenti con le quali "erigge nella città di Vigevano una congregazione di carità per l'amministrazione de' beni, e rendite di tutte le opere pie di pubblica beneficenza che si trovano instituite. o si instituissero pel soccorso, e mantenimento de' poveri tanto sani, che intera): lo scopo, come espresso nel preambolo delle patenti, è quello di fissare "un buon sistema e regolamento per esse opere pie'', di giungere insomma a una più efficiente gestione e organizzazione. la nuova congregazione assume l'amministrazione di beni e rendite di tutte le opere pie già presenti, e di quelle che saranno istituite, finalizzate al soccorso e all'assistenza dei poveri, sia sani che malati. essa è costituita da un numero massimo di venti persone, alcune delle quali "membri nati", cioè di diritto, altri nominati. i membri di diritto sono: il vescovo, la prima dignità del capitolo dei canonici, il pretore e i due consoli della città, il priore e il primo sindaco della confraternita del santissimo sacramento e sei eredi e amministratori delle opere pie annesse, per un totale di tredici persone. i rimanenti sette vengono nominati dai "membri nati" e restano in carica per un massimo di tre anni. le patenti prevedono inoltre che il numero degli ecclesiastici non possa essere superiore a un terzo dei componenti.

la prima riunione della neonata congregazione avviene il 26 agosto del 1768, all'interno del palazzo vescovile. oltre al vescovo, partecipano don Taglietta, parroci di sant'Ambrogio e canonico, il pretore Prevenno, i due consoli cittadini Portalupi e Morselli, Cattaneo e Fusi, rispettivamente priore e sindaco della confraternita del santissimo sacramento, Merula e Biffignandi, a loro volta priore e sindaco della confraternita della concezione, amministratrice della speziaria dei poveri. Marchesotti. amministratore del luogo pio della carità, colli, amministratore del legato colli, e due Ferrari scelti fra i cinque erogataci dell'ospedale di santa Marta. al fine di completare il numero di venti membri, la congregazione decide di chiamare a fin- parte del nuovo consiglio altri due membri della confraternita della concezione, il vicario generale croce, e i laici Giacomo Antonio Morselli. Vincenzo Negrone, Domenico Deomini e Giovanni Battista Contardini. ancora in questa prima seduta vengono lette le regie patenti di Carlo Emanuele e un biglietto, sempre a firma del re e indirizzato al vescovo, nel quale il sovrano chiede ai membri della neonata congregazione di carità di collaborare con Viretti affinché l'istituzione possa iniziare quanto prima a operare; ma soprattutto sollecita. per prima cosa, di accertare con precisione i beni e i redditi delle varie opere pie. esaminando con attenzione documenti, scritture, registri. raccomanda anche di procedere alla riscossione di eventuali crediti e al recupero di beni eventualmente venduti senza autorizzazione. si tratta quindi di iniziare una precisa e rigorosa attività volta prima di tutto a conoscere l'importo esatto dei beni della congregazione e al recupero di quanto dovuto, preliminare essenziale per poter pianificare e programmare ogni intervento a sostegno della "mendicità sbandita". del fin dalle prime riunioni si pone il problema della necessità di aumentare il numero degli assistiti: nella seduta del 19 settembre 1768, per la prima volta, i consiglieri approvano la nomina di un ingegnere, incaricato della stesura di un progetto per la costruzione di un nuovo e capiente ospedale". in attesa della redazione del progetto e della costruzione del nuovo nosocomio, decidono anche che i letti degli ospedali di santa Marta e della concezione vengano portati presso l'ospedale del santissimo sacramento, che dovrà essere adeguatamente attrezzato.

La congregazione di carità è attiva regolarmente per una trentina d'anni, fino al 1799. quando il Piemonte, e quindi Vigevano, passano sotto la prima dominazione francese. infatti, il 26 piovoso dell'anno 7° repubblicano, corrispondente al 14 febbraio 1709, un decreto della municipalità di Vigevano sopprime la congregazione, e al suo posto istituisce una commissione per l'ospedale dei poveri infermi, che agisce sotto la direzione del comitato di beneficenza istituito dalla municipalità stessa". la commissione è composta da sette membri e ha il compito di amministrare le spese per i malati, i ricoveri, insomma la corretta gestione del nosocomio. secondo le regole stabilite da un regolamento interno redatto in tredici punti. pochi mesi dopo, anche la commissione voluta dalla municipalità è travolta dagli eventi storici; con la momentanea restaurazione portata dagli eserciti austro-russi, infatti. il 17 giugno dello stesso 1799 viene ristabilita la precedente congregazione di carità, che torna a riunirsi sotto la direzione del vescovo Scarampi. la prima deliberazione riguarda la verifica di quanto operato dalla soppressa commissione e, ovviamente, la disponibilità economica della cassa dell'ospedale.

La ricostituita congregazione di carità ha vita breve; con la definitiva vittoria del Bonaparte a marengo si ricostituisce la repubblica cisalpina, e anche a Vigevano insedia la nuova municipalità. fra i primi atti della nuova amministrazione si annovera. il 23 novembre 1800, lo scioglimento della congregazione, e la ricostituzione della commissione  creata il 14 febbraio 1799 fra le motivazioni che giustificano tale decisione c'è l'opportunità che un numero ristretto di persone decida delle attività assistenziali (ricordiamo che la vecchia congregazione era costituita da venti persone); l'idea che sia compito e dovere della municipalità sorvegliare sul buon andamento delle opere pie; la constatazione clic l'organizzazione della vecchia congregazione non è più al passo con i tempi. come già la precedente, anche la ricostituita commissione è formata da sette persone, sotto la direzione del comitato di beneficenza municipale»).

Pochi :inni dopo, un decreto reale del 21 dicembre 1807 ordina la ricostituzione delle congregazioni di carità in tutto il regno d'Italia, pur con molte differenze rispetto alle omonime istituzioni sabaude del secolo precedente. Infatti, prima di tutto si prevede clic esse siano divise in varie commissioni, qualora esistano diverse opere pie: la prima commissione si deve occupare degli ospedali, la seconda di ospizi e orfanotrofi, la terza di elemosine e monti di pietà. si può notare, per inciso, che la suddivisione di competenze instaurata è molto simile a quanto già proposto dal vescovo di Vigevano, monsignor Scarampi, al momento della costituzione della congregazione di carità vigevanese nel 1768.

Il decreto del 1807 prevede che ogni commissione, formata da tre persone, si debba occupare del buon andamento delle opere pie da essa amministrate, e faccia sempre capo alla congregazione. i membri di quest'ultima si alternano, ogni tre settimane, all'interno delle varie commissioni. la gestione finanziaria è unica per tutta la congregazione, come unico deve essere l'archivio nel quale conservare tutte le carte, tenendo rigorosamente suddivisi i documenti dei vari istituti.

anche Vigevano si deve adeguare.

Viene ricostituita quindi la congregazione di carità, che si organizza secondo un piano suddiviso in trentasei punti approvato nella seduta dell'8 agosto 180811. come previsto dalla nuova normativa, la congregazione viene suddivisa in due commissioni: la prima amministra l'ospedale e il monte di pietà, la seconda l'orfanotrofio Riberia e la distribuzione delle elemosine. i sei membri vengono scelti dal presidente della congregazione, il podestà di Vigevano. una successiva disposizione governativa, con decreto reale del 28 dicembre 1811, stabilisce che i membri eletti delle congregazioni rimangano in carica per un massimo di tre anni. in questi turbolenti primi anni del XIX secolo non c'è pace per la nostra congregazione di carità. con la sconfitta di Bonaparte e il ritorno in Piemonte del governo sabaudo, tutte le istituzioni pubbliche napoleoniche sono abolite, e restaurate quelle precedenti. una regia patente del re Vittorio Emanuele, datata 31 dicembre 1814, ristabilisce a Vigevano la vecchia congregazione di carità del 1768, formata da venti persone, compresi gli aventi diritto e gli altri nominati, esattamente conte era organizzata la prima.

