01 pag.2 La Storia economica



VOLUME PRIMO

PRESENTAZIONE
L `Associazione Vigevanese Industriali e la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e Agricoltura di Pavia, in sede organizzativa, ritennero opportuno includere, tra le iniziative promosse per questo quarantesimo anniversario, una sintesi sull'industrializzazione vigevanese dalle sue origini settecentesche ai nostri giorni.

Mancando, nel passato, un tentativo di questo genere, esse giudicarono doveroso compierlo nei confronti di una città come Vigevano, prettamente manifatturiera in tutta la sua singolare storia economica.

Costituiva una premessa incentivante al perseguimento di tale scopo la documentazione appassionatamente raccolta, in precedenza, sull'argomento dal Dr. Sergio Biscossa, che l'ha messa, con generosità, a disposizione per l'iniziativa.

Questa giunge, così, a compimento con la presente pubblicazione sull'industrializzazione vigevanese, ripercorsa attraverso le sue due fondamentali manifestazioni produttive,la tessile e la calzaturiera.

In essa, sfilano sotto i nostri occhi persone, strutture e tecniche in gran parte dimenticate, ma meritevoli, certo, di essere ricordate perché senza di loro non saremmo diventati quello che siamo.

Riscoprendole, ritorniamo alle nostre radici più profonde, su cui si progressivamente formata la nostra personalità comunitaria, con il suo tipico modo di pensare, di sentire di agire. 

Ciò che anima la ricerca non è quindi, un intento soltanto conoscitive, ma anche operativo, al fine di ritrovare, in un `analisi storica, elementi indispensabili per una migliore incidenza sull'avvenire.

La solidarietà con il passato si trasforma in quella con il futuro, suscitando l'impegnodi approfondire la conoscenza retrospettiva per tradurla in una maggiore efficacia programmatica.

Il messaggio che ne deriva è un invito ai vigevanesi, soprattutto ai giovani, perché procedano sempre più su questa via, riscoprendo il loro straordinario passato per il miglioramento del bene comune.

   Presidente dell'A.V.I

GIANCARLO ZZANI

Presidente della C.C.I.A.A. di Pavia

 WALTER DAMIANI


 

Nella corsa vertiginosa in cui ci spinge lo sviluppo della civiltà odierna, la nostra vista si confonde guardando il paesaggio, e superate ci appaiono posizioni e idee del passato ma la coscienza dell'essere nostro sia sempre viva ed operante, poiché a non portare con noi il nostro passato, si rischia di essere non persone ma bagagli di treno in corsa.

 Niccolò Rodolico - "Storia degli italiani

 


 

PREFAZIONE

Questa pubblicazione è soltanto la sintesi della prima parte di un più ampio lavoro, suscitato dalla stesura di un mio precedente studio sullo sviluppo produttivo della città, dopo l’Unità d'Italia.

Si trattava di un contributo alla "Guida di Vigevano" del Rotaract, uscita, con buona accoglienza, nel 1981, per la coraggiosa iniziativa dei giovani appartenenti a tale organizzazione.

Vissi quell'esperienza con profondo compiacimento per le nuove amicizie acquisite e per l'occasione fornitami di accostarmi all'affascinante documentazione sul passato manifatturiero di Vigevano che meriterebbe d'essere riscoperto professionalmente.

Dovetti, purtroppo, affrontare questo studio da dilettante, nei momenti e nelle forme compatibili con gli impegni di lavoro, riservandogli spesso il tempo libero, spinto dalla mia passione e da quella dei miei superiori.

Più approfondivo la ricerca e più il "conoscere per conoscere" si trasformava in "conoscere per agire", rendendola mia comprensione del passato uno strumento prezioso per la programmazione dell'avvenire.

Questa crescente finalità operativa stimolò maggiormente il mio lavoro orientandolo su tre argomenti fondamentali - gli imprenditori i dipendenti e le mentalità - nell'intento di cogliere armonicamente il processo d'industrializzazione.

In occasione del quarantesimo anniversario dell'A. Vi, ho ritenuto opportuno sintetizzare il primo argomento, per non uscire dal tema suggerito da tale circostanza, riservando l'esposizione degli altri due a più adeguate situazioni.Per esiguità di spazio ho dovuto omettere le numerose note integrative del testo e limitare le fonti, sia documentarie che bibliografiche, a quelle essenziali, sperando di non compromettere la completezza.

Un impedimento analogo hanno trovato anche i ringraziamenti personali che lavori di questo genere richiedono in misura rilevante, con il pericolo di qualche dimenticanza incolpevole.

Desidero, almeno, ringraziare collettivamente chi mi ha generosamente aiutato in questi ambiti: istituti universitari di Pavia, biblioteca universitaria di Pavia, biblioteca "Bonetta"di Pavia, biblioteca della C.C.I.A.A. , archivio storico comunale di Vigevano, biblioteca comunale di Vigevano, biblioteca del seminario vescovile di Vigevano, archivio della Società generale dimutuo soccorso di Vigevano, archivio della Società di mutuo soccorso tra calzolai ed affini di Vigevano, società Avgévan, archivi e biblioteche di privati.

 Un particolare ringraziamento devo esprimere a chi, all'interno della C.C.I.A.A. e dell'A.V.I.,  in questi anni, mi ha concesso la sua fiducia, stimolato all'azione ed apprezzato per i risultati, rendendo possibile tale pubblicazione.

Un commosso ringraziamento riservo a coloro che avendo vissuto in gran parte la realtà da me descritta, mi hanno, con appassionato ricordo, trasmesso la loro esperienza, facendomi vivere il loro tempo e comprendere meglio il mio. A tutti, infine, desidero manifestare la mia profonda riconoscenza perché senza di loro questa pubblicazione non sarebbe stata possibile; rinviando una doverosa menzione ad un prossimo lavoro di più ampio respiro, ne conservo, quindi, un ricordo indelebile nel mio cuore.                                       

INTRODUZIONE GENERALE

Storicamente, l'industrializzazione fu il mutamento sociale che, nell'ambito del settore secondario del sistema economico, si manifestò con l'affiancamento d'imprese tipiche dell'industria a quelle caratteristiche dell'artigianato. 1a diversificazione tra queste due categorie di organizzazione manifatturiera non dipese dalla meccanizzazione produttiva, tatto per essa soltanto accelerante, ma dalla concentrazione lavorativa in un solo edificio, separato dall'abitazione. In questo senso, le forme d'impresa individuabili, nel tempo, sono, allora, per l'artigianato, il laboratorio, cittadino o rurale, e la manifattura decentrata, mentre, per l'industria, la manifattura accentrata e la fabbrica.

   Secondo la storia economica, si intende per laboratorio quel tipo di azienda il cui imprenditore, proprietario degli strumenti di lavorazione, produce, nella propria casa, insieme ai familiari o ad alcuni dipendenti, i suoi manufatti. Ad essa succedette, cronologicamente, la manifattura, prima decentrata, diretta da un mercante imprenditore, curando acquisti e vendite di artigiani, e, dopo, accentrata, gestita da un imprenditore pubblico o privato, organizzando l'attività di lavoranti in un opificio. Infine, quest'ultima si trasformò in fabbrica con l'adozione di macchine intese prevalentemente non come strumenti che prolungano l'azione dell'uomo, ma come realtà che la sostituiscono, subordinandola alle loro necessità intrinseche.

Anche Vigevano visse quest'articolato processo con peculiarità così interessanti, per le sue caratteristiche storico-geografiche, da meritare uno specifico tentativo di ricostruzione, almeno nelle sue grandi linee. In essa, l'artigianato dominò, durante l'apogeo medioevale, nel settore della lana, con l'accentuata diffusione di laboratori, a cui si affiancarono, verso la fine ditale epoca, diventando preminenti, le manifatture decentrate. Questa struttura mista, con la supremazia dei mercanti imprenditori rispetto ai mastri artigiani, continuò pure nell'età moderna, quando il settore serico sostituì progressivamente  

Capitolo I - La prima industrializzazione (1743 - 1861)

 Introduzione

Nella prima metà del 1500, a Vigevano, città eminentemente manifatturiera, era ancora dominante la tessitura della lana, in numerosi laboratori, cittadini e rurali, capaci di produrre anche 1.200 pezze di panno all'anno. La perdita del primato commerciale italiano, la concorrenza, soprattutto inglese, e la mutata composizione della domanda provocarono, però, nellaseconda metà del secolo, una grave crisi irreversibile per questo settore. Da allora, laproduzione serica, introdotta in città, con il sensibile avviamento d'istruttori stranieri, all'epoca di Ludovico il Moro (1452 - 1508), cominciò a diventare la nuova attività preminente su cui riversare la tradizionale vocazione manifatturiera.

 Essa aumentò considerevolmente la sua consistenza nei primi anni del 1600, soprattutto nelle fasi della trattura e della torcitura, utilizzando la materia prima proveniente sia dal contado che dai commercianti milanesi. Dopo il 1623, sino alla fine del secolo, per il deprezzamento dell'attività manifatturiera e l'opprimente fiscalismo della dominazione spagnola, anche questo settore sperimentò, comunque, periodi alterni, con un andamento peggiore nella filatura. Tuttavia, l'istituzione dell'Università dei mercanti, nel 1686, dimostra che là città riuscì a mantenere un'apprezzabile importanza produttiva anche in quel secolo critico, assai più deleterio per altre località analoghe.

Durante la prima parte del 1700, l'avvento della breve dominazione austriaca, nel 1713, provocò, per gli interventi favorevoli di politica economica, due temporanei rilanci della produzione serica (dal 1713 al 1724 e dal 1739 al 1743). Ce ne restano inequivocabili testimonianze indirette in uno stato professionale della popolazione, che, redatto sulla base di denuncie spontanee, dimostra chiaramente la netta prevalenza ditale attività sulle altre.

Ormai, la città, pur tra periodici rallentamenti, aveva assunto una struttura manifatturiera sicuramente orientata alla produzione serica e si apprestava, con un fondamentale mutamento imprenditoriale, a trasformarla.

La persistenza dell'artigianato

 Tra il 1740 ed il 1760, anche dopo il passaggio, prima formale (1743) e poi sostanziale (1748) dalla dominazione austriaca a quella sabauda, a Vigevano, la trattura della seta avveniva in numerosi laboratori cittadini e rurali. Questa prima fase del ciclo produttivo consisteva nello svolgere dai bozzoli le bave, di cui erano formati, per unirle in un filo, con dimensione prestabilita, da convogliare alla formazione della matassa. la documentazione disponibile in materia, mancante purtroppo di dati numerici, non rivela affatto l'eventuale esistenza di qualche manifestazione imprenditoriale, anche. lontanamente, assimilabile a quella industriale.

   Dalla trattura dei bozzoli, reperiti, in gran parte, nelle provincie limitrofe a quella di Vigevano, si ricavava la seta, derivante da quelli intatti, il filosello, ottenuto da quelli forati, per l'uscita della crisalide, e la semente. [a produzione avveniva con il tradizionale fornello a legna, collegato all'aspo per l'avvolgimento, nella versione lombarda o piemontese, differenti soltanto, allora, per il numero di fili convogliati. A questa attività, esclusivamente stagionale erano adibite, oltre a quelle impegnate nelle rimanenti fasi del ciclo serico, molte altre persone, in prevalenza donne, sia della città e delle frazioni che del contado e della Lomellina.

   Anche la torcitura della seta non aveva ancora superato il livello artigianale, assumendo, persino, in molti casi, l'aspetto di una attività prevalentemente non sedentaria, con frequenti spostamenti. In questa seconda fase del ciclo produttivo, il filo grezzo, proveniente, in matasse, dalla trattura, subiva, secondo le necessità, differenti torsioni, per renderlo adeguato alla successiva lavorazione. Esistevano, in quel tempo, a Vigevano, 26 torcitoi, 11 semplici e 15 doppi, le cui attrezzature non funzionavano costantemente in appositi locali, ma venivano,spesso. trasferite presso i clienti, secondo l'uso dell'artigianato ambulante.  

   In questo modo, si produceva sia l'organzino per l'ordito, fatto con la seta migliore, torta due volte, che la trama, per il ripieno, costituita da seta inferiore alla precedente, torta una volta sola. L'attività si esercitava con il filatoio alla milanese, girato da uomini o da cavalli, su cui, dopo l'incannatura e la binatura, eseguite a mano dalle lavoranti a domicilio, si realizzava la filatura e la torcitura. 1 26 filatoi di Vigevano appartenevano a 23 diversi proprietari ed impiegavano 62 addetti, a cui, probabilmente, corrispondevano circa 1.200 lavoranti, per le operazioni eseguite a domicilio.

 La tessitura della seta, attività per cui Vigevano era maggiormente famosa, aveva, a sua volta, mantenuto le strutture tradizionali, con l'ampia diffusione di laboratori prevalentemente cittadini. Questa terza fase portava a compimento il ciclo serico, impiegando il filo torto nella lavorazione al telaio, per la produzione della variegata gamma di tessuti ad essa relativi.

In base al numero dei proprietari, si può supporre che esistessero almeno 144 laboratori per stoffe, con 305 telai, 22 per nastri grandi, con 50 telai, mentre non si sa quanti fossero quelli per nastri piccoli, con 521 telai.

 Usando seta o seta e filosello o filosello, si producevano stoffe (semplici ed operate). tappezzerie damascate, copertine da letto, fazzoletti (semplici, operati e damascati), nastri (semplici ed operati), calze, stringhe e filo. L'attività si svolgeva sul telaio a mano, grande piccolo, secondo la produzione a cui era destinato, con la struttura fondamentale sostanzialmente immutata, dopo le innovazioni medioevali. Nei laboratori per stoffe erano impegnati 279 lavoranti e 251 garzoni, in quelli per nastri grandi, 22 operai principali, 47 lavoranti e 14 garzoni, in quelli per nastri piccoli, 413 operaie principali e 516 lavoranti.

L`avvento dell'industria

   Dal 1760 al 1780, cominciò a manifestarsi l'influenza positiva della dominazione sabauda, da tempo favorevole all'ampia diffusione, sul territorio, d'iniziative, anche industriali, pur la trattura della seta. Si può, infatti, riscontrare, in quel periodo, la nascita, in Vigevano. delle prime fabbriche di tal genere, ma non si riesce a determinarne con precisione la consistenza, nell’ambito dei 752 fornelli allora funzionanti. È, comunque, certa la presenza, in città, di almeno 22 filature, come si denominavano allora, superiori al tipo minimo, e, quindi, collocabili, per dimensioni, nella categoria d'imprese con più di 10 fornelli.

Iniziò, così; la concorrenza tra la pletora di laboratori tradizionali e le poche fabbriche allora emergenti, i cui emissari scandagliavano la campagna alla ricerca di bozzoli da utilizzare in modo più razionale, a vantaggio del prodotto. In questa gara, si tese anche ai miglioramenti tecnologici perché apparvero i primi fornelli doppi, non è chiaro se affiancati o contrapposti, con l'eventuale utilizzo di una sola apertura per il riscaldamento. I nomi più significativi dei primi industriali della trattura sono: Agnetti Giovanni, Biffignandi Filippo, Busca Giuseppe, Fassina Maria, Previde Cacavello Andrea, Previde Prato Pietro, Persano Domenico, Sassi Giuseppe, Silva Bernardino e Taglietta Giovanni Battista.

L'orientamento economico del governo sabaudo favorì, pure, un ulteriore sviluppo della torcitura che mantenne ancora, però, la sua caratteristica artigianale, con la persistenza di laboratori ambulanti. I torcitoi aumentarono sino a raggiungere, nel 1780, il numero di 40, 7 semplici e 33 doppi, di cui 1 era in affitto, mentre gli altri 39 erano gestiti da 37 proprietari perché 2, tra essi, godevano di un duplice possesso. In quel  periodo, non esistendo ancora, in città, attrezzature adatte allo scopo, le operazioni preliminari d'incannatura e di binatura continuavano ad essere esercitate, a domicilio, da scardazini e maestre di seta, secondo tradizionali tecniche manuali.

   Vi furono novità anche in merito al prodotto, costituito, prevalentemente, dalla trama ed, in minor misura, dal pelo o mezzo organzino, filo semplice e grosso da usare per il fondo dei broccati d'oro e d'argento. Per il passaggio preminente delle piante di torcitura da uno a due piani, contenenti 16 aspi ciascuno, si verificò, pure, un aumento intensivo, in questo ambito, della potenzialità produttiva vigevanese. Con le 2.400 addette all'incannatura ed i 144 lavoranti nella torcitura devono essere ricordati alcuni importanti mastri: Bastico Giovanni, Gusberto Domenico, Negrone Giuseppe, Previde Cacavello Andrea, Previde Prato Raffaele, Roncali Giuseppe, Tornago Andrea e Vandone Matteo.

Una manifestazione ampiamente originale, forse soltanto favorita dall'atmosfera agevolante dello stato sabaudo, fu la comparsa delle prime fabbriche nella tradizionale attività vigevanese della tessitura. In una situazione largamente dominata dalle manifatture decentrate dei mercanti, alcuni mastri intraprendenti, presto imitati da qualche commerciante, iniziarono a dirigere lavoranti da loro concentrati in un solo edificio, separato dall'abitazione. Nel 1776, i 640 telai esistenti in città erano posseduti da 324 proprietari, di cui 300 lavoravano per i mercanti e 24 per conto proprio, gestendo, pure, alcuni, da 5 ad 8 telai, usati da pochi dipendenti, in un piccolo opificio. 

In produzione si era andata, allora, orientando, in modo prevalente, sui fazzoletti, articolo per cui Vigevano cominciò a diventare famosa, in quel tempo, e, in misura minore, sui nastri, mentre si era venuta riducendo quella della stoffe. Di conseguenza, lievitarono considerevolmente i telai grossi e diminuirono sensibilmente quelli piccoli, con il dispiegamento di una variegata tipologia, nell'ambito di queste due categorie fondamentali. Oltre ai circa 1.200 lavoranti complessivi, è doveroso menzionare alcuni di quegli innovatori: tra i mastri, Agnetti Giovanni Battista, Caccarello Andrea, Tibaldi Giovanni Battista, Tornaghi Andrea (1777) e Negroni Giuseppe (1777); tra i commercianti, Taglietta Giorgio, Negrone Vincenzo, Colli Domenico, Fossati Filippo e Spargella Filippo.

La precarietà dello sviluppo

   Negli ultimi vent'anni del 1700, in un ambiente capace di far funzionare da 500 a 800 fornelli, si accentuò sensibilmente la costituzione di filature, ipotizzabili intorno alla cinquantina, che raggiunsero in alcuni casi, dimensioni abbastanza rilevanti. Sotto l'aspetto tecnologico, per far ruotare le aspe collegate ai fornelli, s'incominciò a sostituire il pedale allamanovella, modifica capace di elevare, in modo determinante, la velocità di avvolgimento del fili per la formazione della matassa. Non si sa quanti degli addetti, variabili, in relazione ai fornelli, almeno da 1.000 a 1.600, appartenessero alle filature, tra i cui titolari si segnalarono: Agnetti Giovanni Battista (1797), Bonasegla Alessandro (1796), Cotta Morandini Giuseppe, Gusberti Domenico, Negroni Vincenzo, Sassi Giovanni, Vandone Giovanni Battista, Vandone Matteo (1797).

 La torcitura, ebbe in quel tempo, un consistente sviluppo, passando ampiamente dall'artigianato all'industria, perché molte delle sue 36 imprese divennero sedentarie, raggiungendo, per tale mutamento, posizioni ragguardevoli nelle graduatorie statali. Alcune di tali aziende furono certamente le prime fabbriche di questo tipo perché utilizzarono un torcitoio ad acqua, intermedio tra il "milanese" ed il "bolognese", adatto a produrre anche unorganzino piuttosto pregiato. Insieme ai 1.000 lavoranti interni ed agli altrettanti esterni operarono 33 imprenditori, tra cui i più importanti furono: Bastico Michele, Caccarello Andrea, Colli Tibaldi Giovanni, Mercale Giuseppe, Prati Raffaele e Vandone Giuseppe.

Un andamento analogo seguì la tessitura mantenendo, con una cospicua crescita dellesue fabbriche, valutabili intorno alla quarantina, il primato produttivo ed occupazionale nella città, a conferma di una secolare tradizione. Seconda una precedente tendenza, lievitarono considerevolmente le tessiture per fazzoletti, seguite, con un aumento, a sua volta, consistente, da quelle dei nastri, mentre diminuirono sensibilmente le altre. Si ignora quanti delle migliaia di lavoranti appartenessero alle fabbriche, tra i cui imprenditori emersero: Gusberti Domenico (1787), Negrone Giovanni Battista (1787), Negroni Vincenzo (1792), Persani Francesco (1795), Roncalli Giuseppe (1795), Sassi Giovanni (1797) e Vandone Giuseppe (1782).

   In Vigevano, diversamente dal circondano, le filature appartenevano, spesso, agli stessi imprenditori dalla cui iniziativa erano sorte le tessiture, soprattutto quelle adibite alla produzione di fazzoletti. Inoltre, poiché alcuni di costoro esercitavano contemporaneamente anche la torcitura, si determinò, in quegli anni, un'evidente integrazione del ciclo serico, almeno sotto la stessa direzione, essendo incerta la comune localizzazione. Comunque, tale fenomeno fu soltanto il pieno dispiegamento di una vecchia propensione, le cui embrionali manifestazioni si possono già riscontrare chiaramente nel periodo compreso tra il 1760 ed il 1780.

Andava, così, mutando intensamente la struttura produttiva del settore secondario vigevanese per l'emergere di una nuova categoria d'imprenditori, denominati negozianti - fabbricatori o fabbricatori semplicemente. Essi erano i primi industriali che, con le fabbriche, si affiancarono, in breve tempo, ai mastri dei laboratori ed ai mercanti delle manifatture decentrate, insidiando il loro secolare predominio. L'importanza crescente di questa nuova categoria risulta, in modo certo, sia dalla sua presenza imprenditoriale ascendente che dalla sua penetrazione progressiva negli organismi rappresentativi, come l'Università dei mercanti.

Tale considerevole sviluppo rivelò, comunque, la sua precarietà quando, nel 1787, una brusca carenza di materia prima provocò un'ampia crisi in tutto lo stato e, particolarmente a Vigevano, per la sua spiccata monoproduzione. I fornelli funzionanti si ridussero a 260, 68 piante di torcitoi su 80 interruppero l'attività, molte tessiture diminuirono drasticamente la lavorazione, provocando una vasta disoccupazione, con pesanti problemi sociali. 12 pronta ripresa dell'anno seguente liberò la città da una situazione tragica, soprattutto per gli addetti alla torcitura, incapaci di trovare un'alternativa di lavoro valida, ma lasciò, nel ricordo, la dura esperienza dell'incertezza. 

L`ambiguità del rinnovamento

 Nei primi vent'anni del nuovo secolo, la parte iniziale della dominazione napoleonica, cominciata nel 1798, portò, con l'abolizione delle corporazioni e l'allargamento del mercato, un rigoglioso sviluppo nella trattura, facendo sorgere nuove imprese. Dal 1806, però, l'avvento del blocco continentale contro l'Inghilterra, restringendo la penetrazione commerciale della città, provocò un rallentamento della produzione, aggravato, nel 1811 e nel 1812, da una forte carenza naturale di materia prima. Tuttavia, poiché la crisi incise maggiormente sulle altre due fasi del ciclo, la trattura resistette abbastanza bene, sia nel periodo napoleonico che nella prima parte, dopo il 1814, della Restaurazione, resa difficile dal ritorno al regime passato, ormai obsoleto, soprattutto per l'eccessivo protezionismo.

Nel 1805, le filande, così erano allora denominate le fabbriche per la trattura, ammontavano, in Vigevano, a 56, ma non si sa quanti fornelli ad esse appartenessero dei 400 riscontrati annualmente, dal 1806 al 1810, e calati a 300 nel 1811. Gli operai impiegati in questa attività furono 900 per ogni anno, dal 1806 al 1810, e diminuirono a 675, nel 1811, ma è rimasta tuttora sconosciuta la loro suddivisione tra le imprese artigianali e quelle industriali. Per quel tempo, meritano di essere ricordati i seguenti imprenditori: Castina Catarina (1800), Tornaghi Andrea (1800), Celotti Filippo (1803), Fusi Giacomo (1803),Vitali Luigi (1807), Negroni Giuseppe (1809), Colli Domenico (1814), Negrone Giuseppe (1814), Negrone Giovanni Battista (1814), Roncalli Vincenzo (1814) e Vandoni Giovanni Battista (1814).

Assai peggiori furono, sin dall'inizio del periodo napoleonico, gli effetti sulla torcitura che, per gli eccessivi costi di lavorazione e l'aumentata esportazione di seta greggia, ridusse la sua presenza ad una sola impresa: la Bonasegla Giovanni Battista. Ad essa si affiancò nel 1804, sostituendola come unica rappresentante, dal 1806, la Pozzi G.M. (50 addetti dal 1806 al 1809, 30 nel 1810 e 20 nel 1811), che, probabilmente, adottò per prima, almeno in parte, la tecnica esclusivamente "bolognese": le si aggiunse, nel 1814, la Negrone Giovanni Battista. Appartiene, invece, al periodo iniziale della Restaurazione la nascita in città del primo torcitoio (integrato ad una filanda) sicuramente alla "bolognese", con il moto idraulico, l'incannatura meccanica e la torcitura su rocchette: la Borrani Tommaso (1819).ù

La fase del ciclo serico maggiormente danneggiata fu, però, la tessitura, sottoposta, sin dal 1801, ad un pesante dazio discriminante, che comunque rallentò soltanto un'espansione delle potenzialità sicuramente superiori. Dopo il 1806, per il blocco napoleonico, essa subì, invece, una grave crisi, progressivamente peggioratasi, fino al 1814, per cui molti importanti imprenditori furono indotti a trasferire il loro impegno, in tutto o in parte, sulla trattura o sull'agricoltura. L'avvento della Restaurazione, con le sue remore protezionistiche e regolamentarie, non servì certo ad agevolare un recupero che, essendo limitato, fu incapace di ridare alla città quella struttura manifatturiera a lei, per tradizione, congeniale.

Le imprese di tessitura, manifatture decentrate e fabbriche, la cui distinzione numerica può essere conseguita con un plausibile fondamento, calarono complessivamente da 40, nel 1807, a 25, nel 1811. La loro produzione globale, in flussi reali e monetari, diminuì da 1.562 metri di stoffe e 100.000 fazzoletti, per 2.348.606 lire, nel 1806, a 5.281 metri di stoffe e 4.800 fazzoletti, per 1.128.251 lire, nel 1811. Gli operai impegnati decrebbero da 6.000, nel 1806, a 3.500, nel 1811; gli imprenditori più importanti furono: tra i fabbricatori, Bonasegla Giovanni Battista (1800), Castina Catarina (1800) e Castelnovo Gioacchino (1802); tra i mercanti, Clerici Giacomo (1803), Sacchetti Giuseppe (1805), Coldesina - Conti (1806) e Radice Carlo (1809).

La novità certamente più interessante di quegli anni fu la comparsa della prima fabbrica vigevanese per la tessitura del cotone, la De Luys e Guez, insediatasi, dal 1806, nel confiscato convento dei Cappuccini. Questa ditta, dopo essersi dedicata a piantagioni d'erbe per i colori, cominciò l'attività nel 1809, con una vasta gamma di prodotti che raggiunsero le 4.000 braccia settimanali, dal valore di 10.000lire, e furono assai rinomate all'interno ed all'estero. Purtroppo, essa, per la carenza di materia prima, causata dal blocco continentale, dovette cessare, nel 1811, la produzione, che impegnava, oltre ai direttori, circa 300 addetti alle macchine d'imbiancatura, di preparazione e di tessitura

La certezza dell'espansione

Dal 1820 al 1840, la trattura continuò a subire i danni minori, rispetto alle altre fasi seriche, per il negativo orientamento economico della Restaurazione, sperimentando anche la nascita di nuove ditte: la Oldani Luigi (1821) e la Sassi Giuseppe (1821). Questa sua relativa crescita ebbe modo di svilupparsi ulteriormente, per i primi provvedimenti liberistici del Regno albertino, portando i fornelli attivi a 796, con 1.592 addetti, suddivisi in imprese che ne comprendevano da 1 a 100. Tra di esse, la Negrone Giovanni Battista, la Rigone - Giovanella (1837), con le bacinelle riscaldate a vapore e le aspe a moto idraulico, e la Cusa Luigi, anch'essa a vapore ma con le aspe mosse da un solo uomo, avevano rispettivamente 36, 36 e 24 fornelli, utilizzati da altrettanti lavoratori, mentre le rimanenti erano ancora a fuoco, con le aspe girate a manovella o a pedale.

   Maggiori ostacoli trovò, invece, nell'eccessivo protezionismo e nel soffocante regolamentarismo, che secondo i governanti avrebbero dovuto avvantaggiarla, la torcitura, con la scomparsa, intorno al 1830, della Borrani Tommaso, la breve apparizione della Obicini L. e la persistenza, ancora poco importante, della Negrone Giovanni Battista. Il moderato liberismo albertino l'aiutò ad uscire da questa tragica situazione, favorendo lo sviluppo della Negrone

Giovanni Battista, la nascita della Rigone - Giovanella (1837) e la riapparizione di altri 7 piccoli torcitoi, probabilmente, da molto tempo latenti. Mentre questi, Bonasegla Giuseppe, Colli Domenico, Gualla Giuseppe, Gualla Ambrogio, Rosino Ignazio, Silvaterra Giovanni e Borani Giovanni, erano alla "milanese", con una pianta e due addetti ciascuno, la Negrone Giovanni Battista e la Rigone - Giovanella erano alla "bolognese", mossi dall'acqua, con, rispettivamente, 9 e 3 piante, utilizzate da 80 e 18 addetti.

La politica economica sabauda, durante la Restaurazione, non fece che peggiorare la grave crisi della tessitura serica, provocata dal blocco napoleonico, agevolando ulteriormente il passaggio dei suoi imprenditori alla trattura o all'agricoltura. Con l'avvento del liberismo albertino, ci fu una sua relativa ripresa, attuata da piccole imprese artigianali ed industriali, come la Negrone Giovanni Battista, l'Ambrosone Giuseppe e la Mercalli Giovanni Battista, con rispettivamente 15, 14 e 5 telai, usati da altrettanti operai. I prodotti erano i fazzoletti, le calze, le berrette, i guanti, le felpe, le garze ed i damaschi, la cui lavorazione veniva svolta, per la prima volta in città, con un importante miglioramento tecnologico, su telai alla Jacquard.

 Dopo la sfortunata esperienza della De Luys e Guez (1806 - 1811), la lavorazione del cotone continuò, nella filatura, a livello prettamente artigianale, con l'impegno di numerosi laboratori, cittadini e rurali. Un analogo andamento, ma di ampiezza superiore, ebbe la tessitura perché servì come alternativa a numerosi lavoratori disoccupati del settore serico, giungendo a far funzionare, in continuità, almeno 500 telai, di cui molti alla Jacquard. Come dimostra un elenco di 35 tessitori, dipendenti da una ditta di Novara, la Bollati Giovanni & C., esistevano manifatture decentrate anche per la lavorazione del cotone, secondo lo schema già verificato in quello serico.

Per la favorevole temperie economica e la lunga esperienza serica, il passaggio del settore cotoniero dall'artigianato all'industria avvenne, riguardo alla filatura, nel 1836, con l'insediamento, nel mulino di Predalate, della ditta Corsiglia - Figaro. In essa, il cotone, proveniente dall'America, dal Levante e dall'Egitto, nelle quantità relative di 480, 130 a 120 ql. all'anno, veniva trasformato, secondo l'origine, in 3 diversi filati, di valore differente, nella misura rispettiva di 400, 100 a 100 ql. annui. Questa impresa fu anche la prima filatura di cotone vigevanese a moto idraulico e, con la dotazione di 924 fusi, affidati al lavoro di 80 operai, permise di abbassare sensibilmente l'importazione cittadina di filati esteri.

Anche la tessitura recuperò il livello industriale, precedendo, però, la filatura, alla cui trasformazione fu probabilmente d'incentivo, ma non si conosce, purtroppo, da quale impresa e quando fu riavviato tale processo. Nel 1840, vennero rilevate, in una statistica comunale, richiesta dall'Intendenza di Mortara, 6 ditte ditale tipo, che producevano tessuti (greggi, tinti e colorati), mutande, berrette, mantelli, tele e fustagni, per migliaia di aune all'anno. Vediamone gli aspetti salienti: Ceriani & C. (1836), Corsiglia Benedetto, Quaglia Antonio, Zola Giacomo, Ambrosione Giuseppe e l'Istituto dei poveri, con rispettivamente 160, 150, 31, 16, 14 ed 11 telai, usati, nell'ordine, da 160, 250, 31, 16 ed 11 tessitori.

Le avvisaglie del declino

Tra il 1840 ed il 1860, il moderato liberismo albertino espresse, peri! primo decennio, la sua massima efficacia positiva sulla trattura serica, favorendo un ulteriore incremento quantitativo ed il perfezionamento qualitativo delle filande. Infatti, esse raggiunsero probabilmente il numero massimo di 66 ed i fornelli passarono da 796 a 1100; mentre il controllo produttivo migliorò, con il rinnovamento dei regolatori o capi fabbrica, ed una delle due filande di Negrone Giovanni Battista, con 64 fornelli, introdusse le aspe meccaniche, mosse da una macchina a vapore. Questa rigogliosa espansione cominciò, però, a subire un sensibile rallentamento, dopo il 1850, per la grave malattia del baco da seta e, nel 1861, l'ancora considerevole presenza di filande, 66 ma con 632 fornelli, manifestava ormai chiaramente la tendenza al declino.

Un processo analogo seguì, in quegli anni, la torcitura, con un ampio sviluppo, fino al 1850, rappresentato innanzitutto dal potenziamento produttivo della Negrone Giovanni Battista e della Rigone - Giovannella, che raggiunsero complessivamente i 220 addetti. Ad esse si affiancarono la Coldesina - Della Donna (1848) e la Pozzi G. Maria (1849), elevando l'attrezzatura moderna della città ad almeno 7020 fusi, utilizzati da 300 operai; mentre persistettero 6 piccoli torcitoi tradizionali, aumentando sino a 30 i loro addetti. Un progresso così interessante si arrestò, dopo il 1850, per la stessa causa influente sulla trattura, e questa attività dovette affrontare un periodo di grave crisi, riducendosi soltanto, nel 1861, a due imprese significative, la Negrone Giovanni Battista e la Rigone Vincenzo, con rispettivamente 104 e 80 operai.

Anche la tessitura, ormai poco rilevante, fu trascinata dallo slancio delle altre fasi seriche, fino al 1850, conseguendo, in un ambiente concorrenziale assai ostile, un relativo miglioramento nel numero delle imprese. Essa riuscì a raggiungere le 15 ditte, comprendenti 147 addetti, mantenendo, perciò, una struttura prevalentemente artigianale, ma forse con l'inserimento, nel suo ambito, dei primi telai meccanici, non si sa di quale tipo. Questo tenue recupero di una gloriosa tradizione s'interruppe, dopò il 1850, per la crescente concorrenza e, progressivamente, la tessitura fu relegata tra pochi artigiani, finendo con il non comparire neppure più sui documenti del 1861.

Uguale, ma per cause in parte differenti da quello serico, fu l'andamento del settore cotoniero, che, nella filatura, fino al 1850, conseguì per il moderato liberalismo albertino, risultati molto lusinghieri mai sperimentati, in precedenza, a Vigevano. L'unica ditta esistente, dotata di motore idraulico, la Strigelli - Figaro, succeduta, nel 1850, alla Corsiglia - Figaro, riuscì a raggiungere l'installazione di 1656 fusi, usati da 100 operai, ed a lavorare 120.000 q.li all'anno di cotone, proveniente soltanto dagli Stati Uniti. Dopo il 1850, l'aumento della concorrenza straniera, favorita dalla politica economica cavouriana, frenò ampiamente questo suo considerevole sviluppo e, nel 1860, la ritroviamo, con la nuova denominazione di Bucellati Luigi, in piena crisi.

Anche la tessitura, fino al 1850, visse un'espansione stupefacente, con un rilevante aumento di organico ed un interessante miglioramento tecnologico, dovuto al parziale uso dei telai alla Jacquard, nelle ditte di ogni dimensione. Nel 1845, esistevano già 7 imprese semplici comprendenti 1163 addetti, una con tintoria, occupante 290 operai, ed una con tintoria e disegnatore, la Ceriani & C., di 404 lavoranti, cresciuti ad 800, nel 1850, ed impegnati su 500 telai per la produzione di 20.000 pezze annue. Questo grandioso sviluppo, fu rallentato, dopo il 1850, dalla concorrenza straniera, in crescita per l'eccessivo liberismo governativo, e la tessitura cadde in una crisi progressivamente aggravatasi fino alla sua scomparsa, intorno al 1861.

Nel periodo considerato, apparvero anche nuove imprese industriali in settori diversi da quello tessile, come una fonderia, l'officina meccanica Strigelli - Figaro ed il cappellificio Novi Martina (1847), con rispettivamente 6, 20 e 25 addetti. Inoltre, la conceria Caramora, già preesistente, raggiunse i 15 operai, negli anni 40, scese a 8 addetti, negli anni 50, e ritornò a 18 lavoranti, intorno al 1860, predisponendosi al supporto della nascente industria calzaturiera.

Comunque, anche questi settori minori subirono la grave crisi manufatturiera sopravvenuta dopo il 1850, con la scomparsa, per cause prevalentemente concorrenziali, di molte imprese artigianali, del cappellificio, dell'officina meccanica e della fonderia.

Conclusione

Durante questa prima industrializzazione, prevalentemente tessile, Vigevano divenne un importante centro manifatturiero per ognuno dei tre regimi a cui successivamente appartenne, tra il 1743 ed il 1861. Del resto, i riconoscimenti non mancarono perché ciascuna di queste dominazioni, le due sabaude e quella napoleonica ad esse intermedia, la ritennero sede adeguata, con poche altre località, per istituzioni economiche essenziali. Una conferma di tale sua eccezionale rilevanza venne anche dalla considerevole fama che essa godette, in quei tempi, su tutti i mercati, interni ed esteri, per la sua ricercata produzione.

Si capisce, allora, perché la vasta crisi incipiente, nella parte conclusiva ditale periodo, suscitasse nei contemporanei l'impressione di una grandezza manifatturiera irrimediabilmente perduta. Il ricordo del passato, con la sua struggente nostalgia, ebbe quasi il sopravvento sulla speranza nel futuro, da ricostruire, ancora una volta, faticosamente, attraverso l'impegno quotidiano. Eppure questo patetico ripiegamento non era completamente giustificato perché la struttura produttiva della città era rimasta ancora talmente importante da poter aspirare, senza dubbio, a nuovi primati.