I tempi erano però ormai cambiati rispetto al 1768, e soprattutto era cambiata la struttura amministrativa provinciale. Vigevano rimane capoluogo della provincia del vigevanasco ancora per pochi anni, fino al 1818, quando il territorio vigevanese viene annesso alla provincia di lomellina con capoluogo mortara.

Dal momento di questa annessione inizia una lunga serie di scontri e polemiche fra gli amministratori di Vigevano e quelli di mortara su quale deve essere la sede della provincia, che comunque fino all'unità d'Italia rimane a mortara. questa torte rivalità investe anche le congregazioni di carità, in quanto quelle che avevano sede nei capoluoghi diventano congregazioni generali provinciali, con compiti di direzione sulle opere pie di tutta la provincia. in lomellina si ritrovano due congregazioni, a Vigevano e a mortara, entrambe definite "provinciali" ma con una certa ambiguità sulle zone di competenza; addirittura entrambe richiedono di essere considerate l'unica congregazione provinciale, con competenza sull'altra. tale ambiguità si protrae fino al 1825, quando il governo stabilisce le reciproche zone di spettanza: la congregazione provinciale di Vigevano si interesserà delle opere pie poste a Vigevano e nei paesi un tempo facenti parte della vecchia provincia del vigevanasco, quella di mortara avrà autorità su tutti gli altri istituti della provincia. insomma, quella di Vigevano è istituzione anomala, che svolge le funzioni di amministratrice per le opere pie in città, e di -provinciale- sui seguenti istituti: a Gambolò l'ospedale sant’Arcangelo e l'opera pia magnano Minchiotti; a Robbio l'ospedale degli infermi, l'ospedale di sant'Antonio e le opere pie cova, Montalenti, Bianchi, Colonna e Lampo; a Cassolnovo l'opera pia Cattaneo e i legati pii Bertaccini, Repossi, Morselli; a Gravellona il luogo pio Bellini. non risultano invece pii istituti a Nicorvo, Confienza, Frascarolo.

Invece la congregazione di Vigevano svolge l'effettivo compito di -provinciale" per quanto riguarda il ricovero e l'assistenza degli esposti.

 

Finalmente. nel 1838 si porta a compimento quanto monsignor Scarampi aveva proposto fìn dal 1768, e che in parte era già stato attuato per pochi anni nel 1807. infatti. con regio brevetto del 20 marzo 1838, re Carlo Alberto ordina la suddivisione delle competenze della congregazione di carità di Vigevano, suddivisione che si è poi mantenuta fino quasi ai giorni nostri. nel decreto di Carlo Alberto si riconosce l'effettivo ruolo provinciale svolto dalla congregazione di carità di Vigevano tino a quel momento, la si riconferma in questo ruolo e denominazione. con competenza sui luoghi che facevano parte dell'antica provincia del vigevanasco. il brevetto prevede poi clic la congregazione cessi l'amministrazione dell'ospedale e gli altri istituti pii cittadini, mantenendo solo le incombenze previste per le altre congregazioni dello stato, e precisamente la distribuzione di elemosine, di doti e di sussidi vari i". il numero dei membri di questa congregazione provinciale resta fissato a venti, dei quali cinque di diritto, ovvero il vescovo o il suo vicario generale, il prevosto del capitolo della cattedrale, il prefetto del tribunale, il sindaco e il primo consigliere' della città; gli altri quindici sono invece elettivi, compresi i direttori nominati dai vari istituti pii. per la conduzione dell'ospedale e delle opere pie finalizzate all'assistenza e al ricovero dei poveri, invece, viene creata una nuova commissione .amministratrice dell'ospedale e istituti annessi. al vescovo vengono riservati compili definiti "ispettivi", mentre il numero di membri effettivi di questa commissione viene fissato in quattordici più un presidente, di questi quattordici, la metà sono "membri di diritto: il sindaco della città, uno dei parroci. e cinque rappresentanti dei benefattori e fondatori delle varie opere pie come l'ospedale di santa Marta, l'ospedale della concezione, l'opera pia poveri, l'orfanotrofio Merula e l'opera pia Deomini. gli altri sette e il presidente sono invece elettivi: il presidente è di nomina regia, i membri vengono a loro volta nominati dal primo segretario regio su segnalazione della commissione.

Dal 1838. dunque. le competenze relative all'assistenza a poveri e bisognosi vengono definitivamente divise. si formano di conseguenza anche due archivi ben distinti. i documenti della congregazione di carità dopo il 1838 costituiscono un fondo documentario a se': il suo archivio è costituito da 96 faldoni e registri, con materiale fino al 193749. le carte della commissione amministratrice dell'ospedale e istituti annessi, invece, continuano a confluire nell'archivio dell'ospedale, dove sono conservate tuttora. l'archivio storico dell'ospedale è di notevole ricchezza ed interesse; consta di 657 faldoni e circa 1230 registri, con documentazione dal 1363 al 1981.all'interno del fondo si trovano documenti provenienti da enti e istituti diversi precedenti l'istituzione della congregazione di carità. per la maggior parte si tratta di materiale mai studiato e quindi ancora tutto da valorizzare; come per gli archivi degli istituti annessi, si dispone di un inventario sia cartaceo che informatizzato.

 

Gli istituti pii e le aggregazioni di opere pie amministrate dalla congregazione di carità

 

L'esposizione segue l'ordine cronologico di creazione dei singoli istituti e delle diverse aggregazioni.

 

1. Casa della carità, poi Pio Istituto Poveri e istituto De Rodolfi

 

Se i tre ospedali cinquecenteschi avevano il compito di assistere e curare i poveri ammalati, in Vigevano si sentiva molto forte anche l'esigenza di distribuire pane ed elemosine ai molti indigenti, che sappiamo costituire una rilevante percentuale della popolazione complessiva.

per questo motivo Cristoforo Rodolfi, nato nel 1451 da una delle famiglie più in vista e nobili di Vigevano, con testamento del 1535 lascia tutti i suoi beni alla costituenda casa della carità dei poveri di cristo, da fondare nella sua casa di agitazione presso porta san martino, di fronte alla chiesa di san bernardo. non si tratta di un ospedale o di una casa di ricovero, bensì di un luogo di distribuzione di elemosine e pane. sappiamo che nel corso dei secoli la sede dell'istituto è cambiata più volte, e che l'amministrazione del patrimonio lasciato dal fondatore fu sempre assai deficitaria e lacunosa, visto che non esistono registri di tesoreria, elenchi di debitori e dei beni, verbali dei curatori''. anche la giunta straordinaria nominata nel 1832 rileva l'assoluta impossibilità di verificarne i conti per il periodo anteriore al 1768, stante l'assoluta mancanza di documentazione. nel 1768 l'amministrazione di guanto rimaneva della casa passa alla neonata congregazione di carità, che associa altri legati finalizzati alla distribuzione di pane ed elemosine. nel 1832 la casa della carità si trasforma in pio istituto dei poveri e inizia ad accogliere e assistere anziani malati. si trasforma cioè da semplice opera pia di distribuzione di elemosine in vera e propria casa di ricovero, collocata in una manica del terzo cortile dell'ospedale c in grado di ospitare settanta anziani poveri inabili al lavoro e privi di assistenza famigliare. nel 1908 il pio istituto si insedia in una nuova e autonoma sedei nel 1966 assume l'attuale denominazione di istituto de Rodolfi e dal 1973 inizia a gestirsi in modo autonomo dalla commissione amministratrice dell'ospedale, assumendo inoltre l'amministrazione di altre opere pie ormai in stato di decadenza e abbandono: l'orfanotrofio Merula, il Riberia, il Deomini, il Mercalli, le Doti.