I germi di una straordinaria ripresa erano, però, presenti soltanto in parte nel tradizionale settore tessile, perché stavano sviluppandosi in altri comparti, con l'inevitabile rischio di tentativi falliti. Il tessile, comunque, era talmente amalgamato con la realtà vigevanese da dover, in qualche modo, partecipare a questo recupero, sperimentando nuovi successi, secondo le esigenze imprenditoriali dell'avvenire. Tuttavia, la parte preponderante del futuro sviluppo spetterà, tra i vari tentativi fatti, ad un settore ancora profondamente radicato in una consistente tradizione artigianale: il calzaturiero.

Capitolo II - La seconda industrializzazione (1861 - 1985)

Introduzione

Si perde nel passato economico della città quel momento in cui qualcuno decise, contro l'uso generalizzato, di non produrre più le scarpe soltanto per la propria famiglia, ma, professionalmente, anche per le altre. Questa decisione fu, in seguito, imitata ed il numero dei calzolai crebbe, progressivamente, sino a divenire adeguato per le necessità della popolazione, come si può riscontrare nel "Libro dei fuochi", originale censimento del 1553.

Si era giunti, ormai, in quel tempo, alla netta distinzione, per qualifica, tra il calzolaio, produttore di scarpe, il ciabattino, semplice riparatore, e l'aiutante, divario grado, sia dell'uno che dell'altro.

Questi artigiani, esclusi, all'origine, per insignificanza, dalle categorie regolamentate negli statuti cittadini, divennero, nel tempo, così importanti da costituire una loro corporazione, la cui esistenza è provata da un documento notarile del 1608. Secondo i carteggi del primo tentativo d'infeudazione di Vigevano, nel 1625, alcuni calzolai svolgevano, pure, la loro attività in apposite botteghe, collegando la prevalente produzione ad un modesto commercio. In progressione, gli addetti al settore calzaturiero raggiunsero, nel 1648, un numero superiore alle necessità urbane, come risulta da un loro elenco parziale, redatto durante il secondo tentativo d'infeudazione.

La loro eccedenza rispetto alla normalità venne confermata sia dal censimento spontaneo del 1749 che dalla lunga serie di elenchi annuali relativi alla riscossione del cotizzo, dal 1776 al 1798. Si spiega, per ciò, la tendenza, ben presto emersa in alcuni di questi lavoratori, ad un'emigrazione stagionale, da novembre a marzo, da cui derivò un artigianato ambulante, molto caro alla tradizione cittadina. Così, si delinearono, tra i calzaturieri, due categorie fondamentali: una sedentaria, di chi operava stabilmente, in Vigevano; l'altra ambulante, di chi, in città o fuori, seguiva il vitale spostamento della domanda.

I prodromi della ripresa

Dal 1860 al 1880, scomparsa per concorrenza la tessitura, la grave malattia del baco da seta continuò a condizionare, in modo ciclico, l'andamento del settore serico, nella trattura e nella torcitura, rallentandone la crescita altrimenti possibile. Nella trattura, resistettero, con difficoltà, soltanto le filande a vapore Bonacossa (1868), Rigone, Negrone-Oldani e Colli-Cantone, aumentando le dimensioni e migliorando la tecnologia, con, rispettivamente, 525,250, 185 e 52 bacinelle, usate, nell'ordine, da 655,414, 123 e 25 addetti. Nella torcitura, proseguirono, con fatica, la loro attività esclusivamente i grandi filatoi Bonacossa (1871) e Rigone-Negrone, uniti alle relative filande in un ciclo integrato prettamente industriale, con 222 operai e 15.500 fusi complessivi.

Nel settore cotoniero, alle difficoltà derivanti dall'eccessivo liberismo dei governi, vantaggioso per la concorrenza inglese, si aggiunsero quelle provocate dalla guerra di secessione americana, sfavorevole per la conseguente diminuzione della materia prima. Dopo l'estinzione della tessitura, sia artigianale che industriale, questo compatto fu rappresentato, a Vigevano, soltanto dalla filatura, il cui andamento si ridusse alle nuove vicende del primo ed ancora unico filatoio cittadino, già ricordato con l'ultima denominazione di Buccellati Luigi.

Esso fu gestito, in quegli anni, da due importanti famiglie di cotonieri italiani perché passò prima, nel 1860, ad Enrico Mylius e dopo, nel 1867, a Cristoforo Benigno Crespi, che l'affidò, nel 1870, al fratello Giuseppe, entrato allora in società con la famiglia Gianoli.

Anche nelle attività minori proseguì la severa selezione preunitaria, come dimostra, ad esempio, il rapido declino, per inferiorità tecnologica, delle cinque imprese di cappelli di feltro, che, sorte modestamente negli anni 40, avevano sperimentato, nel periodo considerato, una vertiginosa crescita. Non mancarono, comunque, i tentativi di avviare nuove aziende, come il mobilificio Schenone Giuseppe, presto scomparso, la birreria Peroni Francesco, destinata ad un vasto prestigio, tuttora riscontrabile, la fabbrica dei gas Badoni (1868), l'officina meccanica Ornati Antonio (1871), la passamaneria Massazza - Negri (1874) e la conceria Ceretti Luigi (1875), rilevatrice della Caramora. Tuttavia, l'ampia crisi di quegli anni favorì soprattutto il parziale trasferimento della radicata vocazione manufatturiera di Vigevano dal settore tessile a quello calzaturiero, giunto, in precedenza, alla maturazione di rilevanti mutamenti.

Infatti, dall'inizio del 1800 all'unità d'Italia, le caratteristiche dell'artigianato calzaturiero, emerse dall'andamento secolare, prima tracciato, erano state confermate o si erano accentuate, come traspare dai ruoli di popolazione e tassazione, compilati tra il 1805 ed il 1839.

Secondo alcune tracce documentarie inequivocabili, rese plausibili dall'affinità con altre zone calzaturiere, erano apparse, in quel periodo, le prime manifatture decentrate, gestite probabilmente più da artigiani che da mercanti. Per consueto sviluppo, in questo tipo di impresa, i laboratori componenti erano passati, ben presto, dalla costruzione completa della scarpa alla divisione fra loro delle fasi operative, i cui prodotti erano fatti confluire, per l'assemblaggio, in un altro locale.

In seguito a tale sviluppo, lo sfruttamento del tempo, l'aumento della produttività ed il controllo dei lavoranti, furono, nel ventennio esaminato, le necessità prevalenti che stimolarono qualcuno a concentrare la produzione in un solo edificio, mantenendo, però, la divisione per fasi di lavorazione. Il primo tentativo, in questo senso, lo avviarono due fratelli, figli di immigrati milanesi, Pietro e Luigi Bocca, che, abbandonato il mestiere declinante del padre, tessitore di seta, fecero, dapprima, i calzolai in alcuni laboratori di Milano. Successivamente, convinti di poter applicare con profitto, anche al calzaturiero il lavoro in gruppo ed a catena usato dal tessile, nel 1866, costituirono, in Via della Beccheria, oggi G. Silva, una manifattura accentrata, con lavoro a giro, tra gruppi specializzati per fase di produzione.

Poco tempo dopo, è incerto, per la discordanza tra le fonti, se nel 1872 o nel 1873, l'opificio dei F.lli Bocca, con l'introduzione di alcune macchine di tipo semplice (probabilmente macchine da cucire Howe o Singer), si trasformò in una manifattura meccanizzata. 

Questa prima fabbrica di calzature ebbe anche la caratteristica, fieramente avversata dalla manodopera maschile, d'impiegare, in parte, quella femminile, peculiarità di cui si servirono i Fili Bocca nei loro slogan pubblicitari, trasformandola in una felice invenzione propagandistica. Essi, a conferma di una notevole versatilità nelle principali funzioni aziendali, curarono anche la modellistica, facendo viaggi all'estero, di cui uno famoso a Parigi, nel 1880, per adeguarsi alle aspettative, affinare il gusto e perfezionare le proposte, a scapito dell'insorgete concorrenza.

Il mutamento della speranza 

Negli ultimi vent'anni del secolo, per l'avvento del protezionismo, progressivamente accentuatosi dalla tariffa doganale del 1878 a quella del 1887, il settore secondario vigevanese sperimentò un interessante sviluppo. Per la seta, avvenne finalmente anche il debellamento della malattia del baco, con l'individuazione di un seme orientale da essa inattaccabile, permettendo ad una produzione risanata la conquista di nuovi mercati nazionali ed esteri.

Dopo la selezione causata dalla lunga crisi, che aveva agevolato la concentrazione in vecchie aziende, quali, tra le filande, la Bonacossa e l'Oldani (insieme, 533 bacinelle e 951 addetti), e, tra i torcitoi, la Bonacossa (3.500 fusi e 400 operai) e la Rigone, si verificò anche la nascita di una nuova impresa, la Società Filatura Cascami Seta (1898)

I maggiori vantaggi della nuova politica economica si registrarono, però, nella lavorazione del cotone, che fu il settore di maggiore espansione, sia per i filati che per i tessuti, confabbriche di considerevoli dimensioni, per l'accresciuta concentrazione, il miglioramento tecnologico ed il passaggio al ciclo completo. Anche per questo tipo di produzione si assistette alla nascita di nuove aziende perché, nei 1892, la Gallo Pietro impiantò una fabbrica di maglieria (32 telai a mano e 60 addetti) e la Crespi-Gianoli, dopo aver ricostruito lo stabilimento di Predalate (1882), distrutto da un incendio (1881), avviò, a Molino del Conte, nel 1882, un'altra fabbrica per la filatura e la tessitura. Nel 1896, scioltasi questa società, i F.lli Gianoli rilevarono sia lo stabilimento di Predalate (6.240 fusi e 300 operai) che quello di Molino del Conte (12.000 fusi, 360 telai meccanici e 817 addetti), mentre Giuseppe Crespi costruì, in regione Mora bassa, una nuova fabbrica per la filatura e la tessitura, annettendovi le case operaie.

Nelle attività minori, scomparve la produzione dei cappelli di feltro, rappresentata principalmente dalle ditte Bonani, Busca, Gusberti e Cono, perché non poté resistere alla concorrenza tecnologicamente più avanzata di Alessandria e di Monza. Si verificò anche la nascita di alcune aziende, quali, la rinnovata conceria Ceretti Luigi (1892), il saponificio Zanotti Giuseppe (1896), la birreria Spargella Natale (1897), succeduta alla Peroni, le fornaci LavelIi C., Bellazzi Domenico (1899) e F.lli Ottone (1899), a cui si aggiunsero alcuni brillatoi, caseifici, tintorie e mobilifici. Erano queste le prime avvisaglie di un prossimo recupero del ricco tessuto manifatturiero, tradizionale contorno alle diverse monoproduzioni vigevanesi, le cui propaggini risalivano, come abbiamo visto, al critico periodo liberista.

 Nel settore calzaturiero, dopo la nascita delle imprese Ferretti Luigi (1879) e Ferrari Trecate Matteo (1880), nel 1881, i Fili Bocca si divisero e Pietro restò nella prima fabbrica, specializzandosi nella produzione di pantofole, mentre Luigi ne impiantò un'altra, in Via del Teatro (oggi G. Merula), realizzando un'ampia gamma di calzature. Nello stesso anno (per certe fonti nel 1877), un loro cognato, il Madonnini, da loro precedentemente assunto per dirigere il negozio annesso allo stabilimento, diede l'avvio ad una fabbrica, in Via Principe Umberto (oggi Corso della Repubblica), specializzata nella produzione di calzature a rovescio per bambini. Questa iniziale diffusione si accentuò, in seguito, con le aziende: Pellagatta Luigi (1887), Morone Santo (1890), La Nazionale (1890), di rilevanti dimensioni (300 addetti) e modernamente organizzata, ma presto scomparsa (1895), Fassini Luigi, Villa e Compagni (1895), Giulini Pietro (1896), all'origine di molti futuri imprenditori, Sempio-Milanino (1898), Gagliardone Pietro, Gagliardone Celeste e Negrini Giovanni (1900).

A fondare questi nuovi stabilimenti, di cui i più importanti occupavano da 40 a 300 addetti, erano sovente imprenditori di origine strettamente operaia, che, dopo aver acquisito l'essenza del mestiere dai precursori, sentivano il desiderio impellente di tentare, in proprio, l'affascinante avventura di una emancipazione lavorativa, di schietta tradizione vigevanese.

Fino alla fine del secolo, queste fabbriche, spesso di piccole dimensioni, facevano un uso ridottissimo di macchine semplici, in maggioranza cucitrici di provenienza tedesca o americana (Howe, Singer e Mak-ay), e la loro lavorazione avveniva prevalentemente a mano, sul tradizionale deschetto o sul banchetto, introdotto in quel tempo. Nel 1900, ancora Luigi Bocca (alcune fonti attribuiscono, invece, questo primato a Pietro Giulini, nel 1898) fece un viaggio in Germania, a Francoforte, si procurò, presso la ditta Moenus, produttrice di macchine per calzature, un'ampia attrezzatura e la introdusse nel suo stabilimento, utilizzando l'energia elettrica, concessagli dalla filanda dei F.lli Bonacossa.

Questo primo sviluppo industriale del settore calzaturiero vigevanese, di cui, in gran parte, si sono perse le tracce, fu accompagnato dalla contemporanea vertiginosa diffusione della produzione artigianale, in un modo già sperimentato in precedenti attività. La manodopera impiegata, in questo ambito produttivo, fu sensibilmente superiore a quella industriale e distribuita in numerosi laboratori, che continuavano la tradizionale lavorazione a mano, nel più puro spirito artigianale, con l'orientamento prevalente alla qualità. Esisteva, infine, un più esteso numero di lavoranti, di tipo manuale, a domicilio, per conto sia delle imprese industriali che di quelle artigianali, secondo lo schema classico, nelle sue grandi linee, della manifattura decentrata; il ritiro delle materie prime e la riconsegna dei prodotti avveniva, di norma, a cura degli stessi lavoranti, nelle sedi dei committenti.

La sicurezza della scelta

   Nel primo ventennio del nuovo secolo, caratterizzato da una grande espansione industriale, la produzione di Seta vide invece l'inizio del suo lento ed inarrestabile declino, che l'innovazione tecnologica e l'introduzione dell'energia elettrica non contribuirono ad arginare. La diminuita propensione dell'agricoltura alla preparazione dei bozzoli, l'aumentata incidenza della concorrenza asiatica e la debole organizzazione finanziaria del settore furono le cause principali di queste prime incrinature di un'industria ancora tra le maggiori per il 5U0 peso relativo. Si trattò, perciò, di un periodo transitorio verso il peggio, che vide la scomparsa della Oldani, la difficile persistenza della traballante Rigone (diventata Rigone - Bogliani, con 80 addetti), la conseguente crescita, per concentrazione, della Fili Bonacossa (400 addetti) e l'espansione della Società Filatura Cascami Seta (889 addetti).

La lavorazione del cotone, invece, partecipò pienamente all'eccezionale sviluppo industriale di questo periodo, usufruendo dell'importante progressiva sostituzione, come forza motrice, dell'energia elettrica a quella idraulica tradizionale. Un'altra caratteristica ditale suo straordinario incremento fu l'accentuato peso che assunse, all'interno del ciclo produttivo, la tessitura nei confronti della filatura, con riflessi estremamente positivi sulla possibilità d'esportazione. In questo ambito, si accrebbe ulteriormente l'importanza della ditta Giuseppe Crespi (800 addetti), ma soprattutto quella dell'impresa F.lli Gianoli, che, oltre a mantenere la filatura di Molino del Conte (810 addetti) e a trasformare in tessitura quella di Predalate (130 addetti), impiantarono un nuovo stabilimento, per la tessitura e la filatura (1907, con 480 addetti), in Regione Sardegna.

Lo slancio dell'età giolittiana contagiò pure le attività minori, che, accelerando la tendenza degli ultimi anni dell'800, espressero una prodigiosa comparsa di nuove imprese, mai sperimentata, con quella intensità, da almeno cinquant'anni. Eccone l'elenco, con i rispettivi addetti: il caseificio Invernizzi (1902; 18), le fonderia Silva Francesco (1903; 15) e Macchi Francesco (1908; 10), le pilariso F.lli Ornati (1905; 2) e Alberizzi Emilio (1907; 16), le officine elettriche Società Conti (1906; 16) e Marchese Rocca Saporiti (1907; 4), il cantiere

Società Zanoletti (1907; 70), la fornace Bellazzi-Preda (1907; 16), l'opificio per la fabbricazione del ghiaccio artificiale Castelnuovo Giuseppe (1906; 2), la distilleria Società Distilleria (1909; 5) e l'azienda cartografica Angelo Crespi (1919).

Una progressione stupefacente ebbe, nei primi dieci anni del secolo, lo sviluppo del settore calzaturiero, che riuscì a diventare la nuova manifestazione monoproduttiva vigevanese, superando ampiamente il comparto tessile, per la manodopera da esso impiegata, sia diretta che indotta (nel 1907, esistevano 36 calzaturifici, con 1.470 addetti, a cui se ne affiancavano altri 8.000, tra artigiani in senso stretto e lavoranti a domicilio; la produzione giornaliera era di 1.100 paia). Seguiamo la singolare successione di nuove ditte, con i relativi addetti: Ghisio Andrea, Beolchi Vincenzo (1903; 55; 7), Martinelli Antonio (1904; 15), Migliavacca Pietro, Martinelli Secondo, Dondé Olderico, Cipollini Pietro, Ferretti Angelo (1905; 8; 51; 19; 14; 30), Re Ettore, Ferrari Trecate Matteo, Negrini e Compagni, Dell'Acqua Gaetano, Viglio Pasquale (1906; 15; 125; 20; 8; 12), Pelati Vitale, F.lli Ardito, Sartorio Amedeo Sartorio Alberto (1907; 35; 8; 6; 3), Morselli - Bonomi, Pezzoli Domenico, Garberini Sebastiano, Martinenghi Luigi, Bertolini Pietro (1908; 53; 15; 18; 45; 4), Gavuglio Giuseppe, Forzinetti Mario, Dulio Giuseppe (1909; 30; 100; 8), F.lli Mainardi (1914) e F.lli Rossanigo (1915).

Questo dilagante impegno industriale, accompagnato da una ramificazione minuziosa di tipo artigianale, in laboratori e manifatture decentrate, spesso con esso collegata, ricevette un ulteriore impulso diffusivo dallo scoppio della prima guerra mondiale, che accrebbe molto le normali commesse (intorno al 1920, esistevano 260 calzaturifici, di cui 65 industriali, con 8.000 addetti interni; i lavoranti a domicilio erano 7.000; la produzione giornaliera ammontava a 15.000 paia). L'attuazione, nelle fabbriche prevalentemente manuali, del lavoro a giro (divisone dell'attività tra gruppi) o di quello a squadre (divisione dell'attività tra addetti) dovrebbe aver favorito, fin da quegli anni, manifestazioni embrionali di specializzazione e di decentramento nel ciclo produttivo. Un'altra caratteristica saliente, per l'intero periodo, fu l'accentuarsi relativo, perché la predisposizione artigianale si mantenne ancora consistente, della meccanizzazione, che prevalse nell'ambito industriale, rendendo alfine minoritarie le imprese a produzione prevalentemente manuale.

Dalla cresciuta meccanizzazione aziendale, venne lo stimolo impellente di impiantare officine locali per la costruzione dì macchine calzaturiere e la prima impresa italiana ditale tipo, la Ferrari Antonio, fu avviata, a Vigevano, nel 1901, sollecitando ben presto una rapida imitazione. È infatti, riscontrabile una loro pur modesta diffusione, durante e dopo il primo conflitto mondiale, dimostratasi subito capace di fronteggiare, con successo, la soverchiante concorrenza straniera, arginandola spesso con il frutto di una fervida fantasia inventiva.

Bisogna afferrare in tutta la sua estensione il coraggio di questi pionieri posti di fronte alla potenza di ditte, come la Soc. Americana, la Moenos e la AtlasWerke, il cui monopolio era talmente sicuro da arrivare al punto di non vendere più le macchine, ma di darle solo in affitto, con il pagamento del canone, di una somma forfettaria e di una a tempo.          

L'ampiezza del successo

   Durante il fascismo peggiorò la produzione serica perché, oltre alle cause già ricordate, si aggiunse, come fattore negativo, l'apparizione della seta artificiale, con la nascita del settore chimico - tessile, il cui esempio aziendale più importante, a livello nazionale, si ebbe proprio in provincia, la Snia Viscosa di  Pavia. Questo declino incontenibile ebbe manifestazioni diverse, secondo la fase produttiva considerata, con un calo sensibile della trattura e della torcitura ed una tenace resistenza temporanea della tessitura, i cui tentativi di riconversione risultarono, alla fine, sterili. Così a Vigevano, nel 1939, delle numerose imprese ottocentesche (ancora 8, con le minori, nel 1927), erano rimaste soltanto la filanda Bonacossa (150 addetti, nel 1927) in via d'estinzione, come trattura e filatura, e la Società Anonima Filatura Cascami Seta (768 addetti, nel 1927), per la filatura e la tessitura relative, a testimonianza di una gloriosa tradizione di cui, ormai, si stava sbiadendo persino il ricordo.

L'invenzione delle fibre artificiali e la loro rapida fortuna influenzarono negativamente anche la produzione del cotone, che non poté più crescere con il ritmo tradizionale, denunciando una progressiva saturazione dei mercati ad essa congeniali. Dopo una discreta tenuta, nel periodo liberista del fascismo, per l'avvento dell'autarchia, subì un sensibile rallentamento, acuito dall'accresciuta concorrenza delle fibre sintetiche, a cui dovette, in gran parte, far ricorso per la sua lavorazione. In questo campo, a Vigevano, esistevano, nel 1927, ben 5 stabilimenti di filatura e di tessitura, ma il predominio era appannaggio sicuro del cotonificio FIli Gianoli, che ne possedevano 3 (quelli di Molino del Conte, di Regione Sardegna e di Predalate, con rispettivamente 718, 640 e 31 addetti), seguito dalla S.A. Manifattura Gallo (663 addetti), con pregiata produzione, subentrata da poco alla filatura Giuseppe Crespi.

Ad eccezione di un breve periodo recessivo, durante la grave crisi mondiale del 1929, la produzione calzaturiera continuò a svilupparsi, raggiungendo, nel 1937, le 873 imprese (203 industriali), con 13.475 addetti interni, innumerevoli lavoranti a domicilio ed una capacità produttiva di 90.000 paia giornaliere. Vigevano fu, poi, anche la prima località italiana a cominciare , nel 1929, la produzione di calzature di gomma, con la ditta F.lli Rossanigo (Smart), attività così rapidamente affermatasi da raggiungere, nel 1935, le 7 imprese ed una capacità produttiva giornaliera di 60.000 paia: ormai la città era la capitale italiana della scarpa.

Vediamo le principali ditte di quel periodo, alcune con i relativi addetti: per le calzature di cuoio, Ursus Cuoio (500), Fili Mainardi, Argo, Bastico, Bonomi, Dafarra, Conti, Curione, Dall'Aglio, Locatelli, Mairano, Maldifassi, Previde Massara, Merlo, Pertusi, Pizzoccaro, Pisani; per quelle di gomma: Ursus Gomma (1.400), Rossanigo (1.000), Gibili (850), Ilce Gomma, Eco Gomma, Gea, Aquila, Enne Mi, Vega Gomma.

Da questo momento in poi, parlare di attività minori, per Vigevano, significa riferirsi prevalentemente a tutta quella gamma d'iniziative che, più o meno strettamente, avranno, come punto di riferimento, il settore calzaturiero, formando con esso un sistema d'imprese sempre più complesso, pur nel rispetto di un autonomo peso crescente. Infatti, in quel periodo, le aziende meccaniche per la costruzione di macchine calzaturiere andarono aumentando e ricevettero una forte accelerazione, dopo il 1930, con le vaste possibilità loro offerte dalle industrie di scarpe in gomma, sia per le attrezzature che per gli stampi (ditte più importanti: Ferrari Antonio, Fenini, Macchi, Ornati Angelo, Piccolo Tommaso, Ubezio).

Contemporaneamente, cominciarono ad apparire in città le prime manifestazioni di sub-fornitura o di produzioni affini, come si denominavano allora, che, con le aziende meccaniche, dilatarono la presenza delle attività minori, già rappresentate da imprese della pesca, dei legno, della carta, dei vestiario, dei trasporti, alimentari, poligrafiche, siderurgiche e chimiche.

La sub-fornitura calzaturiera si espresse, innanzitutto, con la specializzazione, per la comparsa delle prime imprese produttrici di componenti (tacchifici, suolifici, tomaifici, formifici, scatolifici, cassifici, ecc.); si ampliò, inoltre, con il decentramento, per la fornitura di fasi da parte di alcune piccole aziende e soprattutto di numerosi lavoranti a domicilio (taglio, orlatura, foderatura, ecc.); fu infine, completata dalla prestazione di servizi (modellisti, commercialisti, mediatori, commercianti, trasportatori, agenti di vendita, ecc.), le cui consistenti propaggini erano già riscontrabili nei primo ventennio del secolo (ecco alcune ditte importanti: Bellazzi Luigi, Battaglia G., Grossi, Lagomarsini Giulio, Marinoni - Freggio, Mono Luigi, Portalupi Luigi, Pampuri, Resto, Rocca Luigi, Rossi Borghesano G. e Sartorio Antonio). 

Una tale struttura produttiva doveva necessariamente ricercare un suo riflesso promozionale e, nei 1931, nacque la "Settimana Vigevanese", diventata, nei 1939 "Mostra Mercato Nazionale", esposizione merceologica generica, ma con netta prevalenza delle calzature, che, per 9 anni, costituì anche un importante avvenimento per il costume cittadino. Basta scorrere, in parte, gli elenchi delle aziende partecipanti alle varie edizioni, per rendersi conto della prosperosa articolazione economica raggiunta, allora, da Vigevano; ad esse fecero degno contorno altre ditte italiane ed estere, tra cui alcune americane e tedesche, a dimostrazione dei prestigio internazionale raggiunto dalla città. Intanto, essa aveva mutato volto perchè, soltanto nell'ambito calzaturiero, erano sorti almeno un centinaio di nuovi stabilimenti, di varie dimensioni, seguendo i crismi costruttivi richiesti, mentre si infittiva l'utilizzo parziale di abitazioni civili per l'installazione di numerosi piccoli laboratori a discapito di norme tecniche ed igieniche.

L`esperienza del miracolo

Dopo la triste parentesi della seconda guerra mondiale, caratterizzata da un forte regresso produttivi, per il settore calzaturiero si verificò un nuovo sviluppo straordinario, negli anni compresi tra il 1947 ed il 1960, come appare dalla documentazione, sia ufficiale che ufficiosa, disponibile. Secondo i dati dei censimenti, riferentesi alla Provincia, ma tranquillamente attribuibili, come tendenza, a Vigevano, per la sua preminenza nel settore, si ebbe tra il 1951 ed il 1961, un incremento dei calzaturifici, sia in unità produttive (+ 67,5%) che in addetti (+ 93,2%), mentre calarono i laboratori per la lavorazione a mano (- 47,8%) e la loro occupazione (- 46,6%). Ciò significava lo spostamento massiccio dall'artigianato all'industria, intendendo tali categorie nel senso storico, come diverse tipologie produttive, mentre se le si considera nel significato contemporaneo, come differenti dimensioni aziendali, la piccola impresa artigianale si mantenne prevalente per le unità produttive (nel 1951, il 79,4%; nel 1961, il 75,3%), come la piccola impresa industriale, per l'occupazione (nel 1951, il 38,4%; nel 1961, il 31,8%).

Vale la pena di aggiungere che, secondo valutazioni non di censimento, ma attendibili e particolarmente illuminanti, il settore calzaturiero vigevanese, dal 1954 al 1960, passò come numero d'aziende, da 730 a 870 unità e, nella produzione annua, da 15 a 21 milioni; fu un'espansione prevalentemente estensiva, con una manodopera in gran parte immigrata (dalla Lomellina, dal Veneto e dal Meridione) e giunta, per l'intero sistema calzaturiero, a 27.500 occupati, di cui 12.000 pendolari. In questo eccezionale sviluppo ebbe, come si vede, notevole parte l'esportazione, che cominciata timidamente prima del conflitto, fu continuata, dopo di esso, con rapida progressione, passando intorno al 1950, dall'estemporaneità alla sistematicità e coprendo una vasta gamma di mercati. Un effetto incentivante svolse anche la riapertura, nel 1948, della "Mostra Mercato Nazionale", diventata, nel 1950, dichiaratamente internazionale, e trasformatasi, nel 1952, in esposizione esclusiva per le calzature, a dimostra- zione del primato assoluto raggiunto dal settore.

Così, quelli furono anni in cui, per l'espansione vertiginosa della domanda interna ed estera, la sostanziale insignificanza della concorrenza italiana e straniera, Vigevano, vide un pullulare stupefacente di laboratori artigianali e di imprese industriali, sicuramente unico nella sua storia produttiva. In città, si producevano tutti i tipi di calzature, di qualsiasi qualità e per ogni categoria, con un soddisfacimento veramente impressionante delle innumerevoli esi- genze, come se esistesse un monopolio produttivo tale da non temere minimamente l'inserimento minaccioso di altre zone calzaturiere. La scarsità di spazio impedisce di ricordare tutti gli innumerevoli artefici di quella singolare componente del miracolo economico nazionale; basti elencarne le aziende più note, con i rispettivi addetti: Ursus (379), Ital Nord (321), Carbe (230), Enne Mi (220), Salamander (195), Maci (171), Faro (169), Sultanino (150), Novus (145), Elvezia (130), Rosi (120), Ardea (109) e Pegabo (100).

Molto importante fu la progressione con cui si perfezionarono e diffusero, in quegli anni, le aziende sub-fornitrici di ogni tipo (particolarmente quelle per i tacchi, le forme, le fustelle e le scatole), generando un tessuto di sostegno completamente soddisfacente le necessità dei calzaturifici, sempre più integrati con esse e con le aziende meccaniche, in un sistema d'imprese dalla complessità crescente. Non si era ancora giunti, certo, a quell'espansione straordinaria, in questa categoria, che sarà riscontrabile in seguito, ma si stavano ponendo serie premesse per un suo prossimo avvento, sia nell'estensione quantitativa che nell'approfondimento qualitativo, conformemente ai tempi. Si possono menzionare, al riguardo, due ditte famose: la F.lli Alava, il più importante fustellificio italiano dell'epoca, con vaste possibilità esportatrici, e la cartografica Angelo Crespi, assai rinomata per la sua raffinata ed accurata produzione.

In quel periodo si ebbe anche l'aumento notevole di officine meccaniche per la produzione di macchine calzaturiere, che riuscirono a coprire l'intera gamma delle esigenze settoriali, con tali progressi qualitativi da imporsi anche sui mercati esteri, notoriamente sofisticati. Questa impegnativa attività, trovava un valido supporto in severi studi, compiuti in due scuole tecniche cittadine, gli Istituti Roncalli e Negrone, e maturava, nell'esperienza pratica, agevolata dai calzaturieri, l'elasticità necessaria a risolvere, con singolare competenza, i molteplici problemi esistenti. Ecco un elenco di ditte importanti: Allevi - Belloni, F.lli Alava, Bertolaia - Bariani, Bruggi Salgemma e C., Coldesina - Valsecchi, Colli Francesco, Falzone Angelo, Ferrari Antonio, Grassi e figli, Gaggianesi - Parzini, Minola Felice, Officine Ornati Angelo, Rossi - Minola, Sturino Paolo e Piccolo Tommaso.

Il settore tessile fu caratterizzato, nel ventennio in questione, da un progressivo peggioramento che ridusse ulteriormente la sua presenza in città, sia in unità produttive che in occupati, con il comparto serico rappresentato soltanto dalla Società Cascami Seta e quello cotoniero dalla Manifattura Rondo, prosecutrice della Gallo, e dalla F.lli Gianoli, in sensibile declino. Ci fu, poi: un calo, sia in unità produttive che in addetti, per le aziende alimentari; un aumento, sia in unità produttive che in addetti, per le imprese chimiche, della carta, dei minerali e varie; un calo in unità produttive, ma un aumento in addetti, per le aziende del vestiario, del legno, della pelle e del cuoio; un aumento in unità produttive, ma un calo in addetti, per le imprese della gomma.

Il tempo della nostalgia

Lo slancio prodigioso del calzaturiero, secondo attendibili fonti ufficiose, continuò fino ai 1963 (970 ditte esistenti; 27,5 milioni di paia prodotte all'anno, di cui 14 milioni esportate) ma già nel 1965 apparve evidente una fase calante (920 aziende esistenti; 22 milioni di paia prodotte all'anno; soltanto l'esportazione aumentò a 17 milioni; però, nel 1968, denuncerà una netta flessione). I dati dei censimenti, pur fondati su criteri diversi dai precedenti, registrarono anche loro, tra il 1961 ed il 1971, un calo di unità produttive, da 838 a 593, e disoccupati, da 14.045 a 8.649; dei resto, una rilevazione del 1968, simile a quella dei censimenti, aveva già dimostrato la sensibile accelerazione della crisi: 760 ditte esistenti, Con 8.999 occupati. Fu la prima crisi post-bellica, per la congiuntura nazionale sfavorevole, l'aumentata concorrenza italiana e straniera, la lievitazione dei costi, soprattutto del lavoro, e la difficoltà nelle vendite; si tentò di reagire ad essa con l'innovazione tecnologica, la sub-fornitura diffusa ed il decentramento comprensoriale, mirando ad uno sviluppo intensivo. 

Questa prima ristrutturazione non raggiunse gli effetti sperati ed intervennero a peggiorare la situazione alcuni avvenimenti nazionali ed esteri, come l'autunno caldo del 1969, lo statuto dei lavoratori, la stretta creditizia, il crollo del sistema monetario mondiale, l'aumento del costo del lavoro, del prezzo del petrolio e delle materie prime; così nel 1973, si ebbe un altro momento difficile. Ad un nuovo consistente calo d'imprese e di occupati si tentò di porre rimedio attraverso aggiornati indirizzi di ristrutturazione, quali l'orientamento verso la produzione di calzature qualitativamente superiori, l'accentuazione della specializzazione e la crescita del decentramento, con l'ulteriore trasferimento fuori fabbrica dell'esecuzione di fasi e della lavorazione di componenti. Da una rilevazione comunale del 1976/77, risultò che tali provvedimenti avevano rallentato, ma non completamente eliminato la caduta (562 ditte esistenti, 7.188 occupati, con una perdita di 36 imprese, pari al 6%, ed un calo occupazionale di 1.606 addetti, corrispondente al 18,3%).

Soltanto nel 1978/79 si ebbe un sensibile recupero, sia in unità produttive che in occupati, ma fu un sollievo di breve durata, perché, già nel 1980, le difficoltà ricominciarono, con la chiusura di fabbriche meno flessibili per la loro dimensione media. In un anno, l'occupazione diminuì di 600 unità, le ore di Cassa Integrazione Guadagni raddoppiarono (960.000), le esportazioni calarono del 20% e l'andamento delle fiere, sia nazionali che estere, non lasciò molte speranze di una celere ripresa. Le cause furono ancora prevalente- mente esterne: le alterne vicende della domanda, i rincari delle materie prime, la concorrenza internazionale, il protezionismo e la stretta creditizia; lo stesso tentativo di un miglioramento, attraverso la specializzazione, si rivelò, in parte, illusorio; tuttavia, il censimento del 1981 registrò una relativa ripresa, sia nelle unità produttive (665) che negli addetti (7.780), ridando plausibilità allo sviluppo intensivo.

Invece, un aumento consistente manifestò, in quegli anni, il comparto della sub - fornitura calzaturiera, estendendosi a tutti gli ambiti di articolazione possibili (concerie, fustellifici, aziende chimiche, tomaifici, giunterie, solettifici, trancerie, tacchifici, scatolifici, ecc.), con una produzione di componenti, una fornitura di fasi ed una prestazione di servizi sempre più sofisticate (circa 200 aziende in prevalenza piccolissime, con un migliaio di occupati interni ed innumerevoli lavoratori a domicilio). Si andò, così accentuando la distinzione, nel ciclo produttivo calzaturiero, tra ciò che era opportuno mantenere all'interno del calzaturificio e ciò che era necessario trasferire al suo esterno, in altre aziende specifiche, su cui si fonda, con l'integrazione delle imprese meccaniche, la complessa struttura funzionale del sistema calzaturiero. Purtroppo, non esistono dati precisi su questo sfaccettato settore, in cui pure si espresse l'esclusività vigevanese, a livello nazionale, con la produzione, ad esempio, di sottopiedi in materiali sintetici imbottiti o del rigenerato di cuoio, a testimonianza di una ricerca costante del primato.

Il metalmeccanico continuò, in tale periodo, la sua prodigiosa progressione, raggiungendo, in percentuale di imprese, il 20% e, passando in quella occupazionale, dal 12,8%, del 1961, al 20,3%, del 1971, al 25,9%, del 1976/77 ed al 26,2%, del 1981; in esso le imprese di macchine calzaturiere aumentarono dall'11,9%, del 1971, al 16,1%, del 1976/77 ed al 18,6%, del 1981. Queste ultime, secondo l'indagine comunale del 1976/77, sarebbero passate, dopo un calo sensibile, durante la crisi del 1974, dalle 157, con 2.044 occupati, del 1971, alle 186, con 2.465 occupati, del 1976/77; successivamente, il censimento del 1981, ne rilevò 233. con 2.779 addetti (si trattava in prevalenza di piccole imprese). Anche in questo settore la città raggiunse il primo posto, a livello italiano, sia per il numero di aziende in essa presenti (il 90% del totale nazionale) che per il suo contributo all'esportazione (anch'esse intorno al 90%), vantando una tecnologia d'avanguardia che anticipava, persino, le esigenze potenziali del calzaturiero.

Nelle altre categorie, dal 1961 al1981 si ebbe: un calo, sia nelle unità produttive che negli occupati, per le imprese alimentari, tessili, del legno, della gomma e varie; un aumento, sia nelle unità produttive che negli addetti, per le aziende chimiche e della carta; un calo nelle unità produttive, ma un aumento negli occupati, per le imprese del vestiario; un aumento unità produttive, ma un calo negli addetti per le aziende della pelle e del cuoio. Così, in quel ventennio, l'incerto andamento della struttura industriale di Vigevano fece progressivamente maturare, nell'opinione pubblica, un atteggiamento dominante di nostalgia per un'età dell'oro, da qualche tempo offuscata; non, tuttavia, per adagiarsi supinamente, ma per ricercare, nel lusinghiero passato, la conferma della possibile ripresa.