Nel 1983 l'istituto de Rodolfi e le opere pie annesse vengono estinte e diventano di proprietà connmale51. l'istituto de Rodolfi continua tutt'oggi l'attività di ricovero e assistenza.

archivio del pio istituto poveri è costituito da 83 faldoni e da circa 500 registri".

 

2. Spezieria della carità

 

Altra opera pia inglobata nel 1765 dalla congregazione di carità e la spezieria della carità, o della concezione. con due testamenti, il primo del 30 maggio 1605 e il secondo del 18 aprile 1614, e con successivi codicilli, Giovanni Francesco Garone nomina suo crede universale la confraternita dell'immacolata concezione di Maria, eretta nella chiesa di san Francesco, con l'obbligo di istituire e mantenere in perpetuo una "spezieria ossia bottega pubblica di cose medicinali." una farmacia, diremmo oggi a favore dei poveri, chiamata spezieria della concezione, dotata di medicine e di un farmacista idoneo"La spezieria, clic inizia a svolgere il proprio compito assistenziale nel 1627, ha una serie di obblighi particolari: deve cioè in primo luogo fornire gratuitamente medicinali ai poveri infermi consanguinei del fondatore, ai poveri infermi ricoverati nell'ospedale del santissimo sacramento, a tutti i poveri infermi di Vigevano in base alle possibilità, ai frati infermi di alcuni conventi cittadini". deve inoltre fornire medicinali al prezzo di costo agli infermi degli ospedali delle sante Maria e Marta e dell'immacolata concezione nonché ai religiosi infermi degli altri conventi cittadini'".

Con i redditi rimanenti, la confraternita della concezione deve provvedere a distribuire dodici doti annue a povere fanciulle vigevanesi "di buona voce e fama". il testamento non dice dove la spezieria fosse collocata, ma le fonti storiche vigevanesi ci informano che si trovava nei pressi della chiesa di san Francesco, in un edificio che sulla facciata recava una lapide in ricordo del benefattore'`). della storia di questa opera pia fino al 1768 si sa poco, anche perché l'unica documentazione rimasta è costituita da un pur interessante registro di tesoreria della confraternita della immacolata concezione, dal 1626 al 1766, che riporta conti anche della farmacia amministrata dalla confraternita; esso è conservato all'interno dell'archivio storico dell'ospedale. sempre dalla già citata giunta straordinaria del 1832. comunque, veniamo a sapere che il patrimonio della spezieria nel 1768 era molto esiguo, nemmeno 20.000 lire di Piemonte, contro le circa 60.000 lire degli ospedali della concezione e delle sante Maria e Marta, e le quasi 610.000 lire dell'ospedale del santissimo sacramento.

 

3. Legato Colli

 

L'ultima opera pia conglobata nel 1768 nella congregazione di carità è il legato colli detto dei poveri di cristo, del quale si fa menzione nell'atto istitutivo della congregazione ma che non è mai nominato nelle relazioni e nei documenti dell'epoca. probabilmente si tratta del lascito di Giovanni Francesco Colli, il quale nel 15999) lascia alla confraternita del santissimo sacramento, in cambio di messe perpetue in suffragio. due case poste in porta ducale lungo la contrada di Predalate, nella zona dell'attuale piazza sant'Ambrogio, con obbligo di distribuzioni elimosiniere.

 

4. Monte di pietà

 

Oltre alle opere pie esistevano a Vigevano anche altri istituti che non vengono subito assorbiti nel 1768 dalla congregazione di carità, ma mantengono ancora per qualche anno una gestione autonoma.

Il primo di questi è il Monte di Pietà. istituito dal governatore dello stato di Milano Alfonso d'Avalos d'Aquino nel 1543. scopo dell'istituto, voluto da un gruppo di cittadini vigevanesi e modellato sull'esempio di quello di Milano, era il prestito di denaro contante a interessi modici, in modo che la cittadinanza non dovesse ricorrere all'usura dei banchieri ebrei. statuti molto particolareggiati, approvati anch'essi da Alfonso d'Avalos, prescrivono le modalità della gestione del monte, dell'erogazione dei prestiti e della consegna dei pegni; il monte viene amministrato da sei cittadini vigevanesi di buona fama, scelti da un collegio di diciotto persone i loro volta nominate da nove confraternite vigevanesi nello stesso anno, il pontefice Paolo autorizza la costruzione di una chiesa quale sede del monte di pietà, intitolata alla natività della beata vergine Maria, dotandola di alcune indulgenze ripetute poi negli            questa chiesa, a causa dello stato di decadenza e abbandono, nel 1558 verrà sconsacrata.

Il Monte di Pietà mantiene una gestione autonoma fino al 1811, quando passa sotto il controllo della congregazione di carità. con regio decreto del 4 settembre 1857 al monte di pietà viene unita la neonata cassa di risparmio di Vigevano, amministrata anch'essa dalla commissione amministratrice dell'ospedale e istituti annessi, con sede in un locale al piano terreno del primo cortile dell'ospedale; con il passare degli anni il monte finisce per perdere importanza e scopo, tanto che pio volte se ne propone la soppressione, fino al 1952 quando viene definitivamente incorporato nella cassa di risparmio".

 

Del Monte di Pietà è conservato un interessante archivio, costituito da 14 faldoni e 315 registri, fra i quali gli elenchi degli amministratori dal 1540 al 1566,1e delibere dal 1639 al 1807, registri di tesoreria, mastri, bilanci e conti di cassa dal 1600 al 1939'.

 

5. Orfanotrofio Riberia

 

L'ultima opera pia esistente a Vigevano prima del 1768 è l'orfanotrofio Riberia. si tratta di un orfanotrofio per povere fanciulle, costituito nel 1729 da Agnese Riberia Castiglia. la fondatrice è la figlia di Andrea governatore e castellano di Vigevano, nonché vedova di Michele Lanzi, che invece era stato membro del supremo consiglio d'Italia a Madrid. oltre alle consuete clausole testamentarie, donna Agnese nomina erede universale la "casa da me construtta per le sudette povere orfanelle sita nella presente città di Vigevano"; ordina che in questa casa, già costruita e attiva al momento del testamento, siano mantenute in perpetuo dodici ragazze, affiancate da una maestra che insegni loro a lire lavori "che siano di utile, e profittevoli"; l'età minima per l'ammissione deve essere compresa fra i nove e i dodici anni; le ragazze devono essere ''nate da legittimo matrimonio, native della città di Vigevano... in pericolo della loro pudicizia" e vengono ospitate finché non raggiungono l'età da marito, intorno ai vent'anni, quando vengono fornite di dote.