Conclusione

La manifestazione più importante, quindi, di questa seconda industrializzazione cittadina fu la progressiva formazione del sistema calzaturiero vigevanese, sicuramente esclusivo, per struttura e funzioni, sia in Italia che nel mondo. Per la sua crescente complessità, esso si colloca in una posizione avanzata, nell'ambito della concorrenza internazionale, con interessanti economie esterne e flessibilità accentuate, in un'efficace combinazione tra i pregi della piccola e quelli della grande impresa. Tuttavia, queste sue caratteristiche agevolanti per il progresso futuro non basteranno a perseguirlo se mancherà loro il supporto di una programmazione indicativa elaborata, in appositi consessi, dagli operatori economici, politici e culturali della zona.

Perciò, sia per l'Italia che per il mondo, l'originalità di Vigevano è questo sistema calzaturiero, costruito lungamente nel tempo, in cui distributori di materie prime, fabbricatori di scarpe, fornitori di componenti, elaboratori di fasi, prestatori di servizi e produttori di macchine 50fl0 diventati elementi così interdipendenti da formare, tra loro, un insieme organico, con caratteristiche economicamente avanzate. In corrispondenza a tale sviluppo, si è venuta anche formando una cultura calzaturiera altrettanto esclusiva, maturata sul lavoro, approfondita con il museo, custodita nell'archivio storico, arricchita con le biblioteche, tramandata nella formazione e diffusa con le mostre. Quindi, per motivi passati e presenti, più inerenti alla qualità che alla quantità, la città conserva legittimamente la qualifica di capitale della scarpa, attribuitale almeno dal 1907 e confermatale reiteratamente con il cavalierato del lavoro concesso a tre suoi imprenditori.

Essi, Pietro Giulini, Pietro Bertolini ed Ottorino Bossi, rappresentando degnamente, nell'ordine, le origini, lo sviluppo e la maturità del sistema calzaturiero vigevanese, richiama- no alla memoria le altre innumerevoli persone impegnate in quell'impresa. Tutti questi lavoratori, imprenditori e dipendenti, vigevanesi d'origine e d'adozione, noti ed oscuri, meritano una profonda ammirazione perché, con rara tenacia, hanno faticosamente raggiunto i risultati prima descritti. Per loro, Vigevano emerge, dalla sua storia, come un vasto laboratorio in cui l'ampia famiglia cittadina, anche nelle traversie, tenta quotidianamente di rinnovare, attraverso una straordinaria dedizione al lavoro, i motivi della sua speranza.

CONCLUSIONE GENERALE

Fin dove ci conduce un barlume di storia, Vigevano traspare come una città eminentemente sola, priva, in gran parte, di un contado Con cui poter armonizzare, attraverso un consueto predominio urbano, il suo potenziale sviluppo economico. In questa forzata solitudine, impostale dalle vicende temporali, essa ha maturato duramente la sua vocazione manifatturiera, considerando l'agricoltura, gestita da una piccola proprietà diffusa, soltanto come un'alternativa transitoria per la sopravvivenza. Il suo processo d'industrializzazione ha confermato tale propensione secolare, portandone ben presto a compimento le forme d'impresa finora storicamente rilevabili e le loro connessioni più avanzate di reciproca dipendenza.

Tutto ciò è avvenuto perseguendo una monoproduzione prontamente mutata nel tempo, quando la situazione storica ne decretava l'oggettiva obsolescenza, senza pericolose nostalgie per qualsiasi tradizione produttiva. La lana, nel Medio Evo, la seta, nell'età moderna, il cotone, i cappelli, le calzature, nell'epoca contemporanea, sono stati gli oggetti più appariscenti di questa continua ricerca per rinnovare, se necessario, una costante vocazione manifatturiera. Per ciascuno di essi, è stata, in larga parte, elusa la persistente attrattiva della mediocrità, puntando ogni volta alla perfezione produttiva, sulla frontiera più avanzata a cui potesse spingere l'emulazione del tempo.

Quindi, come traspare anche da questa breve sintesi, il significato storico del settore secondario vigevanese sempre essere questo: non importa tanto l'oggetto della produzione, quanto il lavorare e nel modo migliore possibile. Al limite, Vigevano potrebbe non essere più, un giorno, calzaturiera, come ha cessato di essere tessile, e riversare su qualcos'altro il suo incontenibile desiderio di produrre al massimo della capacità. Se la perfezione dell'uomo, pur partendo da filosofie diverse, è maturare se stesso costruendo il mondo, non vi è frammento di umanesimo più stimolante di questa tendenza; così, non esiste propensione migliore su cui fondare la nostra speranza.





VOLUME SECONDO

PRESENTAZIONE
L’Associazione Vigevanese Industriali e la Camera di Commercio, Industria, Artigianato e agricoltura di Pavia sono liete di presentare la prosecuzione della ricerca sulla storia dell’industrializzazione a Vigevano.
La buona accoglienza avuta dalla prima parte di questo lavoro del Dott. Sergio Biscossa aveva suscitato l'attesa diffusa di una sua celere continuazione, soddisfatta dalla presente pubblicazione.
L’occasione da cui essa è scaturita, il 135° anniversario di fondazione della Società generale di Mutuo Soccorso di Vigevano, dovrebbe essere vissuta in modo appropriato alla sua rilevante importanza.
Questa benemerita istituzione svolse, infatti, un ruolo considerevole nella storia contemporanea del lavoro italiano, meritando un ricordo più ampio di quello sinora riservatole la pochi estimatori.
Espressione fondamentale del lavoro vigevanese, tale Società trova in questa parte della ricerca, riguardante i dipendenti, una premessa indispensabile alla sua migliore comprensione.
Solo un variegato fermento produttivo, come risulta dalla presente analisi, poteva esserne lo stimolo, alimentando, per lungo tempo, i suoi ideali di solidarietà materiale e morale.
Riscopriamo, cosi, attraverso le due forme preminenti dell'industrializzazione cittadina, la tessile e la calzaturiera, un articolato susseguirsi di tecniche produttive, in gran parte, ormai, dimenticate.
Al di là delle mutevoli strutture, traspare, tuttavia, in modo persistente, la presenza umana dei nostri predecessori, costantemente protesi, nel lavoro, a perfezionare se stessi, trasformando il loro mondo.
Se ne ricava un profondo messaggio umanistico per i vigevanesi, soprattutto per i giovani, perché coscienti della dignità trasmessa dal passato, sappiano costruire, con fedeltà, quella futura.

Presidente dell'A.V.I.
GIANCARLO FERRARA

 Presidente della C.C.I.A.A.
 WALTER DAMIANI


Quegli operai non servivano. Lavoravano
Avevano un onore assoluto, come è proprio di un
onore. Bisognava che un bastone di sedia fosse ben
fatto. Era inteso. Era un primato. E non bisognava
che fosse ben fatto per il salario o mediante il salario;
non bisognava che fosse ben fatto per il padrone né
per i conoscitori né per i clienti del padrone: bisognava
che fosse proprio lui ben fatto in se stesso, per
sé stesso, nel suo essere stesso. Una tradizione venuta,
salita dal più profondo della razza, una storia, un
assoluto, un onore voleva che quel bastone di sedia
fosse ben fatto. Ogni parte, nella sedia, che non si
vedeva era esattamente e così perfettamente fatta
come quella che si vedeva.

Charles Péguy - "Il denaro






PREFAZIONE 2

Il lusinghiero apprezzamento espresso sulla prima parte di questa ricerca mi ha ulteriormente stimolato alla stesura della seconda, riguardante l'apporto dei dipendenti.
Essa viene pubblicata in occasione del 135° anniversario di fondazione della Società Generale di Mutuo Soccorso di Vigevano, sodalizio importante nella storia contemporanea del lavoro italiano.
Pur essendo la trattazione specifica ditale Società riservata alla terza parte della ricerca, riguardante le mentalità, è, di certo, opportuno festeggiare l'avvenimento con un testo, ad essa propedeutico, sui suoi aderenti.
Riscoprire il contributo fornito dei dipendenti vigevanesi all'industrializzazione cittadina, soprattutto nel secolo scorso, è una ricerca spesso difficile per l'ampia carenza di documentazione sinora disponibile in questo ambito.
Al contrario avvicinandoci al nostro tempo, la profusione di notizie riscontrabili, anche se tuttora poco utilizzate dai ricercatori, è talmente vasta da creare difficoltà per eccesso ad ogni sintetica ricostruzione.
Alfine di riequilibrare queste situazioni così contrastanti l'unica scelta efficace mi è sembrata una combinazione tra la descrizione minuziosa per i periodi carenti e quella essenziale per i momenti proficui, cercando di armonizzarle.
Nella ricostruzione, si avrà perciò da una parte, un contatto quasi visivo con l'attività dei lavoranti e, dall'altra, un forzato diaframma costituito dai cicli produttivi, oltre i quali bisognerà immaginare una presenza umana faticosamente operante.
Il lavoro dei dipendenti anche nel caso di più labile percezione, sarà quindi, l'oggetto costante di questa parte, come centro intorno a cui ruoterà tutto ciò che direttamente o indirettamente gli fu connesso.
Il tempo ha, però, nascosto tra le pieghe dell'oblio molte sue manifestazioni concedendo spesso solo tenui tracce di una complessa realtà, che si potrà intravedere con l'uso prudente di una plausibile analogia.
La struttura della ricostruzione cercherà di essere conforme alla realtà, caratterizzata, dalla propensione tradizionale di Vigevano alla monoproduzione, mutata nel tempo e sempre accompagnata da varie attività minori.
Nel primo periodo, la preminenza spetterà al lavoro tessile, mentre, nel secondo, riguarderà quello calzaturiero, ambedue determinanti in tempi successivi, nel processo d'industrializzazione vigevanese.
Le attività minori, per le dimensioni assegnate alla ricerca, dovranno essere soggette ad una necessaria selezione, secondo la relativa importanza, ma anche quelle escluse dall'analisi verranno, se possibile, almeno menzionate.
In argomenti come la durata del lavoro e l'ammontare del salario mi sono limitato ad un analisi economica, riservando quella sociale alla terza parte della ricerca, più adatta a questo scopo.
Anche in questa pubblicazione, per esiguità di spazio, ho dovuto omettere le numerose note integrative del testo e limitare le fonti, sia documentarie che bibliografiche a quelle essenziali.
Un analogo impedimento si è ripetuto per i ringraziamenti personali, dovendo ancora fare ricorso a quelli collettivi, in attesa di una esplicita menzione in un più ampio lavoro.
Desidero, perciò, ringraziare collettivamente chi mi ha generosamente aiutato, affrontando con paziente benevolenza la mia frequente insistenza, in tali ambiti:

1) istituti universitari di Pavia, biblioteca universitaria di Pavia, biblioteca Bonetta di Pavia; biblioteca della C.C.I.A.A. di Pavia, archivio statistico della C.C.I.A.A. di Pavia archivio di Stato di Pavia;

2) archivio storico civico di Vigevano, biblioteca comunale di Vigevano, biblioteca del seminario vescovile di Vigevano, archivio della Società generale di mutuo soccorso di Vigevano, archivio della Società di mutuo soccorso tra calzolai ed affini di Vigevano, Gruppo Avgevan;

3) archivi e biblioteche di privati (la pubblicazione della prima parte della ricerca ha stimolato una diffusa partecipazione, in questa categoria, che mi ha dato notevoli apporti).

Un particolare ringraziamento devo confermare a chi, all'interno della C.C.I.A.A. dell'A.V.I., in questi anni mi ha concesso la sua fiducia, stimolato all'azione ed apprezzato per i risultati, riconoscendo l'utilità di questo lavoro.

A tutti, desidero rinnovare la mia profonda riconoscenza per l'indispensabile aiuto fornitomi, garantendo la persistenza di questo mio doveroso sentimento.


Capitolo III - Il predominio del settore tessile (1743 - 1861)


Introduzione


Non si sa, con precisione, come venisse esercitata la trattura serica, a Vigevano, nell 500, ma sicuramente era già in uso il fornello per riscaldare l'acqua della bacinella in cui si disponevano i bozzoli. Le prime notizie certe sull'esistenza dell'aspo da collegare al fornello per l'avvolgimento delle matasse sono riscontrabili soltanto nel 1600, attraverso chiari riferimenti ai relativi meccanismi. Nella prima metà del 1700, le descrizioni e le incisioni disponibili attestano la sicura combinazione di queste due parti nella cosiddetta torre alla piemontese, utilizzata generalmente da due donne, l'una addetta alla bacinella e l'altra
all'aspo.

È, invece, più arduo rintracciare come si sviluppò la torcitura serica, praticata, probabilmente,
nel 1500, dalle tradizionali filatrici, usando la rocca, il fuso e, quindi, il gancio al soffitto per la binatura. Esse dovrebbero aver migliorato successivamente la loro prestazione con l'impiego del filatoio, a mano o a pedale, ma già, nel 1600, potrebbero essere apparsi i primi torcitoi alla milanese. Questi furono certamente presenti, nella prima metà del 1700, con le loro strutture cilindriche ruotanti, mosse a mano, prevalentemente da uomini, o da animali e capaci di occupare soltanto due lavoranti.

Dalla seconda metà del 1500 alla prima metà del 1700, la tessitura serica utilizzò il secolare telaio, rimasto fondamentalmente immutato dopo le essenziali modificazioni del periodo medioevale. All'interno di questa comune struttura esisteva però, in funzione dei diversi prodotti, una variegata gamma di tipi, usati, in genere, da una sola persona, affiancata, a volte, da un'altra, per il lancio della spola. Assai oscura rimane l'evoluzione seguita dalla fase preliminare dell'orditura, ma, nella prima metà del 1700, dovrebbero già essere stati utilizzati i complessi orditoi manuali, mossi da una sola persona.

Un filo per l'esistenza


Nella seconda metà del 1700, la trattura serica, a livello artigianale, avveniva nei cortili, sotto tettoie o portici, o nelle stanze più ampie delle abitazioni, con un numero di torri spesso non superiore a tre. Le imprese industriali, apparse tra la fine del 1700 e l'inizio del 1800, prolungarono l'utilizzo di tettoie e portici, proporzionali alle loro maggiori attrezzature, aggiungendo, a volte, tra i pilastri portanti, cancelli lignei. Durante la prima metà del 1800, le filande s'installarono in edifici chiusi, ristrutturati o nuovi, anche a tre piani, costituiti da vasti cameroni, con ampie finestre, ed usati, in ordine ascendente, per il magazzino, la bozzoliera e la trattura.

Non si conosce quale fosse la disposizione delle torri negli ambienti artigiani, ma l'ovvia emulazione deve avere spinto a ricercare quella più conforme alla maggiore produttività. Lo stesso fenomeno deve essersi verificato nell'ambito industriale perché le imprese dovrebbe- ro avere avuto, nella fase iniziale, dislocazioni piuttosto insoddisfacenti delle loro attrezzature. Sotto la spinta ditale ricerca, però, già dalla seconda metà del 1700 le filande, come soluzione ideale, cominciarono a disporre le torri su due file parallele ed invertite, con un corridoio centrale, riservato al controllo della lavorazione.

Ogni torre impegnava al fornello la trattora o filatrice, che, dopo aver immerso nell'acqua riscaldata della bacinella alcuni bozzoli, presi da un canestro, riuniva le bave in fili e, previa incrociatura, li convogliava all'avvolgimento sull'aspo. Alla rotazione di questo era addetta la fattorina o inaspatrice, avente pure i compiti di riannodare i fili rotti, rifornire d'acqua la bacinella ed alimentare il fuoco del fornello. Il corridoio tra le due file di. torri era percorso, continuamente, in ambo i sensi, dal regolatore, preposto al controllo e, periodicamente, da fanciulli o uomini adibiti, con l'apposito canestro, al rifornimento dei bozzoli per la trattura o al rinnovo del combustibile.

Nella seconda metà del 1700, il fornello era costituito da un banco in muratura su cui era inserita la bacinella, riscaldata a fuoco da un'apertura sottostante, ma, nella prima metà del 1800, esso fu snellito e perfezionato. Analogo andamento ebbe la rotazione dell'aspo, praticata, nel primo periodo, con la manovella, e nel secondo, per la maggiore velocità, con il pedale, superato, poi, dall'utilizzo della forza idraulica. L'innovazione più importante avvenne, però, con l'uso del vapore, verso la metà del 1800, che sostituì, prima, il fuoco, nel riscaldamento delle bacinelle, e, poi, l'intervento umano e l'energia idraulica, nella rotazione dell'aspo.

La trattura persistette, come lavoro stagionale, svolto durante l'estate, con prolungamenti, a volte, di due mesi, sino al quarto decennio del 1800, quando cominciarono ad apparire le imprese con attività annuale. Sulla durata del lavoro giornaliero non si conoscono dati

precisi per il periodo riguardante l'impegno stagionale, ma dovrebbe essersi svolto, con intervalli per l'alimentazione, dall'alba al tramonto. Dopo l'inizio dell'attività annuale, essa era, in estate di quindici ore, divise in due periodi, dalle 8 alle 12 e dalle 13 alle 20, interrotti dal tempo riservato al pranzo, ma veniva ridotto almeno a quattordici ore, nelle altre stagioni.

In merito ai salari quotidiani, non si conoscono dati sicuri fino al 1840, quando, ammontavano, sia nelle filande a fuoco che in quelle a vapore con moto idraulico, a 92 cent., per la filatora, e a 58 cent., per l'inaspatrice, soltanto in quelle lavoranti a fuoco. Nel 1852, la media del salario quotidiano per gli operai semplici, calcolata probabilmente con l'utilizzo delle retribuzioni femminili, maschili ed infantili, in tutti i tipi di filande, incluse quelle con moto a vapore, era di 69 cent.. Ci sfuggono, purtroppo, le dimensioni del salario maschile ed infantile, pur essendo quello femminile molto significativo in una realtà manifatturiera caratterizzata, nel 1846, dalla presenza di 1578 donne su 1665 lavoranti.

L`attrattiva della macchina


Riguardo alla torcitura serica, nella seconda metà del 1700, a Vigevano, l'incannatura e la binatura, rispettivamente, avvolgimento manuale su rocchetti di uno e due fili di seta grezza, provenienti dalla matassa raccolta sugli arcolai, erano svolte da donne a domicilio. Esse portavano, poi, questi rocchetti ai filatoio alla milanese, perla scarsa filatura, torsione del filo incannato, effettuata su aspi, e per la più diffusa torcitura, torsione del filo binato; le macchine per filare erano spesso trasferite presso i clienti e, in tal caso, funzionavano nei cortili, sotto i portici o in locali adatti. Il filatoio alla milanese, simile, in genere, ad un grande aspo verticale, con un meccanismo motorio concentrico alla parte esterna, portante i rocchetti e gli aspi, era mosso, a mano, da un uomo, coadiuvato, per ogni suo piano o valico, da un altro addetto al controllo della lavorazione.