La congregazione incaricata della gestione del luogo pio é formata dall'abate del collegio dei giusperiti di Vigevano, in qualità di capo. e dai priori delle confraternite cittadine di san Dionigi, santa Maria del popolo, san Cristoforo, santa Maria Maddalena e sant'Andrea. la sede del luogo pio è in contrada Strata, l'odierna via Cairoli, nei pressi della porta sotto la strada coperta che conduce in castello, ed è costituita da una chiesa dedicata alla presentazione della beata vergine, da un edifici e un giardino.

L'orfanotrofio ha fin da subito vita difficile, in quanto, quale erede universale di Agnese Riberia, eredita anche una serie di obblighi e legati, soprattutto verso il monastero domenicano dell'assunta, nel quale la benefattrice era stata sepolta. la situazione e tanto problematica che nel 1681 tutte le entrate dell'orfanotrofio stesso vengono assegnate al monastero sino al saldo dei debiti; in seguito le spese per il mantenimento delle orfane sono assunte dal monastero.

nel 1799 viene sciolta la vecchia congregazione che amministrava l'orfanotrofio, e nominata al suo posto una speciale commissione formata da cinque cittadini, della quale abbiamo i verbali fino al 1807. in quegli stessi anni, al fine di fornire loro un'adeguata educazione e controllo, le orfane vengono spostate presso il convento femminile della carmelitane scalze dei santi Giuseppe e Teresa, nell'attuale via Riberia. Il monastero possiede spazio a sufficienza visto l'esiguo numero di suore; le monache carmelitane inutilmente si oppongono e chiedono che le orfanelle vengano riportate nella loro vecchia sede. nel 1807 l'amministrazione dell'orfanotrofio passa direttamente sotto il controllo della congregazione di carità; nel 1810 il convento dei santi Giuseppe e Teresa viene soppresso, come tutti gli altri conventi cittadini, e l'immobile' resta unicamente sede dell'orfanotrofio, dopo molti interventi di ristrutturazione e adattamento". nel XX secolo l'orfanotrofio è ormai in piena decadenza. nel 1973 l'amministrazione passa all'istituto de Rodolfì. nel 1983 l'opera pia viene definitivamente sciolta. anche l'orfanotrofio Riberia possiede un ricco archivio depositato presso l'archivio storico comunale, costituito da 53 faldoni e da circa 46(1 registri di contabilità e bilanci.

 

6. Il concentramento del 1799

 

Prima di passare all'analisi degli altri istituti, per motivi di ordine cronologico è necessario trattare del concentramento di opere pie attuato nel 1799, quando è attiva la prima commissione per l'ospedale dei poveri infermi. il 2 ventoso dell'anno 7° repubblicano - il 21 febbraio 1799, quindi solo sei giorni dopo l'istituzione della commissione stessa - la municipalità di Vigevano sopprime ben dodici consorzi che avevano sede presso le varie chiese cittadine; l'amministrazione dei beni e la distribuzione delle varie prestazioni risultano ora a carico della commissione'. tale soppressione viene poi confermata il 23 novembre 1800 e il 15 settembre 1802. i consorzi soppressi sono quelli del santissimo sacramento in cattedrale; san Giuseppe della buona morte nella chiesa di san Paolo; l'opera pia Cattanea amministrata dalla congregazione di san Carlo; l'immacolata concezione nella chiesa di san Francesco; san Giuseppe e l'addolorata nella chiesa della madonna dei Sette Dolori; la madonna della pace nella omonima chiesa nella valle del Ticino, detta anche di san Giovanni; santa croce, il santissimo rosario e il santissimo nome di Gesù nella chiesa di san Pietro martire; l'opera pia parca amministrata dalla confraternita del popolo; la beata vergine nella chiesa di santa Maria del popolo; la beata vergine dell'abito nella chiesa della misericordia dei padri serviti; il cuore di Maria nella chiesa di sant'Andrea; l'amministrazione delle sostanze della fabbrica del duomo. quest'ultima è poi ripristinata il 12 settembre 1807.

Di alcuni di questi consorzi è conservata anche la documentazione superstite presso l'archivio storico dell'ospedale, in prevalenza registri di tesoreria''.

 

7. Orfanotrofio Merula

 

Il primo istituto pio fondato nel XIX secolo dopo l'istituzione della congregazione di carità è l'orfanotrofio Merula. a Vigevano mancava un orfanotrofio che si occupasse degli orfani maschi poveri; per colmare questa lacuna il sacerdote Giovanni Merula, a imitazione dell'orfanotrofio femminile fondato da Agnese Riberia, nel 1809 propone alla congregazione di carità di istituire un orfanotrofio maschile, in grado di ospitare sei minori, impegnandosi a versare delle somme annuali per il loro mantenimento. il pio istituto viene ufficialmente istituito con un decreto del viceré d'Italia del 7 marzo 1809; la proposta di Merula viene accettata dalla congregazione di carità il 18 marzo delle stesso anno, contestualmente all'istituzione, quale sede viene assegnata una parte dell'ex monastero delle domenicane dell'assunta, che era stato soppresso poco prima. l'apertura ufficiale del nuovo orfanotrofio data all'8 ottobre dello stesso 1809. Giovanni Merula, morto nel 1813, con testamento dell'8 aprile 1809 e successive modifiche e integrazioni del 17 febbraio e 3 novembre 1812 nomina suo crede universale l'orfanotrofio aumentando il numero dei minori ricoverati da sei a dodici, e prevedendo, con l'eventuale reddito rimanente, il ricovero presso l'ospedale di un numero di anziani poveri appropriato alle risorse; gli assistiti sono da segnalarsi a cura dei parroci della città". nel corso degli anni si aggiungono molti altri lasciti, ognuno con disposizioni differenti riguardo alle modalità di nomina degli orfani beneficiati, come si può vedere dalla documentazione pervenuta e dai vari regolamenti approvati. dopo la seconda guerra mondiale l'orfanotrofio Merula cessa di funzionare, l'immobile viene affittato per attività commerciali e in parte trasformato in alloggi residenziali, ma il forte degrado obbliga il comune di Vigevano, all'inizio degli anni novanta del XX secolo, a intervenire. dopo alcuni anni di lavori, ora l'immobile è sede dell'archivio storico comunale. si può dunque dire che l'archivio del fondo Merula è ora tornato "a casa".

Come il Riberia, anche il Merula è amministrato dalla commissione amministratrice dell'ospedale fino al 1973, quando passa sotto la gestione dell'istituto de Rodolfi; nel 1983 è sciolto e i suoi beni, fra cui, abbiamo visto, la sede, passano al comune.

 

8. Ospizio degli Esposti

 

I bambini nati a Vigevano e nelle località della provincia, non riconosciuti o abbandonati al momento della nascita, venivano portati all'ospedale maggiore di Novara. al fine di risparmiare sui notevoli costi di trasporto. ed evitare il pericolo di morte dei piccoli durante il tragitto, il 23 agosto 1819 l'intendenza della provincia di lomellina - che, ricordiamolo, aveva sede a mortara - istituisce un brefotrofio provinciale, amministrato dalla congregazione di carità di Vigevano. tale brefotrofio viene eretto in ente morale con la regia patente del 15 ottobre 1822; a partire dal 1874 assume la denominazione di ospizio degli esposti. le rendite sono assicurate da rimborsi a cura dell'intendenza provinciale e da lasciti generici. elemosine e donazioni varie. Sono ammessi bambini abbandonati dei quali non si conosce la provenienza, infanti illegittimi non riconosciuti, infanti riconosciuti ma i cui genitori non sono in grado di provvedere al loro sostentamento. questi bambini vengono assistiti in ospedale o affidati a balie, si prevede anche la possibilità di un affido presso famiglie idonee, anche tino a diciotto anni per le femmine.