Con l'avvento successivo del filatoio misto, tali dimensioni strutturali si accrebbero parzialmente e la forza motrice divenne quella idraulica, imponendo la sedentarietà in appositi edifici e l'aggiunta, alla configurazione originaria, di ruote, a pale e dentate, collegate agli alberi di trasmissioni. In essi, venivano ancora trasportati dalle lavoranti a domicilio i rocchetti dell'incannatura, mantenutasi come avvolgimento di filo grezzo, ma la binatura, trasformatasi largamente in avvolgimento di due fili torti, fu trasferita all'interno del torcitoio. Per le esigenze dell'organzino, la cui produzione aumentò sensibilmente, la filatura, sempre su aspi, aumentò considerevolmente, mentre confermò la sua importanza la torcitura, e, per la binatura ancora manuale, ad una maggiore presenza maschile si aggiunse quella femminile.Il filatoio alla bolognese, divenuto dominante nella prima metà del 1800, concentrò lo svolgimento di tutte le operazioni della torcitura nello stesso edificio, trasferendo in esso anche l'incannatura, però meccanica, a moto idraulico. Esso, analogo ma superiore, per dimensioni, a quello misto era contenuto, normalmente, in un edificio a due piani, collegati da un solo meccanismo motorio, il primo per la filatura, ma su rocchelle, e per la torcitura, il secondo per l'incannatura con tavelle o piccoli aspi. Il personale minimo necessario al suo funzionamento era costituito da un maestro o direttore, Otto garzoni per l'incannatura, in prevalenza fanciulli, assistiti da un tavelliere, quattro lavoranti per la filatura, Otto donne per la binatura e un addetto alla torcitura.

In questo sviluppo tecnologico, rilevante per il periodo attualmente considerato, le tappe più importanti furono indubbiamente l'uso delle rocchelle nella filatura, l'impiego dell'energia idraulica e l'utilizzo dell'incannatura meccanica. Tali innovazioni agevolarono sensibilmente il miglioramento qualitativo, l'estensione tipologica e l'ampliamento quantitativo dei prodotti, favorendo, in modo considerevole, il progresso nell'attività esaminata.

Esse incisero, pure, sull'intero ciclo serico, inducendo il perfezionamento nelle altre due fasi ed agevolando l'integrazione, in uno stesso edificio, tra la trattura e la torcitura, con il conseguimento di economie aziendali molto importanti.

Negli stabilimenti di torcitura, la durata del lavoro, durante l'anno, raggiungeva almeno gli otto mesi, senza alcuna combinazione con l'attività agricola, e quella giornaliera non superava le tredici ore, divise in due periodi da un intervallo di un'ora per l'alimentazione. I lavoranti di queste fabbriche, per l'attività svolta in modo esclusivo, la deformazione professionale subita ed il costante rifiuto di mutare mestiere, anche nei momenti di grande difficoltà, possono essere considerati come i primi veri operai del settore tessile. Tale singolare condizione era pure la causa primaria della loro particolare sofferenza, nei periodi in cui la congiuntura economica sfavorevole li privava dell'unica attività loro congeniale, lasciandoli senza alternativa.

In plausibile analogia con una zona trainante del Regno sabaudo, quella di Torino, intorno al 1790, il salario giornaliero poteva essere, per le incannatrici e binatrici, di 8,5, per i filatori, di 15,6, e, per i torcitori, di 23,9 soldi piemontesi. Tra il personale dei torcitoi alla bolognese, nei 1840, il salario quotidiano era, per le donne, di 50 cent., e, per gli uomini, di 1,50 lire, mentre, nel 1852, quello medio tra il maschile, il femminile e l'infantile, era di 45 cent.; sono invece sconosciute le retribuzioni dei torcitoi alla milanese. Anche nella torcitura serica si mantenne costante la preminenza delle donne rispetto agli uomini, valutata numericamente, nel 1845, in 182 su 218 addetti complessivi, ma non si conosce purtroppo quale fosse la consistenza del lavoro infantile. 
La propensione alla creatività 

Nella seconda metà del 1700, la tessitura serica venne, dapprima, realizzata a domicilio, cercando di adattare l'ambiente domestico alle esigenze delle sue operazioni: l'orditura, la piegatura e la tessitura in senso stretto. Nell'orditura, i faldelli di seta venivano raccolti da una

donna in rocchetti, inseriti, poi, nell'orditoio, simile ad una graticola verticale, da cui i fili erano trasmessi, con avvolgimento a spirale su di un grande arcolaio, in serie di varie dimensioni, dette paiole o mazzette. Queste unità complesse dell'ordito, con la piegatura, erano, successivamente, raccolte sul cilindro posteriore del telaio, il subbio, da almeno due lavoranti, utilizzando, in sequenza, due verricelli.

Inserito il subbio nel suo alloccamento, i fili dell'ordito, fatti passare attraverso i licci, le paiole superiori nell'anteriore e quelle inferiori nel posteriore, ed il pettine, venivano fissati al subbiello, cilindro anteriore del telaio. Dopo la lubrificazione o bozzima, dell'ordito, il tessitore, servendosi alternativamente di due pedali o calcole, formava un angolo tra le paiole in cui faceva scorrere in ambo i sensi, la spola contenente la trama, incrociandola all'ordito con la trazione del pettine. Questa situazione ordinaria, corrispondente alla fabbricazione di tessuti semplici, mutava in complessità riguardo a quella dei prodotti operati, con variazioni tecnologiche ed occupazionali, come l'aumento dei licci e l'impiego di lanciatori di spola.

La successiva nascita della manifattura non fece che aumentare numericamente queste attrezzature ed operazioni, trasferendole, però, in un edificio distinto dall'abitazione, con ordini e dimensioni purtroppo non determinabili. L'avvento della fabbrica proseguì tale processo, utilizzando, prima, i telai alla piana, e, dopo, quella alla Jacquard con una loro disposizione in due file parallele, divise dal corridoio per l'addetto al controllo. Riguardo alla distribuzione del personale, un opificio per la produzione di berrette occupava, ad esempio, per l'impiego di 30 libbre piccole di seta, una annodatrice, un tintore, sedici incannatrici, sei binatrici, trenta tessitori, dodici tra infioccatrici e cucitrici, una impaccatrice e tre direttori.

Sotto il profilo tecnologico, anche durante il periodo artigianale, la diversità del tessuto induceva ad usare una varietà di telai (per la passamaneria, i nastri, le garze, le stoffe lisce, quelle operate, i velluti ...) assai più complessa della diffusa ma grossolana distinzione tra grandi e piccoli. Non è certo questa la sede più opportuna per descrivere le numerose ed, a volte, radicali varianti subite, per le diverse esigenze, dal telaio ordinario, ma è opportuno rendersi conto della complessità produttiva riscontrabile in questa realtà. A tale ricchezza di articolazione, il telaio alla Jacquard, portò, nel periodo industriale, il suo considerevole contributo e fu sperimentato dai contemporanei come un progresso stupefacente, con relativo orgoglio per la comunità in cui funzionava.

La tessitura fu senza dubbio la fase del ciclo serico più lungamente soggetta al tradizionale modo di vivere artigianale, dominato dalla scarsa sistematicità, soprattutto rispetto alla durata del lavoro. È noto come, in questo sistema produttivo, l'attività sotto l'impellenza delle commesse, venisse usualmente concentrata, in modo assillante, nella parte finale della settimana, dopo essere stata, in gran parte, trascurata al suo inizio. Questo squilibrato uso del tempo lavorativo non permette di determinarlo con precisione, mentre, dopo il passaggio all'industria, pur tra persistenti difficoltà documentarie, traspare una durata quotidiana del lavoro attestantesi tra le 10 e le 12 ore.

I tessitori, considerati i lavoranti più importanti del ciclo serico, ebbero certamente i salari più alti; purtroppo, sia dalle descrizioni che dalle statistiche disponibili, per Vigevano, non si può trarre nessun dato attestante questa ipotesi ampiamente probabile. Per un confronto illuminante, è necessario ricorrere alla documentazione riguardante una fabbrica di una zona analoga, dove, nel 1819, mentre il salario settimanale dei tessitori ammontava a 80 soldi quello delle altre categorie di lavoranti variava invece da 30 a 60 soldi. Proseguendo su questa linea di ricerca, è possibile riscontrare, per la retribuzione quotidiana dei tessitori, la variazione, per abilità, da un minimo di 70 cent, ad un massimo di 1,40 lire, nel 1847, mutati rispettivamente in 80 cent, ed in 2 lire, nel 1859.

L'umiltà nell'imitazione

Non si è ancora stabilito con sufficiente certezza se la filatura del cotone abbia mai, avuto a Vigevano, una manifestazione artigianale, in abitazioni e laboratori, come avvenne per altre zone della Lomellina, più precoci nell'utilizzo di tale fibra. L'avvento dell'industria, rappresentato, in quel periodo, dalla ditta Corsiglia - Figaro, spinse, per le sue esigenze, all'utilizzo di un edificio avente, in origine, una diversa destinazione, il Mulino di Predalate. È possibile, con planimetrie dell'epoca e successive ricostruzioni, raggiungere una soddisfacente raffigurazione di tale edificio, con il suo caratteristico impianto per la produzione di una considerevole energia idraulica.
Finora, non si conosce alcuna documentazione specifica sulla dislocazione delle macchine in questa fabbrica, ma il loro assetto dovette essere quello usuale di altre analoghe, dove erano disposte su file parallele, con il corridoio intermedio per il controllo. La successione dei reparti si sviluppava probabilmente così: magazzino del cotone e dei tessuti, pulitura con le batterie, stenditura attraverso i rulli, cardatura, pettinatura, laminatura, con macchine omonime, e filatura realizzata dalle mule-jenny. Essendo quella del cotone una filatura scarsamente autoctona, il suo sviluppo tecnologico suscitò meno impressione di quanto si potesse prevedere; fu comunque possibile apprezzarlo nel confronto con analoghe operazioni su altre fibre tradizionali, come il lino e la canapa, soprattutto riguardo alle funzioni del laminatoio e della mule-jenny.
Non si sa con precisione quale fosse la durata del lavoro giornaliero nello stabilimento Corsiglia-Figaro, ma dall'uso dell'epoca, invalso in altre aziende analoghe, si può ragionevolmente ritenerlo compreso tra le 12 e le 14 ore, divise da un’ora d intervallo per il pranzo.
La retribuzione giornaliera degli operai semplici era, nel 1840, di 75 cent., senza ulteriore specificazione, mentre nel 1852 quella media (tra la maschile, la femminile e la infantile) della stessa categoria era pure di 75 cent., forse derivante da una articolazione valutabile rispettivamente così: i lira, 80 cent. e 45 cent.. In merito alla distribuzione delle mansioni, 100 libbrette di cotone richiedevano l'attività di 35 pulitori, 2 battitori, 12 cardatori, 9 laminatori, 23 filatrici, 8 attaccatrici, 2 aspiere, 8 assortitrici, 3 sovraintendenti, 3 piegatori, i facchino, 1 falegname, i meccanico, per un totale di 108 persone.
Per la tessitura del cotone, si è invece sicuri di una sua ampia diffusione artigianale, in abitazioni e laboratori, dopo l'epoca napoleonica; ciò fa sospettare una concomitante filatura artigianale (questa interpretazione è resa precaria da documenti sulla fornitura dei filati). La tessitura industriale precedette quella artigianale, in un breve periodo dell'epoca napoleonica (1806-1811), con la ditta De Luis - Guez, installatasi nell'ex convento dei Cappuccini, di cui sono rintracciabili sia la pianta che l'alzato. Tale produzione riapparve, nel 1836, e si sviluppò, sino all'unità d'Italia, raggiungendo, negli anni 40, il numero di 9 aziende; tra queste la più Importante fu certamente la ditta Ceriani, (del suo stabilimento è riscontrabile la pianta ed irreperibile l'alzato). È ancora impossibile stabilire quale fosse la dislocazione delle macchine in tali fabbri-che, ma la documentazione relativa a realtà analoghe suggerisce la loro disposizione lungo file parallele, con il corridoio intermedio per il controllo. La successione dei reparti per la lavorazione dovette essere la seguente: magazzino, incannatura, dipanatura, orditura, tessitura, apparecchiatura, imbiancatura e tintoria; ma non è determinabile il livello di meccanizzazione. La grande innovazione tecnologica sperimentata da queste aziende fu certamente l'utilizzo del telaio alla Jacquard, che, forse, venne introdotto, per la prima volta, a Vigevano, nel 1836, con la nascita della ditta Ceriani.
Anche per la tessitura del cotone la durata del lavoro quotidiano può essere individuata soltanto facendo ricorso a ditte analoghe di altre zone, dove l'attività si svolgeva per un tempo variabile tra le 12 e le 14 ore, divise da un intervallo riservato all'alimentazione. Il salaraio giornaliero per gli operai semplici, secondo una documentazione alquanto lacunosa, era, nel 1840, di 70 cent., mentre, nel 1852, quella media (tra la maschile, la femminile e l'infantile) era di 1,30lire per gli addetti ai telai ordinari e di 1,75 lire per i lavoranti con i telai alla Jacquard. Riguardo alla distribuzione delle mansioni, 100 libbrette di cotone richiedevano l'impiego di 40 incannatrici, 57 dipanatrici, 2 orditori, 86 tessitori, i capo tessitore, 1imbiancatore, 1 suo manovale, i tintore, 2 suoi manovali, 1 apparecchiatore e 1 facchino, per un totale di 193 persone.
Il richiamo della comunità
Le trasformazioni della canapa e del lino, svolte prevalentemente nelle abitazioni rurali, proseguirono, con tenacia e fedeltà, la lunga tradizione artigianale, più diffusa, però, nella Lomellina che a Vigevano. Esse raggiunsero, sicuramente, nei momenti di maggior sviluppo, lo stadio del laboratorio, ma dalla documentazione disponibile, per gli anni 40, a Vigevano, traspaiono plausibili alcuni tentativi miranti alla costituzione di piccole manifatture accentrate. Accanto a queste manifestazioni predominanti, nel settore, è rilevabile anche la presenza di lavoratori ambulanti, al servizio delle famiglie carenti di capacità e di strumenti per l'utilizzo della materia prima da esse prodotta.
Come succedeva normalmente a tale livello produttivo, la dislocazione delle macchine in questi locali dovette essere spesso irrazionale, con scarse possibilità di modifica, per il prevalente orientamento sull'autoconsumo dei produttori. L'irrilevante concorrenza non spinse neppure a modificare i tipi di macchine usate, ostinatamente persistenti, nella filatura, con la rocca, il fuso ed il filarello, e nella tessitura, con modelli alquanto antiquati del telaio ordinario. Non ebbero alcun sensibile effetto le sollecitazioni suscitate, in tal senso, dal confronto con le tele fiamminghe, perché il rinnovamento tecnologico potesse favorire una produzione più raffinata, assai richiesta da certi strati della popolazione locale e dai mercati esterni.
Si trattò di una produzione eminentemente stagionale, svolta nei mesi invernali, quando, sia per gli uomini che per le donne, l'impossibilità dei lavori agricoli permetteva di soddisfare le esigenze dell'autoconsumo e di un limitato scambio. Dai documenti disponibili risulta che, anche quando essa venne affrontata in modo continuativo, come scelta di lavoro, in ambedue gli stadi del ciclo, non poté fornire, certamente, salari o profitti apprezzabili. Normalmente, la divisione del lavoro, al suo interno, avveniva, attribuendo alle donne il compito della filatura, agli uomini quello della tessitura, salvo le possibili eccezioni, e le fasi preparatorie ai fanciulli.
Tra le altre produzioni tessili minori, presenti a Vigevano, merita di essere ricordata quella denominata allora bonnetteria, comprendente le lavorazioni a maglia (come le calze, le berrette ed i guanti), rimasta anch'essa prevalentemente artigianale. In questo campo, per l'elevato costo dell'attrezzatura, non è facilmente ipotizzabile l'esistenza dell'attività domestica, mentre quella svolta in laboratori dovrebbe essere stata la scelta ideale, anche per le piccole dimensioni delle macchine utilizzate. Tuttavia, non è possibile escludere un suo eventuale sviluppo verso forme ridotte di manifattura accentrata, che le statistiche dell'epoca, esistenti sulla produzione cittadina, farebbero pensare come largamente probabili.
Anche per questo tipo di attività è difficile assodare, con riferimento specifico a Vigevano, l'usuale dislocazione delle macchine impiegate, ma esiste un'incisione, di portata generale, abbastanza illuminante in materia. La macchina più importante utilizzata in tale produzione fu il telaio di Lee, su cui l'operatore, agendo con le mani e con i piedi, costruiva una stoffa senza orditura, che, per l'azione della spola, si trasformava in un intreccio di anelli formanti la maglia. Questo fu certamente il primo telaio meccanico avviato, aVigevano, in un periodo, purtroppo, indefinibile e deve essere considerato l'innovazione tecnologica più avanzata, nel campo della tessitura, sino a quando non apparve il telaio alla Jacquard.
Non si conoscono dati relativi alla durata giornaliera di questa attività, che è legittimo pensare largamente variabile, almeno nelle sue numerose espressioni soggette alla tipica mentalità artigianale. Altrettanto indeterminabile resta il salario giornaliero, quantunque i dati relativi alla "passamanteria" (corrispondente all'attuale passamaneria), altra produzionetessile secondaria, farebbero pensare a trattamenti sensibilmente inferiori rispetto a quelli delle attività primarie. Riguardo alla divisione del lavoro, si può soltanto constatare che la bonnetteria era un tipo di attività con netta prevalenza di partecipazione maschile come per quella delle tele, a differenza di quanto avveniva negli altri comparti tessili.
La ricerca di una alternativa
La produzione di cappelli, che la tradizione cittadina ci ha trasmesso come un'alternativa al tessile in crisi, ebbe, negli anni 40, caratteristiche nettamente artigianali, con la presenza di almeno 5 laboratori significativi. Negli anni 50, uno di essi, la ditta Novi Martino, raggiunse la dimensione della manifattura accentrata, con 39 lavoranti, ma non è stato ancora possibile stabilirne l'ubicazione e la configurazione. Sia quest'azienda, produttrice di cappelli di paglia, che le altre, fabbricatrici di quelli di feltro, non dovrebbero aver occupato molto spazio per la loro tecnica di trasformazione poco ingombrante.
Le fasi del ciclo perla produzione dei cappelli di feltro erano le seguenti: taglio, battitura ed aggrovigliamento dei peli sino alla costituzione di falde coniche da trasferire, dopo la follatura, sulla forma di legno per la realizzazione dei diversi modelli. Quelle riguardanti la fabbricazione dei cappelli di paglia, seguendo una tradizione secolare, avevano questa successione: imbiancatura, spaccatura ed intreccio della materia prima sino a costituirne trecce da cucire insieme, secondo il modello prescelto. Evidentemente, non era ancora stataavviata la fabbricazione meccanica dei cappelli, clìe, adottata tempestivamente da Monza ed Alessandria, porrà presto in crisi la produzione Vigevanese, troppo radicata nella tradizione
La durata del lavoro in queste aziende non è, purtroppo, determinabile, ma dovette adeguarsi certamente al tipo di organizzazione produttiva raggiunta, sperimentando, secondo il caso, le tipiche manifestazioni coeve dell'artigianato e dell'industria. In merito alle retribuzioni, si conosce soltanto la media del salario quotidiano, 75 cent., pagato ai semplici operai, nel 1852, dalla ditta Novi Martino, ma non si capisce come fosse calcolata. Normalmente, le aziende produttrici di cappelli di feltro avevano una netta predominanza di manodopera maschile, mentre in quelle fabbricatrici di cappelli di paglia era altrettanto preminente la manodopera femminile; non si sa nulla, per ambedue le attività, circa il lavoro infantile.
Un'altra produzione meritevole d'essere ricordata, per i suoi collegamenti futuri con il settore calzaturiero, è quella conciaria, rappresentata, fino al 1840, da due piccole manifatture accentrate, e, successivamente, da una sola di esse, la Caramora, sensibilmente ampliata. È possibile rintracciarne l'ubicazione generica nel sobborgo di Roggia Vecchia, ma non ne è ancora stata individuata la localizzazione specifica, pur esistendo premesse documentarie assai lusinghiere per una sua prossima definizione. La consistenza dell'attrezzatura, 30 elementi, tra tini e fosse, nel 1852, fa pensare all'utilizzo di un edificio piuttosto ampio, con vaste aree esterne, collegate a quelle interne nello svolgimento del ciclo produttivo, come si usava per questo tipo di trasformazione. I tini e le fosse dovettero avere una disposizione regolare, su file parallele ed a distanza uniforme, per agevolare le successive immersioni della materia prima, mentre la collocazione delle altre attrezzature dovrebbe essere stata più libera. L'attività si svolgeva in questo modo: cernita, pulitura, scolatura, calcinatura, asciugatura, depilazione, scarnatura, eguagliatura, concia, asciugatura, rasatura e ingrassatura delle pelli, secondo schemi operativi assai complessi per i tempi ed i metodi. Dipendendo, così, lo sviluppo tecnologico di tale produzione dalla rigorosa applicazione delle sue procedure, è arduo stabilire il grado da esso raggiunto, dopo un inizio piuttosto deludente, ma la consistenza, nel 1850, delle esportazioni lo farebbero ritenere almeno discreto.
Non si sa quale fosse la durata del lavoro in tale produzione, ma non dovette essere molto dissimile da quella rilevabile nelle manifatture esistenti in altri settori, per le analoghe esigenze produttive connesse a questi tipi di organizzazione aziendale. Riguardo al salario, si sa soltanto che la Caramora, nel 1852, pagava, in media, gli operai semplici, 1,50 lire, ma non si riesce a comprendere come fosse effettivamente calcolata questa retribuzione, definita in modo alquanto sibillino. In tale tipo di produzione, la divisione delle mansioni non è ancora determinabile, mentre è certo l'esclusivo impiego di manodopera maschile, sia per la pesantezza che per la ributtanza delle operazioni da esso richieste.