L'archivio dell'ospizio degli esposti consta di 35 faldoni e di circa 460 registri. insieme ad esso si conserva un cofanetto con alcune decine di medagliette e santini, spesso divisi a metà, che venivano lasciati ai bambini esposti per favorire un eventuale futuro riconoscimento.

Nel 1973 l'amministrazione è passata di competenza all'amministrazione provinciale di Pavia.

 

9. Opera pia delle Doti

 

La congregazione di carità, fin dalla stia creazione nel 1768, si era trovata amministrare alcuni legati relativi alla distribuzione di doti a povere fanciulle: ulteriori distribuzioni dotali erano poi di competenza di altre opere pie. quali l'eredità Garone della spezieria della concezione o lo stesso orfanotrofio Riberia clic doveva dotare le giovani ivi ospitate quando raggiungevano l'età da marito. un forte impulso alla riorganizzazione nell'attività di distribuzione delle doti è conferito dall'eredità di Francesco Cocc'ordino, che nel 1820 lascia una cospicua somma alla congregazione di carità col fine di distribuire il maggior numero di doti possibile in base al ricavato dei beni destinati. al lascito Cocc'ordino seguono altri legati per tutto il XIX secolo: ogni legato possiede procedure diverse per quanto riguarda la scelta delle giovani da dotare.

Per organizzare meglio e più razionalmente l'attività prevista dai vari legati. la commissione amministratrice dell'ospedale nel 1840 concentra tutti i lasciti nell'unica opera pia delle doti, amministrata da un direttore con il compito di raccogliere tutte le domande e la relativa documentazione, nonché di provvedere alla distribuzione delle doti rese possibili dai bilanci.

l'attività di distribuzione dotale cessa all'inizio del XX secolo; i redditi dei vari lasciti sono invece utilizzati per sussidi baliatici a favore dell'infanzia, specialmente agli orfani di guerra.

l'amministrazione di questa opera pia nel 1973 passa dalla commissione amministratrice dell'ospedale all'istituto de Rodolfi, nel 1983 l'opera pia viene sciolta. l'archivio dell'opera pia delle doti consta di 10 faldoni e di circa 400 registri.

 

10. Opera pia Deomini

 

Vincenzo Deomini è un avvocato vigevanese molto impegnato nell'attività sociale c assistenziale cittadina: infatti è membro della congregazione generale provinciale  di Vigevano nonché priore della già più volte citata confraternita del santissimo sacramento.. Deomini ha a cuore in modo particolare l'educazione infantile dei figli di famiglie' povere, educazione sia scolastica sia religiosa. per questo motivo il 18 aprile 1833 fonda l'opera pia Deomini per l'istruzione della mendicità, che poi nomina erede universale con testamento del 31 maggio 1836.

L'istituzione dell'opera pia viene confermata il 21 aprile della stesso 1833 dalla regia patente di re Carlo Alberto. l'opera non ha gestione autonoma, ma è aggregata al pio istituto poveri: il suo primo direttore è infatti Giovanni Battista Vandone. che è anche direttore del pio istituto. quale sede della scuola vengono scelti alcuni locali dell'orfanotrofio Merula, quali insegnanti si chiamano invece i fratelli delle scuole cristiane di Torino, che rimangono fino al 1866. già nel successivo anno 1834 la scuola apre con circa 150 bambini, ma l'inaugurazione ufficiale e nel settembre del 1840, anno in cui gli alunni sono suddivisi in due sezioni in base all'età, dai tre ai sei anni e dai sette ai nello stesso 1540 l'amministrazione passa sotto il controllo della commissione amministratrice dell'ospedale. che l'istituto fosse all'avanguardia per quanto riguarda i principi pedagogici e provato dalla visita all'opera pia compiuta già nel 1841 da Ferrante Aporti. al quale il fondatore sappiamo che si era ispirato.

Nel 1877 le scuole infantili vengono convertite in asilo infantile, grazie anche a una serie di convenzioni con il comune di Vigevano; per tutto il XIX secolo inoltre la dotazione economica si arricchisce di una lunga e generosa serie di lasciti di vari benefattori. la sede dell'istituto Deomini resta presso l'orfanotrofio Merula fino al 1935, quando vengono inaugurati nuovi e più capienti locali in viale sforza. presso la casa della madre e del bambino.

Come per gli altri pii istituti visti in precedenza, nel 1973 l'amministrazione passa dalla commissione amministratrice dell'ospedale all'istituto de Rodolfì; nel 1973 l'opera pia viene sciolta.

L'archivio dell'opera pia Deomini consta di diversi faldoni e di circa 600 registri.

 

11. Opera pia Basletta

 

Pochi anni dopo l'opera pia Deomini, a Vigevano viene fondata l'opera pia Basletta. fondatore è il notaio Francesco Basletta, clic con testamento del 14 ottobre 1839 istituisce questo pio istituto che ha il compito di occuparsi della cura spirituale degli anziani poveri ricoverati presso il pio istituto. a tal fine si prevede uno stipendio per un sacerdote che funga da rettore spirituale il religioso deve risiedere all'interno del pio istituto ed è alle dipendenze del direttore dell'istituto stesso. la fondazione viene approvata con regio biglietto del 18 aprile 1543. l'opera pia Basletta fin dalla nascita viene amministrata dalla commissione amministratrice dell'ospedale, ma non ha vita autonoma molto lunga. già dal 1866, infatti, inizia la pratica per il suo concentramento presso il pio istituto poveri; tale concentramento è ostacolato dall'erede Girolamo Basletta, nipote del fondatore, col quale inizia una lunga causa alla fine, nel 1891, il concentramento diventa operativo. l'assistenza spirituale è denunciata al rettore dell'istituto, neutre i fondi della Basletta sono utilizzati per istituire due nuove "piazze" gratuite per povera anziani, una maschile e una femminile.

 

12. Opera pia Mercalli

 

Come già avvenuto con Vincenzo Deomini, che nel 1836 aveva fondato un istituto per l'assistenza e l'educazione dei bambini poveri dai tre ai dieci anni, anche Andrea Mercalli, con testamento del 24 agosto 1868, lascia tutti i suoi beni all'ospedale di Vigevano al fine di fondare un istituto che si occupi dell'assistenza ai bambini, appena svezzati e fino all'età di tre anni, figli di operaie addette alle filande, allora molto numerose in città. il lascito viene eretto in ente morale con regio decreto del 26 maggio 1870.

 

13 Opera pia Pisani

 

Pisani lascia erede testamentale l’ospedale di Vigevano per la costituzione di posti per ciechi e sordomuti della città e il sostegno per giovani artisti. entra in funzione nel 1877 e si fonde con l’ospedale nel 1893.

 

I BENEFATTORI

 

Giuseppe Maria Scarampi

 

Giuseppe Maria Scarampi fu il ventiduesimo vescovo di Vigevano dal 1757 al 1801. Nato a Cortemiglia in diocesi di Alba il 24 febbraio 1720, fu rettore del collegio delle province piemontesi prima e dell'università di Torino poi, elemosiniere e vicario generale della corte sabauda. Nel 1757 fu consacrato vescovo di Vigevano da papa Benedetto XIV su proposta di Carlo Emanuele III. La cerimonia di investitura si svolse a Roma in sant'Ignazio

A Vigevano si adoperò per la ristrutturazione del palazzo vescovile e per l'unificazione dei tre ospedali in un'unica sede. Lasciò erede di ogni suo bene la congregazione di carità.

Fu sepolto presso l'altare di san Carlo nella cattedrale, mentre il cuore e i precordi furono deposti nella chiesa dell'ospedale del santissimo sacramento. Di cui egli aveva posto la prima pietra nel 1771.

I resti, murati all'interno di una cassetta di legno, furono ritrovati accidentalmente nel 1912 e ricoverati nella chiesa del nuovo ospedale civile

 

Francesco Cattaneo

 

Francesco Cattaneo di Pietro Giorgio fu preposito della cattedrale. Con testamento dettato in data 11 giugno 1703 lasciò una cospicua somma di denaro all’ospedale del santissimo sacramento. . Dagli inventari risulta che egli possedeva una collezione di quadri sacri e di ritratti, messa all'incanto dopo la sua morte, che ebbe luogo il 30 settembre 1768.

 

Giovanni Battista Merula

 

Giovanni Battista Merula nacque nel 1729, figlio di Giovanni Stefano e Margherita Portaluppi, da una famiglia che vantava discendenza da Giorgio Merula, umanista  alessandrino del quattrocento, come lascerebbe supporre la presenza di un ritratto di quest'ultimo tra i quadri di casa Merula

Sacerdote, dottore in legge e cavaliere dell'ordine mauriziano fondò ancora in vita un' orfanotrofio maschile che doveva ripetere, dopo secoli di distanza, l'esempio di donna Agnese Riberia. L'istituzione fu approvata dal viceré Eugenio Beauharnais il 7 marzo 1809 . Il Merula morì il 25 gennaio 1813, lasciando tutti i suoi beni all'orfanotrofio con l’obbligo di ospitare dodici orfani.

 

Giovanni Antonio Cotta Morandini

 

Giovanni Antonio Cotta Morandini morì il 5 settembre 1827 a Parigi. Dove probabilmente svolgeva l'attività di banchiere. Nella capitale francese il 1° aprile 1822 aveva dettato il proprio testamento. Nel quale istituiva ospedale di Vigevano, sua città natale erede della terza parte delle sue sostanze. Il legato prevedeva la distribuzione di quattro doti a "povere ed oneste figlie da marito" e l'istituzione di un certo numero di letti per gli infermi .

 

Vincenzo Deomini

 

L'avvocato Vincenzo Deomini fu commissario di guerra del re di Sardegna, priore della compagnia del santissimo sacramento, membro della congregazione carità  provinciale e generale e infine sindaco di Vigevano. Nel 1833 fondò un'opera pia "per l'instruzione della mendacità, aggregata al pio istituto di ricovero, lavoro e soccorso per li poveri della città e territorio di Vigevano" (atto di fondazione in data 18 aprile 1833 e decreto firmato da Carlo Alberto il 20 aprile 1833 in asoc, opera pia Deomini . A partire dal 1877 l'opera pia Deomini svolse esclusivamente funzioni di asilo infantile (a. Colombo, Vincenzo Deomini e il suo "asilo d'infanzia" in Vigevano, Vigevano 1933). Con testamento del 31 maggio 1836 il Deomini dispose l'erezione di uno stabilimento per l'istruzione delle fanciulle povere, "che siano desse bene ammaestrate nella dottrina cristiana, nel leggere e scrivere, e nell'aritmetica almeno elementare, non che nelli mestieri femminili sì e come verosimilmente praticasi a riguardo delle orfanelle dell'orfanotrofio Riberia". Lasciò la sua ricca raccolta di "testi teologici e ascetici" al seminario vescovile, nel quale proprio in quegli anni monsignor Giovanni Battista Accusani aveva fatto ricostruire le sale della biblioteca . Morì il 19 giugno 1830.

 

Pio Vincenzo Forzani

 

Pio Vincenzo Forzani nacque a Mondovì il 19 luglio 1792 da agiata famiglia monregalese. Studiò presso il locale seminario diocesano, dove fu ordinato sacerdote nel 1815. Nello stesso anno conseguì la laurea in teologia a Torino e nel 1820 in utroque iure. Fu nominato rettore del seminario di Mondovì e quindi nel 1839 prese possesso della cattedra vescovile di Susa. Vescovo assistente al soglio pontificio dal 1840, fu trasferito a Vigevano nel 1844. Fece il suo ingresso in città il 3 maggio, accolto festosamente dalla popolazione che aveva collocato iscrizioni latine sulle porte, sulle chiese e sulle facciate dei principali edifici pubblici (iscrizioni esposte nella città di Vigevano in occasione del solenne ingresso di monsignore don pio Vincenzo Forzani vescovo di Vigevano, Vigevano 1844). Nel 1848 ricevette nel palazzo vescovile re Carlo Alberto, reduce dalle sconfitte dei sardo-piemontesi nella prima guerra d'indipendenza, episodio che gli valse il titolo di cavaliere dell'ordine mauriziano (c. Bindolini, pio Vincenzo Forzani. Un vescovo nel risorgimento, dattiloscritto, s.d., presso ascv, s.s.). Legò cospicue somme di denaro all'ospedale degli infermi e all'orfanotrofio riberia. Morì il 15 dicembre 1859.

 

Apollinare Rocca Saporiti

 

Il nome della famiglia saporiti è legato a quello della tenuta della sforzesca, la cui proprietà era stata ceduta dai napoleonici ad una banca di Lione nel 1796. Marcello Giuseppe Saporiti, marchese di Zolasco, appartenente alla vecchia aristocrazia repubblicana di Genova, entrò in possesso dell'azienda agricola di fondazione sforzesca nel 1803 per mandato della marchesa Spinola, che presto divenne sua moglie. Dopo la morte della Spinola, il Saporiti si sposò in terze nozze con la contessa Marianna vitale di Callières, figlia di un membro della corte di re Carlo Alberto. Egli promosse il rinnovo della sforzesca, portandola ad essere una grande e fiorente azienda agricola moderna, composta da ben cinque fattorie e comprendente i diritti sulle rogge e sui canali della zona. In breve tempo divenne il maggiore possidente del territorio, a fronte di una serie di piccoli o medi proprietari terrieri. Fu inoltre sindaco di Vigevano nel 1831 . Prima di morire, il 9 luglio 1840, associò nella gestione dei suoi beni il nipote conte Apollinare rocca di Reggio Emilia. Questi sposò la vedova dello zio, per sfuggire alle rivendicazioni che alcuni parenti genovesi del defunto marchese avevano avanzato sull'eredità. Nel 1852, in sua memoria, Apollinare fece collocare nella chiesa della sforzesca un grande monumento, opera dello scultore benedetto cacciatori, in cui si celebrava l'attività filantropica del marchese Marcello, "qui sfortiacam ac viglevanum amplissimis beneficiis exornavit" dal matrimonio nacquero tre tigli. Marcello. Alessandro e infine maria, la quale sposò il marchese Marcello Gropallo di Genova. Un ritratto alla famiglia rocca saporiti, eseguito da Giovan Battista Garberini nel 1849, si conserva tuttora in collezione privata. Apollinare Rocca Saporiti fu personaggio di spicco per molti aspetti. Acquistò palazzi e ville a Milano e sul lago di Como, fece costruire nella frazione della sforzesca un asilo e una scuola per i figli dei fattori e una nuova chiesa su progetto di Giacomo Moraglia

Su disegno dello stesso architetto fece erigere a Vigevano i due palazzi destinati a ospitare il collegio Saporiti, le scuole medie e, per breve tempo, un piccolo ateneo legale.  1935. Pp. 40-41, 48). Patriota, ospitò nel marzo 1849 Carlo Alberto con il suo stato maggiore. A commemorare tale evento Giovanbattista Garberini realizzò, su commissione del Rocca Saporiti, il grande dipinto raffigurante la battaglia della Sorzesca del 22 marzo 1849, presentato all'esposizione annuale di Brera nel 1859 .  Promosse borse di studio, bonifiche agrarie e attività imprenditoriali. Con testamento del 28 maggio 1870 istituì un'annualità per somministrare la minestra agli ospiti dell'asilo Deomini. Morì a Milano nel suo palazzo in corso di porta orientale il 10 febbraio 1880.