Conclusione

Altre attività avrebbero dovuto essere ricordate sia nell'ambito tessile (comparti: lana, passamaneria e ricami) che al di fuori di esso (settori: meccanico, alimentare e legno), con riflessioni anche interessanti sulle loro caratteristiche operative. Tale esclusione, imposta dalle dimensioni programmate per questa ricerca, non compromette certo una comprensione adeguata del lavoro vigevanese, perchè la considerazione di quelle attività sarebbe servita soprattutto ad attestare l'ampiezza dei suoi interessi. Tuttavia, è doveroso ricordare anche il contributo di questi lavoratori allo sviluppo comune, senza, purtroppo, analizzarne l'operosità, il cui recupero è demandato, per esigenze di completezza ad una successiva occasione, se si presenterà.
La descrizione essenziale, sinora tracciata, pone in evidenza, nel periodo trattato, il predominio del settore tessile, maturato dalla formazione secolare di un'intensa cultura manifatturiera, intesa come modo di vivere il lavoro. Il momento storico raggiunto rappresenta, però, con la grave crisi del tessile, avvenuta dal 1850 al 1880, il travagliato passaggio da questa preminenza ad un'altra, i cui prodromi stavano crescendo, ancora latenti, nella realtà produttiva cittadina. La lontananza nel tempo non permette di cogliere, in modo appropriato, la sofferenza diffusa, durante quella dolorosa transizione, nel mondo del lavoro vigevanese, con l'imprevisto cedimento di una antica tradizione.
Per capirla adeguatamente bisognerebbe aver vissuto quella desolante esistenza, chiusa tra un passato in sfacelo ed un futuro ancora incerto, incapaci di fornire una fondata speranza al presente per un nuovo sviluppo della persona, della famiglia e della comunità. Fu un periodo di frequenti tentativi, più o meno fortunati, con la ristrutturazione dei settori maggiori, l'espansione di quelli minori e la ricerca di nuovi orientamenti, a cui il lavoro dovette continuamente e faticosamente adattarsi. Finalmente, pur conservando una consistente continuità con un passato in gran parte rinnovato, si cominciò ad intravedere una consolante alternativa in un settore, da lungo tempo, radicato nella tradizione manifatturiera della città: il calzaturiero.

Capitolo IV - La preminenza del settore calzaturiero (1861 - 1985)

Introduzione


Fino al 1861, nel settore calzaturiero, i lavoranti sedentari svolgevano, generalmente, la loro attività in un solo locale, contenente tutta l'attrezzatura necessaria alle fasi di lavorazione e distinguibile in laboratorio o bottega, se dotato o privo di vetrina per l'esposizione del prodotto. Quelli ambulanti, invece, quando rimanevano in città, operavano nella loro abitazione o all'aperto, in diverse vie o piazze, occupando i luoghi più adatti per esercitare, senza disturbo, il loro folcloristico lavoro, accompagnato da discussioni, declamazioni e canti. Invece, durante l'emigrazione stagionale, dopo aver accuratamente evitato di acquisire clienti già appartenenti ai loro colleghi, praticavano il mestiere nella casa o nella stalla del committente, usufruendo, come parziale ricompensa, del suo vitto ed alloggio.

Il complesso procedimento produttivo, articolato in misurazione, costruzione di forme, realizzazione di modelli, taglio, orlatura, montaggio e finissaggio, era svolto interamente a mano dal mastro artigiano, coadiuvato dai lavoranti, sia familiari che estranei. L'attrezzatura era costituita dal tradizionale deschetto (quando era utilizzabile), con gli arnesi essenziali da misura, taglio, foratura, cucitura, battitura, estrazione, raspatura, limatura, finitura e gli altri integrativi, dalla mutevole varietà. I metodi lavorativi, secondo il riferimento tradizionale alla fase di montaggio, erano diversi ma facilmente riconducibili ai tre fondamentali: il cucito, l'inchiodato ed il rovesciato, nella loro comune accezione, riguardante l'unione tra la tomaia ed il fondo.

La durata del lavoro, nel settore attualmente considerato, non è determinabile per l'uso disordinato del tempo; questa caratteristica artigianale era, infatti, accentuata fra i calzaturieri, talmente attratti da ogni svago, soprattutto quello dell'osteria, da considerare il lunedì come giorno festivo. Anche l'ammontare del loro salario non è definibile, ma esistono attestazioni indirette di una sua frequente collocazione ai minimi livelli, per un concorso di cause, quali l'imprevidenza, la spensieratezza e l'estrosità. È largamente probabile lo sviluppo, nel tempo, della divisione del lavoro, sia tra i singoli che tra i gruppi; in essi, l'utilizzo di manodopera infantile è sicuro, mentre rimane incerto l'impiego di quella femminile. 

Il coraggio della scelte

L'avvento dell'industria calzaturiera, nel 1866, con le sue nuove esigenze dimensionali, spinse, dapprima, all'ampliamento di vecchi laboratori o all'utilizzo di locali aventi, in precedenza, una diversa destinazione, favorendo numerose ristrutturazioni. Successivamente, dall'inizio del 900, furono costruiti i primi edifici specifici per fabbriche calzaturiere, seguiti, nel tempo, da una loro ampia diffusione, secondo stili diversi, con la frequente combinazione tra lo stabilimento e l'abitazione del proprietario. Un impulso decisivo verso l'attuazione di moderne costruzioni industriali, i cui criteri furono progressivamente adottati fino ai nostri giorni, venne impresso dall'avvio delle prime aziende per la produzione di calzature in gomma, con edifici dalle dimensioni consistenti.
Sino all'inizio del 900, nelle fabbriche parzialmente meccanizzate, a cominciare dalla fase di montaggio, erano applicate due diverse organizzazioni dell'attività: quella a squadre (divisione del lavoro, per più mansioni, tra individui) e quella a giro (divisione del lavoro, per una sola mansione, tra individui o gruppi). Le piccole aziende adottavano, in prevalenza, la lavorazione a squadre, composte generalmente da un uomo e due donne; l'uomo curava il montaggio, con l'eventuale aggiunta delle operazioni più pesanti, una donna eseguiva le chiodature e l'altra gli interventi di finissaggio. In quelle grandi, era preferita la lavorazione a giro, soprattutto quella tra gruppi, in cui il lavoro era ormai talmente parcellizzato da corrispondere perfettamente alle elementari funzioni svolte, già a quel tempo, dalle macchine, in altre ditte più avanzate. 
Nelle aziende totalmente meccanizzate era eseguito, come nelle precedenti il taglio amano, per il pellame o le fodere, e quello con fustelle, per il cuoio, seguendo criteri di stretta economicità nell'uso del materiale, mentre l'orlatura era attuata interamente a macchina. A partire dalla fase del montaggio, la loro produzione si sviluppava in modo completamente meccanizzato, eccetto per alcune operazioni di finissaggio, seguendo una successione logica per reparti, rimasta inalterata sino alla fine degli anni quaranta. Da allora, con l'avviamento del lavoro a catena, attraverso l'adozione della manovìa, e l'utilizzo di macchine sempre più perfezionate, incluse quelle cibernetiche, le fabbriche calzaturiere si avviarono rapidamente verso la struttura attuale. 
In questo lungo processo, l'innovazione organizzativa più importante fu la divisione del lavoro, sia a squadre che a giro, avvenuta probabilmente nella precedente successione, sin dall'inizio, per la loro differente capacità di rendimento. 1.a lavorazione a giro, dotata di maggiore produttività, dopo aver opposto, con pregevoli caratteristiche di accelerazione, un'efficace resistenza al mutamento, dovrebbe aver favorito, per l'avanzata parcellizzazione da essa conseguita, il ricorso alla maggiore meccanizzazione. Questa, attraverso la progressiva innovazione tecnologica, si è alfine imposta, rendendo possibile, in aggiunta a quelli classici già ricordati, nuovi sistemi di montaggio come il Blake, il Good-year, il misto, il tubolare, l'Ideale l'incollato.
Fino all'introduzione delle otto ore quotidiane e del sabato festivo, la durata del lavoro giornaliero e settimanale, nel calzaturiero, fu certamente analoga a quella degli altri settori produttivi, con punte maggiori nel caso del lavoro a domicilio. Una peculiarità dei suoi lavoranti fu, però, il tradizionale uso festivo del lunedì, protrattosi per lungo tempo, almeno sino al periodo compreso tra le due guerre mondiali, come folcloristico retaggio dell'attività artigianale. Tuttavia, gli osservatori del tempo fanno rilevare la scarsa incidenza negativa di tale costume sulla produttività, facilmente recuperata nei giorni restanti, a dimostrazione precoce della validità del metodo organizzativo fondato sulle relazioni umane. 
Per lungo tempo, i salari, nelle aziende calzaturiere, vennero pagati a giornata per le mansioni più delicate, come il taglio, l'orlatura ed il finissaggio, mentre, per tutte le altre, furono retribuiti a cottimo. Nel 1907, i salari quotidiani, in lire, erano i seguenti: una donna addetta al taglio ne percepiva dall' 1,80 alle 2,20; nella produzione a squadre, l'uomo arrivava a guadagnarne 5, la donna chiodatrice 3 e l'altra 2; in quella a giro, ogni addetto ne raggiungeva una media di 3,50. Nel 1929, le paghe, quotidiane, in lire, degli uomini e delle donne, secondo il Contratto collettivo di lavoro provinciale, erano rispettivamente le seguenti: prima categoria, 2.85 e 2.05; seconda categoria, 2.75e 2.70; terza categoria, 2.10 e 1.50; quarta categoria, 1.60 e 1.10; quinta categoria, apprendisti con salario da stabilire tra le parti 

La formazione del sistema

Numerosi motivi, prevalentemente connessi al costo del lavoro ed alle economie di scala, agevolarono nel tempo, il passaggio dalla divisione del lavoro nella fabbrica a quella tra le fabbriche, generando, nel settore un insieme organico d'imprese, tra le committenti e le fornitrici. Il decentramento (realizzazione di fasi), la specializzazione (costruzioni di componenti), il controterzismo (offerta di capacità) e l'assistenza (erogazione di servizi favorirono l'insorgere di numerose aziende costituenti la subfornitura calzaturiera. Per la sua crescente complessità, essa può essere descritta soltanto esaminandone, in successione, le categorie d'imprese componenti, definite rispettivamente, secondo le finalità produttive, come subfornitura di fasi, componenti, capacità e servizi.
Le aziende subfornitrici di fasi (tomaifici e giunterie) nacquero, per il costo del lavoro, poco tempo dopo l'avvio dell'industria, prima con il lavoro a domicilio, ed, in seguito, con piccole imprese, utilizzando rispettivamente le abitazioni ed i locali di limitate dimensioni. Generalmente subordinate al committente (sovente unico), per il materiale, il macchinario, l'amministrazione ed il locale, esse hanno sempre privilegiato la produttività del lavoro rispetto all'innovazione tecnologica, pur non disdegnandola per timore della facile concorrenza. In queste aziende, simili a reparti staccati del calzaturificio, il pagamento a cottimo ha spesso imposto ritmi di lavoro molto elevati ad una manodopera relativamente specializzata, ottenendo perciò bassi costi di produzione.
L'introduzione delle macchine favorì l'insorgere, per le economie di scala, delle aziende subfornitrici di componenti (guardolifici, solettifici, trancerie e tacchifici), generalmente più ampie delle precedenti ed in locali ad esse proporzionati. Di solito, indipendenti dai committenti (spesso numerosi) per il materiale, i macchinari, l'amministrazione ed il locale, queste aziende hanno sempre preferito, nel confronto concorrenziale, l'innovazione tecnologica alla produttività del lavoro, pur non ignorandola. Esse hanno sovente raggiunto, con personale qualificato, alti ritmi di lavorazione, seguendo i classici principi della produzione di massa: meccanizzazione, standardizzazione e specializzazione dell'attività con cicli lavorativi continui.
Tali considerazioni tecnico-organizzative sul lavoro valgono anche per gli scatolifici, relativamente distinti dalle precedenti aziende perché produttori di un articolo completo e capaci di soddisfare altri comparti o settori industriali, Tra essi, le imprese di prefabbricati (scatole fustellate e cordonate), sorte da pochi anni, raggiungono le dimensioni maggiori (30 - 40 addetti), hanno un mercato nazionale ed una produzione diversificata, anche per altri settori. Le rimanenti, dall'origine più lontana e trasformate dall'innovazione, sono di dimensione inferiore (7 - 15 addetti), riguardano il mercato locale e producono esclusivamente per il calzaturiero, con un processo di elevato rendimento, composto, secondo i prodotti, da cinque a sette fasi operative, ampiamente meccanizzate.
Come risulta in precedenza, la subfornitura calzaturiera, maturata nel tempo, è in prevalenza di specialità, con imprese aventi una attrezzatura complementare rispetto a quella del committente, fonte di autonomia e di resistenza sul mercato. Si è manifestata, però, sin dall'inizio, anche una subfornitura di capacità, con aziende attrezzate in modo parzialmente o totalmente analogo a quello del committente e, quindi, esposte alla subordinazione ed alla precarietà. Sono le imprese controterziste, disponibili ad accogliere ordini loro trasmessi saltuariamente da ditte incapaci di soddisfarli per guasti tecnici, insufficiente produttività o eccesso del costo lavorativo.
Una categoria di subfornitura in senso lato, comprensiva di numerose attività, è quella emersa, nel tempo, attraverso i servizi, purtroppo indescrivibile, per i limiti della presente disanima, ma di essa si devono ricordare due figure significative. [a prima è quella del modellista, la cui azione progettuale, sotto la spinta della moda, come elemento concorrenziale, è cresciuta d'importanza, nel tempo, divenendo sempre più determinante nell'organizzazione del calzaturificio. la seconda è quella del commercialista, la cui assistenza economico-finanziaria, per l'incremento continuo di una normativa complessa, è risultata sempre più indispensabile ad una proficua amministrazione aziendale.

Il fascino dell'autonomia

I primi calzaturifici avevano al loro interno una piccola officina per la manutenzione osi facevano assistere da altre analoghe, ma esterne, tradizionalmente adibite a soddisfare varie esigenze costruttive o di recupero, provenienti da campi disparati. Dall'inizio del 900, la crescita vertiginosa del calzaturiero le spinse alla specializzazione o ne fece nascere altre, orientandole soprattutto verso la riparazione e la costruzione di macchine per calzaturifici, in cui, ben presto, eguagliarono e superarono la concorrenza interna ed estera. Fino ai nostri giorni, la loro progressiva diffusione le ha portate al predominio, sia italiano che mondiale, del settore, con una variegata gamma di stabilimenti, spesso consistenti; strettamente integrate ai calzaturifici ed alle subfornitrici, esse hanno con loro costruito, nel tempo, il sistema calzaturiero vigevanese.
Come per la subfornitura, la struttura complessa di questo comparto impone un'analisi storica articolata, con la distinzione fondamentale, innanzitutto, tra le aziende produttrici di macchine per la lavorazione della pelle o del cuoio e quelle di materiali sintetici. Le prime, nate sin dall'inizio della meccanizzazione, applicandola progressivamente alle fasi del ciclo calzaturiero, possono essere suddivise, secondo tale ciclo in costruttrici di macchine per la modelleria, la tranciatura, l'orlatura, il fondo, il montaggio ed il finissaggio. Le altre, avviate, in genere, dopo il 1950, sono articolabili in due categorie: quelle produttrici di macchine per la lavorazione del P.V.C. e di altre resine non espanse (presse ad iniezione) e quelle costruttrici di macchine per la trasformazione del poliuretano (apparato mescolatore -iniettore).
Generalmente, la disposizione delle attrezzature all'interno di questi stabilimenti non è stata realizzata per fase produttiva ma per tipo di lavorazione, con la collocazione di macchinari aventi funzioni comuni nella stessa area. In alcuni comparti ditale settore, resi più confacenti dal tipo di trasformazione perseguito, si è preferita la disposizione per fase di produzione a quella per tipo di lavorazione, nell'intento di aumentare la produttività e diminuire i costi. Tuttavia, questa scelta organizzativa è rimasta talmente minoritaria in confronto alla precedente da doverla considerare un'eccezione rispetto alla regola; il tipo di domanda peculiare a tali imprese non permette di ipotizzare una prossima inversione di tendenza.
Il ciclo di produzione di queste aziende è sempre stato quello classico dei beni strumentali: costruzione dei componenti, montaggio e collaudo, divario genere; è aumentato, nel tempo, il ricorso alla subfornitura. Anche i sistemi di lavorazione sono sempre stati quelli tipici dei metalli: la trasformazione senza asportazione di trucioli (laminatura, trafilatura, estrusione, fucinatura, stampaggio e fusione) e la fabbricazione con asportazione di trucioli, per mezzo di strumenti o di macchine. Essendo soggette al susseguirsi di ordini limitati e variabili, queste imprese hanno perseguito raramente la produzione di massa; in genere, hanno adottato la costruzione per lotti e serie di piccola e media consistenza.
L'organizzazione produttiva per piccoli o medi lotti ha mantenuto, nel tempo, tali caratteristiche: variabilità del processo, ampiezza di competenze, sensibile autonomia lavorativa, scarsità di controlli, mutabilità delle procedure ed alta incidenza della professionalità.
Quella per piccole e medie serie, invece, ha manifestato queste peculiarità: ripetitività del processo, determinazione delle mansioni, scarsa autonomia lavorativa, sistematicità dei controlli, rigidità delle procedure e bassa incidenza della professionalità. Nelle piccole aziende (con meno di 20 addetti) è sempre stata preminente la produzione per piccoli e medi lotti, mentre quella per piccole e medie serie è stata, da tempo, predominante nelle medie e grandi imprese (con più di 20 addetti).
La crescente importanza della subfornitura, accennata in precedenza, ha indotto la proliferazione d'imprese omonime, operanti soprattutto nell'ambito della micro - fusione e della produzione di parti prelavorate o di componenti. Esse possono essere distinte in tre categorie variabili secondo l'attrezzatura posseduta, l'organizzazione aziendale, la qualità del prodotto e l'autonomia del committente, tra loro in combinazione crescente. Attualmente, nella realtà vigevanese, quella più diffusa è l'intermedia, con avanzata attrezzatura, apprezzabile organizzazione, bontà del prodotto e limitata subordinazione; ma esiste una rilevante propensione verso il predominio futuro del tipo superiore.

L'eredità del passato

La progressiva concentrazione aziendale della trattura e della torcitura seriche, avviata nella seconda metà dell'800, spinse al riutilizzo, alla trasformazione o alla costruzione di edifici più ampi, con struttura verticale, su più piani, secondo il primo orientamento dellaedilizia industriale lombarda. La realizzazione, nel 1898, dello stabilimento per la Società Filatura Cascami Seta, rappresentò una radicale inversione di tendenza rispetto a questa tradizione perchè, seguendo la nuova propensione dell'edilizia industriale lombarda, esso fu costruito in senso prevalentemente orizzontale. Con l'edificazione di case per i dipendenti, operai ed impiegati, questa azienda, agevolò persino la costituzione di un nuovo quartiere, quello del Cascame; esse furono attuate, secondo tipologie diverse, fino alla prima guerra mondiale, per un totale di circa duecento vani.

Nella trattura della seta, la disposizione delle macchine su file parallele, con un corridoio intermedio per il controllo, fu generalmente mantenuta; in alcuni casi, fu aumentato soltanto il numero delle file e, quindi, quello dei corridoi corrispondenti, integrandoli, a volte, con altri laterali. Mutarono, invece, sensibilmente le attrezzature, con l'aggiunta, sul fornello, di una bacinella per la scopinatura, l'adozione di un numero di aspi proporzionato a quello dei fili lavorati ed il loro inserimento in un cassone per l'essiccazione a vapore del filo. Il nuovo processo produttivo, più articolato, veniva avviato da una donna addetta alla scopinatura (reperimento del capofilo con una spazzola, in seguito, meccanizzato), procedeva attraverso la più specializzata funzione della trattora e si concludeva con l'intervento di un'altra donna per l'aspatura o strusatura.

Anche nella torcitura della seta (spesso unita, nello stesso stabilimento, alla trattura) venne assunta, nei vari reparti, la disposizione dei macchinari su più file parallele, divise da corridoi per i lavoranti; il loro ordine era il seguente: valichi, nei piani inferiori, incannatoi, pulitoi e binatoi, in quelli superiori. Tale mutamento fu generato soprattutto da tre motivi: l'ampliamento per concentrazione, la meccanizzazione della binatura e l'introduzione dei torcitoi a pianta ovale, con due o più valichi, meno ingombranti e più veloci di quelli tradizionali, a pianta rotonda. Nel 1870, un torcitoio ditale tipo richiedeva un direttore, un vice-direttore, quattro sorveglianti, un tavellaio, un falegname, un commissionario, un conduttore, due meccanici, uno scaldatore, un portinaio e un'operaia ogni: 480 fusi al torto, 504 fusi al filato, 24 rocchetti al binatoio, 32 rocchetti al pulitoio e 10 poste all'incannatoio.

Dall'allevamento del baco alla tessitura, la produzione di seta provoca scarti di lavorazione, denominati cascami, oggetto tradizionale di recupero per la preziosità della materia, soprattutto dopo la micidiale malattia del baco, nella seconda metà dell'800. Tale attività fu svolta, per secoli, in modo artigianale, attraverso rudimentali cardature, ma dall'inizio dell'800 fu industrializzata, con la progressiva meccanizzazione di fasi costituenti un ciclo complesso. Il suo prodotto è un filo denominato, nel periodo artigianale, con il termine fioretto e, dopo l'industrializzazione, con quello di chappe o schappe; esso, pur non essendo bello come quello tratto, fu usato per tessuti, spesso, poco inferiori a quelli di seta, ma venduti a metà prezzo.

A Vigevano, questa industrializzazione fu sperimentata con l'avvio della Società Filatura Cascami Seta, nel cui stabilimento le macchine erano disposte, secondo i reparti, in sequenza o su file parallele, intercalate da corridoi per l'attività dei lavoranti. Le fasi di lavorazione dovettero essere per pochi anni quelle del ciclo completo: la battitura, la macerazione, la pettinatura o cardatura e la filatura; successivamente, rimasero a Vigevano, le prime due, considerate più importanti e delicate, mentre la filatura fu affidata a tre stabilimenti della Società, situati in altre località. In questa produzione, l'innovazione tecnologica, intensa nel tempo, investì nell'ordine la filatura, la pettinatura, la macerazione e la battitura; tra i numerosi apporti, uno assai importante provenne da Vigevano, per merito dell'Ing. C. Schleifer, con la pettinatrice automatica.

Sino all'inizio del 900, la durata quotidiana del lavoro, nella trattura, variava, in estate, dalle 13 alle 14 ore e, nelle altre stagioni, diminuiva di qualche ora, mentre, nella torcitura, poteva arrivare anche alle 15 o 16 ore; per i fanciulli, dopo la legge del 1886 sul lavoro minorile, il limite massimo era di 8 ore. I salari quotidiani, nella trattura, erano, in lire, i seguenti: filatrice (estate-autunno), da 1.10 a 1.30; filatrice (inverno-primavera), da 0.90 a 1.15; apprendiste, da 0.80 a 1.10; sbattitrici (tra i 12 ed i 15 anni), da 0.60 a 0.80; strusere (tra i 9 ed i 12 anni), da 0.30 a 0.40. Nella torcitura, erano, in lire, i seguenti: torcitrici, da 1 a 1.30; binatrici, da 1 a 1.30; ripassatrici, 0.90 a 1.20; incannatrici adulte, da 0.80 a 1; incannatrici (tra i 12 ed i 15 anni), da 0.50 a 0.75; incannatrici (tra i 9 ed i 12 anni), da 0.25 a 0.35 
Il tentativo della continuità
La nuova espansione della produzione cotoniera, avviata dal protezionismo (1887), favorì il riuso di vecchi edifici e la costruzione di nuovi, piuttosto consistenti, soprattutto intorno all'inizio del secolo. Il riuso avvenne con il passaggio della filatura alla tessitura (mulino di Predalate), mentre i nuovi stabilimenti (Crespi - divenuto successivamente Gallo e Rondo - Gianoli) riguardarono l'unificazione, nello stesso edificio, tra la filatura e la tessitura. Nel primo caso, fu mantenuta l'originaria struttura verticale, mentre, nel secondo, si introdusse quella orizzontale, seguendo l'indirizzo prevalente, a partire da quell'epoca, perla migliore realizzazione di edifici industriali.
Nella torcitura, la disposizione del macchinario su file parallele, intercalate da corridoiper l'attività dei lavoranti, venne accentuata, sia quantitativamente che qualitativamente, con una ricerca progressiva degli ingombri e delle distanze più razionali. Il ciclo produttivo assunse, nel tempo, questa sequenza: mischia, apritura, battitura, batterie, cardatura, pettinatura, stiratura, preparazione, assortimento, filatura e lavorazioni accessorie (accoppiatura, ritorcitura, condizionatura, aspatura, impaccatura, provinatura, cascami). Il personale necessario, dopo questi sviluppi e nei momenti di migliore organizzazione, raggiunse, per ogni 1000 fusi ed un titolo medio del filato variabile da 12 a 50, un'entità rispettivamente mutabile dalle 10 alle 4 unità.
Le innovazioni tecnologiche si verificarono, in prevalenza, nei seguenti reparti: mischia, batterie, cardatura, stiratura, preparazione, filatura, accoppiatura, ritorcitura, condizionatura, cascami; al moto idraulico o a vapore subentrò quello elettrico. Un mutamento importante fu la progressiva sostituzione del filatoio Ring, con la produzione continua, a quello Selfaiting, con la trasformazione intermittente, mantenuto soltanto per le poche attività ad esso ancora riservate. Il sistema con lavorazione continua, in cui il filatoio Ring svolgeva contemporaneamente le varie operazioni, permise di guadagnare tempo rispetto a quello con produzione intermittente, in cui le stesse attività vennero attuate dal filatoio Selfaiting in due fasi successive.
Le tessiture avevano mantenuto la disposizione dei macchinari su file parallele, intercalate da corridoi per i lavoranti, in modo più conforme alla tradizione, con variazioni prevalentemente quantitative, senza però ignorare la sua progressiva razionalizzazione.
Dopo numerosi adattamenti, il ciclo produttivo assunse tale sequenza: condizionatura, incannatura, orditura, imbozzimatura, rimettaggio, bobinatura, tessitura, verifica, misurazione, infaldatura, pulitura e piegatura. Il personale necessario ad una tessitura era generalmente di 18 lavoranti ogni 100 telai; ogni sezione di tessitura comprendeva: un assistente, unacarica-telai, una maestra, quattro attacafili, due carica-serbatoi e una lavorante di scorta.
Le numerose innovazioni tecnologiche, avvennero, in prevalenza, nelle seguenti fasi: incannatura, orditura, imbozzimatura, rimettaggio, bobinatura e tessitura; il moto elettrico subentrò a quello idraulico o a vapore. Il mutamento più importante fu la progressiva sostituzione del telaio meccanico comune, generalmente a movimento esterno dei licci, con quello automatico, a cambiamento di bobina o di navetta; in caso di costi eccessivi, lo si variò con nuove applicazioni. Questi mutamenti spinsero a mitigare la propensione iniziale per la velocità, senza scapito della produzione, e ridussero sensibilmente l'onerosità del lavoro, articolato in due nuove mansioni, con rispettive lavoranti, l'attaccare i fili ed il caricare il serbatoio.
Fino alla fine del secolo scorso, il lavoro in questi stabilimenti aveva una durata giornaliera di 12 ore; dopo la prima legge sociale sull'argomento (1886), i fanciulli non potevano lavorare più di 8 ore al giorno. Nel 1891, le paghe massime, medie e minime quotidiane, in una filatura, erano, in lire, le seguenti: uomini, 3.25, 2.10 e 1.20; donne, 1.50, 1.26 e 1.15; fanciulli, 1.45, 0.77 e 0.35; tra essi, soltanto i salari medi non erano a giornata.
Contemporaneamente, la loro consistenza, in una tessitura, aveva, in lire, tale articolazione: uomini, 2.00, 1.64 e 1.00; donne, 1.50, 1.26 e 1.15; fanciulli, 0.75,0.60 e 0.45; anche in questo caso, soltanto i salari medi non erano a giornata.

L `apporto dei dimenticati

Un contributo rilevante al lavoro vigevanese, spesso dimenticato, è stato fornito dagli impiegati, già riscontrabili, all'inizio dell'industrializzazione, ma cresciuti progressivamente, in seguito, fino a raggiungere una presenza consistente. L'ampliamento delle imprese, la divisione del lavoro, l'articolazione delle mansioni e la meccanizzazione della produzione generarono, in modo vario, la necessità di una loro maggiore diffusione. In questo andamentosi possono rilevare alcune fasi fondamentali, corrispondenti a diverse forme organizzative delle aziende, tuttora rappresentate nella realtà cittadina, dopo il loro secolare sviluppo.
All'inizio, l'imprenditore riservò completamente a se stesso l'esercizio delle tipiche funzioni aziendali (amministrativa, produttiva e commerciale), proseguendo nell'attività svolta dal mastro artigiano. In questa situazione, non aveva certo possibilità d'emergere il lavoro impiegatizio, salvo nelle circostanze straordinarie, provocate dall'assenza dell'imprenditore, quando s'imponeva almeno una delega temporanea. Durante questi eventi sporadici, le funzioni venivano provvisoriamente demandate a parenti o a lavoranti di fiducia, nell'attesa di un loro ritorno al titolare, non appena fosse svanita la causa della sua incapacità.
Tali comportamenti occasionali divennero continuativi quando, per le necessità imposte dallo sviluppo aziendale, l'imprenditore riconobbe l'opportunità di decentrare alcune funzioni ormai insostenibili. Da quel momento cominciò ad apparire l'impiegato, sia amministrativo che tecnico, scelto di preferenza nell'ambito familiare, ma qualche volta pure in quello dei lavoranti. Si trattò di una trasformazione prudente, avviata, secondo la terminologia dell'epoca, nelle funzioni esecutive, produzione e vendita, mentre l'imprenditore mantenne ancora quelle direttive, finanza ed amministrazione, ritenendole determinanti.
L'ulteriore progresso aziendale vanificò queste rimanenti riserve, spingendo il datore di lavoro a nominare alcuni suoi assistenti, sia nell'ambito direttivo che in quello esecutivo, al fine di essere sollevato da ogni impegno eccessivo. Questi nuovi impiegati svolsero le mansioni di portaordini dell'imprenditore, divenendo un prolunamento della sua personalità, senza autonomia decisionale nella loro competenza, ma con un potere riflesso nei confronti dei loro subordinati. La struttura aziendale divenne allora di tipo lineare, con, al vertice, l'imprenditore, in posizione intermedia, gli assistenti e, alla base, i capi preposti alle funzioni direttive ed esecutive.
I difetti riscontrabili nella precedente struttura portarono ad un suo superamento, attraverso l'abbandono della gerarchia per grado, in essa determinante, e la scelta di quella per funzione. Ne derivò una struttura alternativa, denominata funzionale, con, in successione discendente, l'imprenditore o un suo delegato, i direttori, distinti per mansioni essenziali, i dirigenti, i funzionari, i capi e gli esecutivi. Ai direttori, derivati dal perfezionamento dei ruoli di assistente, furono assegnate le tre attività fondamentali di ogni impresa: amministrativa, produttiva e commerciale, da cui dipendevano le rispettive ramificazioni.
Poiché anche questa scelta non soddisfece completamente, si cercarono altre soluzioni, mirando, in tempi più recenti, all'adozione di forme miste tra le due appena descritte, al fine di contemperarne i difetti e combinarne i pregi. Questa lunga evoluzione esaminata per tappe essenziali, ha manifestato, nelle singole aziende, anche variazioni intermedie alle fasi esposte e loro concretizzazioni originali che rendono il quadro complessivo assai più variegato. Tuttavia l'organizzazione del lavoro impiegatizio, nel suo complesso sviluppo, può essere compreso, in modo soddisfacente, attraverso lo schema essenziale appena tracciato, che ne attesta il rilevante progresso. 

Conclusione

Come per il primo capitolo, la dimensione assegnata alla presente ricerca impedisce di esaminare settori del lavoro vigevanese sicuramente meritevoli di essere ricordati, per il contributo fornito all'opera comune. Del resto, anche per quelli menzionati, come risulta dalla trattazione, non si sono potute tracciare descrizioni più analitiche, limitando l'esame alle fasi essenziali del rispettivo ciclo produttivo. Finché un'occasione piò propizia non permetterà di conseguire tali approfondimenti, resta affidata alla singola sensibilità la capacità di intravedere, al di là dell'organizzazione, l'umanità che ne traspare. Pur con queste doverose precisazioni, rimane indiscutibile, per il periodo appena esaminato, il predominio del settore calzaturiero, concretizzatosi nella formazione di un sistema delle caratteristiche avanzate, sul piano mondiale. Dal 1980, ragioni interne ed internazionali, già ricordate nella prima parte di questa ricerca, hanno provocato la crisi di tale sofisticato sistema, con riflessi alquanto preoccupanti per il lavoro vigevanese. Si sta, perciò, diffondendo l'impressione di un lento ma inarrestabile declino, pur con temporanei recuperi, del settore calzaturiero, processo assai simile a quello già sperimentato lungamente per il tessile. 
Se, oltre ad ogni ragionevole dubbio, il futuro ci prospetterà tale involuzione, dovremo affrontarlo con un sano realismo, cercando di preparare, nel modo migliore possibile, un nuovo periodo di transizione. Il passato della città ci inviterà a trovare, nel suo tradizionale fermento manifatturiero, la produzione alternativa da affiancare, in crescita, al declino calzaturiero, per rendere meno traumatico il passaggio. Saremo, forse, una generazione sofferente, a cui è stata negata la gioia dello sviluppo, ma che potrà esprimere la sua dignità nel preparare tenacemente un futuro migliore, secondo la vocazione riservatale dal suo difficile tempo.

CONCLUSIONE GENERALE 2

Nel periodo considerato, l'organizzazione del lavoro subì mutamenti radicali, avviati dalla formazione di manifatture accentrate, in cui, per la prima volta, a Vigevano, avvenne la separazione tra l'abitazione ed il luogo di lavoro. In queste aziende, l'imprenditore gestì l'amministrazione, eseguì gli acquisti, diresse la produzione, distribuendo ai lavoranti gli strumenti di sua proprietà, e curò le vendite; apparvero, ben presto, per aiutarlo nell'esercizio ditali funzioni, gli impiegati, di allora, in costante aumento. La divisione del lavoro, ereditata dalle manifatture decentrate, fu trasferita in quelle accentrate, ricevendo un'ulteriore accelerazione e generando la sua necessaria conseguenza: una puntuale regolamentazione dell'attività.
Questa progressiva parcellizzazione del lavoro favorì l'adozione di macchine sempre più adatte a sostituire l'attività manuale, agevolando la nascita e la diffusione di fabbriche, ultimo stadio, per ora, riscontrabile dell'organizzazione lavorativa. In tali imprese, alla concentrazione ed alla regolamentazione tipiche delle manifatture accentrate, si aggiunsero, quindi, nel tempo, la crescente meccanizzazione ed, in vari casi, la produzione di massa, loro elementi distintivi. L'organizzazione del lavoro si conformò alle tre categorie fondamentali di produzione, distinte, rispetto al ciclo, in intermittente, continua e mista tra le due precedenti; la diffusione del lavoro impiegatizio ricevette una sensibile accelerazione. 
I termini come laboratorio, manifattura, fabbrica ed altri riguardano soltanto semplici concetti entro cui la nostra mente cerca di racchiudere una realtà umana assai complessa, costituita spesso di gioie e cli dolori inesprimibili con le parole. Infatti, al di là dei mutamenti produttivi e delle varietà aziendali, essa preme di continuo perché il lavoro manifesti, in pieno, le sue potenzialità umanistiche, agevolando lo sviluppo delle persone. Anche Vigevano, con il suo passato manifatturiero, ardentemente radicato nel lavoro, senza alcuna predilezione per qualche sua forma, dimostra di perseguire questo fine essenziale, contribuendo a fare emergere la ricchezza latente nel cuore di ogni uomo.

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