 

Domenico Pisani

 

Domenico Pisani nacque a Vigevano nel 1800 da Giovanni Battista e Maria Monti. Cavaliere della corona d'Italia e ufficiale dell'ordine dei santi Maurizio e Lazzaro, fu sindaco di Vigevano nel 1844-1845 e membro di diverse società promotrici delle belle arti, accademie agrarie e letterarie, opere di carità sia lombarde sia piemontesi. Sposò Adelaide Cornaggia Castiglioni, figlia del marchese Carlo Cornaggia Medici di Milano. Ebbero tre figli, tutti prematuramente scomparsi. Il cavalier Pisani morì il 9 marzo 1872.

Pisani, con testamento datato 4 aprile 1870, nominava erede universale di tutti i suoi beni l'ospedale di Vigevano, costituendo l'opera pia che porta il suo nome). Non mancò di beneficiare anche dopo la morte il pittore Garberini, suo protetto. Al quale lasciò una cospicua somma. Fra le altre lodevoli iniziative si anno vera l'istituzione di alcune -piazze, ovvero posti presso istituti di beneficenza di Milano, Lodi, Bergamo e Torino per ciechi e sordomuti nativi di Vigevano e per il mantenimento di uno scrofoloso presso un bagno marino. Due assegni annui inoltre destinati a garantire ai giovani poveri di Vigevano e territorio, che avessero manifestato doti artistiche, la frequenza ai corsi presso l'accademia di Brera e il conservatorio Giuseppe Verdi di Milano  sull'esempio del suo benefattore, anche il pittore garberini con testamento datato 29 marzo 1892 creava due borse di studio, di cui una per Brera, il cui conferimento spettava al consiglio amministrativo dei luoghi pii   grazie a questa borsa e al suo insegnamento presso l'istituto roncalli, il garberini contribuì in modo determinante alla formazione di una compatta e nutrita generazione di nuovi pittori vigevanesi.

 

Francesca Manara Negrone

 

Francesca Manara nacque a Albonese il 2 novembre 1831 da Giovanni e Maria Colli Cantone. Sposò in giovane età il commendatore Giovanni Battista Negrone, industriale nel settore della seta e figlio di Angelo Maria, presidente onorario dei luoghi pii di Vigevano per nomina di Carlo Alberto. Dal matrimonio nacquero tre figlie. Tra cui Angiola Maria e Giuseppina prematuramente scomparse. La terza, maria, andò in sposa al conte piemontese Santorre de Rossi di Santarosa. Cerimoniere di corte di Vittorio Emanuele II e Umberto I. Rimasta vedova, dopo la morte della figlia Maria, Francesca Manara fondò un istituto maschile di educazione, in adempimento alle volontà testamentarie del marito.

La costruzione dell'edificio ebbe inizio nel 1905 su un'area molto vasta sul corso di porta Milano. La chiesa dell'istituto. Dedicata a san Giovanni Battista, fu decorata dai pittori vigevanesi Raffele, Bocca e Ottone. Tutti usciti dalla scuola del garberini. All'ingresso dell'istituto cu collocato il gruppo in marmo di Carrara raffigurante il commendatore Negrone e le figlie, opera dello scultore Donato Barcaglia  .Francesca Manara con testamento del 1908 dispose inoltre, nel nuovo ospedale di Vigevano, l'erezione di due padiglioni, l'uno intitolato alla figlia Maria di Santarosa riservato ai fanciulli poveri di Vigevano e della lomellina con preferenza per i figli dei coloni dei beni inclusi nella sua eredità  e l'altro destinato a sala di maternità. Francesca Manara, "donna di alti sensi, di pietà singolare e di cuore generoso", morì il 19 agosto 1908.

 

La galleria dei ritratti

 

La quadreria dell'ospedale comprende numerose opere raccolte o commissionate nei secoli dagli istituti di carità cittadini.

Nei due locali adiacenti alla sala del consiglio dell'ospedale novecentesco è stato allestito, in tempi recenti, uno spazio espositivo nel quale è confluita la maggior parte dei pezzi conservati, a cominciare dalle opere antiche pervenute alla raccolta dai tre ospedali riuniti, dalle opere pie e tramite lasciti testamentari.

Nella quadreria sono esposti inoltre i ritratti dei benefattori, commissionati a più riprese dal consiglio di amministrazione, e alcuni pezzi di arredamento provenienti dai vari istituti di carità. Tra questi è degno di nota uno stipo in legno d'ebano, della metà del XVIII secolo, proveniente dall'orfanotrofio Merula.

Il modello a cui si ispira la galleria dei benefattori vigevanesi è sicuramente quello della Cà Granda di Milano, che tuttavia se ne distanzia per numero di ritratti eseguiti e per qualità dei singoli dipinti.

Nell'ambito del programma celebrativo, l'eccezione è rappresentata dai ritratti scolpiti, per i quali l'ospedale vigevanese si rivolse a tre famosi scultori milanesi orbitanti intorno all'accademia di Brera e attivi presso i più importanti cantieri della città. Per i dipinti invece la commissione amministratrice predilesse maestranze locali di capacità certo più modeste, ma sicuramente meno impegnative sotto il profilo economico.

Il prestigio della raccolta della Cà Granda, che le guadagnò il ruolo di modello per l'iniziativa vigevanese, fu indiscusso. Non entrò in gioco come possibile punto di riferimento la quadreria del San Matteo di Pavia, di più recente formazione e qualitativamente inferiore: i vigevanesi puntarono verso l'illustre modello milanese piuttosto che rifarsi alla modesta serie pavese.

Se un altro modello ebbero presente, esso deve essere individuato nella galleria dei ritratti dei vescovi, ancora oggi conservata nel palazzo vescovile di Vigevano. Si tratta di un documento di eccezionale importanza per la storia della città, ancora non debitamente studiato. I personaggi sono rigorosamente effigiati a figura intera, modalità questa che sottolinea il carattere celebrativo della collezione, secondo un'iconografia che di per sé esprime il ruolo e il primato dei personaggi ritrattati.

 

1. La quadreria più antica

 

Dell'antico nucleo di dipinti che costituivano la galleria dei benefattori non rimane traccia in quadreria. Esso è documentato solo dalla notizia del Boldrini, già richiamata, che ricorda l'esposizione che delle pitture si faceva in occasione del corpus domini. L'unico ritratto settecentesco che si conserva è quello del vescovo Scarampi. Il dipinto è firmato, sul documento nella mano del ritrattato, da David Loreti, pittore di cui non si possiedono precisi dati biografici. Originario di Fabriano, il Loreti operò soprattutto a Roma nella seconda metà del settecento come ritrattista al servizio delle famiglie più prestigiose. Giuseppe Maria Scarampi, avviato alla carriera ecclesiastica, era a Roma intorno alla metà del secolo; nel 1757, con una cerimonia solenne in Sant'Ignazio, fu investito da papa benedetto XIV della cattedra episcopale di Vigevano, che tenne sino al 1801, anno della morte. Nel dipinto il vescovo, ritratto a mezza figura, tiene nella mano destra un documento, dal quale si apprende che nel momento in cui il Loreti realizzò l'opera lo Scarampi era già vescovo. Di fatto, è ipotizzabile che il dipinto sia stato realizzato a Roma proprio in concomitanza con la nomina e che sia approdato a Vigevano perché compreso negli effetti personali dello Scarampi.

Il tutto è completato dal ritratto di donna Riberia di Castiglia presso la Pinacoteca Civica è della II metà del ‘700.

 

2. Ritratti prima metà ‘800

I ritratti sono divisi fra quelli a piena figura, quelli tondi ed i busti. Fra i primi Gerolamo del Pozzo, Francesco Cocc’Ordino, il capitano Longhi, il vescovo Scarampi. I busti rappresentano Francesco Cattaneo, Giovanni Antonio Cotta Morandini e Vincenzo Deomini.

 

3. Il rinnovamento del 1860

Si aggiungono i busti dei principali benefattori: Pasino Ferrari, Girolamo del Pozzo, Camillo Aliprandi, Giovanni Francesco Garrone.

 

4. Il secondo Ottocento 

I principali ritratti sono del pittore locale G.B. Garberini: il vescovo Vincenzo Forzani, Angelo Colli Cantone, Domenico Pisani, Vittorio Emanuele II, Adelaide Cornaggia Castiglioni, Apollinare Rocca Saporiti, Gianmartino Arconati Visconti, Francesca Manara Negrone. Il tutto è completato con il busto di Giuseppe Crespi ad opera dello scultore ricci nel 1929.

 

Le opere antiche

 

Accanto ai ritratti dei benefattori, la quadreria dell'ospedale raccoglie un consistente nucleo di opere antiche. la loro provenienza è duplice: una parte dei dipinti viene, infatti, dalle collezioni degli stessi benefattori, i quali legarono le pitture come altri averi all'istituzione destinataria del loro patrimonio, un'altra parte riunisce le opere superstiti dell'ampio corredo di manufatti finalizzati alla devozione di cui si dotarono le confraternite o le diverse istituzioni assistenziali che precedettero o affiancarono l'ospedale.

Anche per quanto concerne la provenienza del nucleo delle opere più antiche, molti dubbi sussistono sulla sede originaria di collocazione. per il polittico di Giovanni Quirico da Tortona, firmato e datato 1503, Barbara Fabjan  ha definitivamente stabilito la connessione con la cappella della visitazione, eretta in cattedrale nel 1498 dal sacerdote Pasino Ferrari, benefattore al quale Vigevano dovette anche la fondazione dell'ospedale delle sante Maria e Marta, promossa nello stesso anno. sulla collocazione del polittico prima dell'approdo alla collezione dell'ospedale accerta un passo, finora inedito, della visita pastorale condotta dal vescovo Gerolamo Archinto nel 1704. il presule descrive dettagliatamente il polittico, che vedeva proprio nella cappella della visitazione e si preoccupa di ricostruire la vicenda della fondazione di Pasino in relazione all'assetto della cattedrale e al suo rifacimento;. la nota è preziosa, anche se per diverse illazioni inattendibile, e supporta con l'autorevolezza della testimonianza diretta i risultati cui è pervenuta, sulla base dell'iconografia, l'analisi storica.

Altri materiali sono confluiti nella raccolta senza seguire la dinamica determinata dalla forza degli obiettivi accorpamenti all'ospedale, ma solo il filo della logica conservativa. è il caso dei due paliotti d'altare ricamati, risalenti al XVIII secolo e pertinenti alla chiesa del monastero dei santi Giuseppe e Teresa, luogo dove furono portate nel 1799 le assistite dell'orfanotrofio Riberia; essi furono riuniti alla raccolta probabilmente perché questa era punto di riferimento per gli enti sottoposti alla commissione amministratrice dell'ospedale e istituti annessi, istituita nel

1838. la provenienza è anche in questo caso accertabile per evidenza iconografica, poiché al centro di uno dei due frontali è raffigurata l'estasi di santa Teresa.

La consapevolezza da parte dell'amministrazione del ruolo di conservatore che la presenza della collezione le imponeva fu sempre alta e solo saltuariamente l'impegno ebbe ad allentarsi.

nel 1918 veniva alienata una deposizione, datata 1572, che era collocata presso l'alloggio del rettore spirituale della struttura. la motivazione addotta era che "detto quadro, a giudizio di perito dell'arte, qual è il pittore Raffele Ambrogio, non ha pregio artistico e trovasi in disastrose condizioni talché, se non si addivenisse ad immediato restauro, andrebbe in breve tempo distrutto".

Acquirente del dipinto era il pittore milanese Ferdinando Bialetti, che si assicurò l'opera per la somma, modesta, di duecento lire, le quali vennero impegnate in titoli di stato. da alcuni appunti dell'archivio si deduce che il Bialetti aveva ruolo di tramite nella rete che univa i potenziali venditori agli acquirenti. un appunto del 22 maggio 1924 ricorda che il pittore suggeriva di rintelare il crocefisso attribuito alla scuola del Ribera, operazione dopo la quale il quadro avrebbe potuto aspirare a realizzare sette o ottomila lire sul mercato antiquario; valutava circa ventimila lire la "ancona ss. Maria e Marta", da identificarsi con il polittico di Quirico, che denominava supponendone la provenienza non dalla cappella, ma dall'ospedale fondato da Pasino Ferrari. quanto al gruppo ligneo dei de donati, per il quale l'ospedale aveva ricevuto un'offerta di novemila lire, più onestamente Bialetti suggeriva un valore superiore, forse fino a quarantamila lire, indicando che "l'opera potrebbe trovare acquisitori forse i1 William di Buenos Aires".

Artefici della vendita del 1918 furono il commissario prefettizio, avvocato Luigi Maiocchi, e il segretario dell'amministrazione ospedaliera, l'avvocato Scevola. quest'ultimo fu anche tra i protagonisti, negli anni venti, dei dibattiti che riguardavano le ricorrenti ipotesi di alienazione di beni, le quali, fortunatamente, non presero corpo. nel 1924-1925 si registrarono anche offerte da parte dell'antiquario Pietro Accorsi e di altri, ma nulla fu concluso: nel 1927 Mauro Pelliccioli, su richiesta di Mario Salmi, all'epoca ispettore a Brera, stilava il primo preventivo per i restauri più urgenti e da allora l'amministrazione dimostrò una nuova e costante forma di attenzione alla conservazione dei materiali. episodio di grande rilievo fu l'esposizione del 1961, che venne promossa dal commissario dell'ospedale del tempo, il colonnello Celestino Brignoli; l'esposizione si tenne presso il circolo ufficiali ed ebbe lo scopo di far conoscere alla cittadinanza i documenti storici più antichi e le opere d'arte conservati presso l'ente.

Negli ultimi decenni l'attenzione alla collezione ha portato alla distribuzione delle opere nei locali del nosocomio secondo successivi allestimenti, tutti autonomi e gestiti all'interno della struttura, ma tutti volti alla loro valorizzazione. in parallelo, si sono succedute le campagne di restauro: dopo quella curata da Pelliccioli e quella di Giuseppe Maffeis negli anni sessanta, l'ultima, condotta d'intesa con l'allora soprintendenza ai beni artistici e storici, data agli anni ottanta del novecento e ha dato luogo ad un'importante esposizione.


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